Liberace nos Allevi

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6 Febbraio 2015

“Grazie alla musica ho attraversato mille vite, sono stato angero e demone. Quando scrivo musica non ragiono mai in termini di immediatezza, ma cerco sempre di spingermi oltre, più lontano e più in profondità possibile per andare ad afferrare quella che è l’essenza della Musica e cioè l’Amore!”

Giovanni Allevi

 

Allevi è la perfetta caricatura dell’artista “as a young man” compilata da un redattore di “Sorrisi e canzoni”. Avendo oramai la bellezza di quarantasei anni per questo bamboccione, a dire il vero, la mezza età già rintocca da un pezzo, solo che il suo cervello non se n’è accorto e continua a bambineggiare ciucciando i raccontini della tata e riciclandoli in filosofia da libro di testo per le scuole differenziali. La sua “filosofia della musica” consiste di pensieri in triciclo che non riescono a pedalare e perciò si aiutano strusciando a terra le scarpette da ginnastica. E’ persuaso che la felpa, le Nike e una faccia da rimandato a settembre, bastino a fare di lui un musicista. In realtà sembra solo uno che ha sbagliato mestiere e ce la mette tutta per immedesimarsi nella parte. Le cose che scrive sono ancora più divertenti di quelle che dice, eppure questo maratoneta del ciuccia e vinci sbarca il lunario alla grande producendo una musica che definire banale sarebbe un complimento troppo esagerato (e che anche definire musica è esagerato…).

Allevi compendia e divulga tutto ciò che nell’immaginario di adolescenti con problemi ormonali, aspiranti veline e studenti fuori corso in rotta con papà, s’è incrostato sulla statuina fosforescente dell’Artista Eterno acquistata ai grandi magazzini in occasione della settimana della cultura. Poco importa se in quella immaginetta l’Artista Eterno non si differenzi in nulla dal cretino corrente, ciò che conta è che, una volta identificato un barabba nella parte, essi si sentono automaticamente promossi al rango di connaisseur e di frequentatori di sale in cui si esegue ciò che il loro guru definisce con sussiego “musica classica contemporanea”. Attraverso la sua mediazione i fan si mettono in comunicazione con le grandi correnti della cultura internazionale e vengono subito laureati d’ufficio in filosofia della musica. Allevi è un viatico alla stupidità supponente di massa: un pericolo pubblico. In lui, l’utente trova ciò di cui aveva bisogno da quando, nel lontano 1987, scomparve il suo illustre predecessore: Wladzin Valentino Liberace, mito del pianismo da sala Bingo (mettiamoci l’anima in pace: in questo genere di prodotti, l’Italia mantiene sempre la sua voce in capitolo). Tra questo bamboccio che si mette gli occhiali di papà per sembrare più bravo e quell’iridescente barbie rosa e oro del suo maestro spirituale (che tra l’altro pestava sui tasti assai meglio di lui) c’è però una differenza che solo all’ingenuo apparirà sorprendente: Liberace era più autentico e dichiarava con sincerità assoluta “I don’t give concerts. I put on a show”. Uomo d’altri tempi, insomma, sapeva ancora quello che faceva. Allevi, invece, fa “musica da concerto” ne è persuaso lui e ne sono persuasi i suoi fan, che accorrono a migliaia nella perfetta, appagante consapevolezza di avere finalmente trovato la chiave d’accesso alla misteriosa “musica classica” oppure (cosa anche peggiore) alla famosa “musica senza aggettivi” che paradossalmente si trova ad essere oggi la più aggettivata di tutte le arti decorative. Vedere gli onorevoli delle camere riunite che qualche anno fa, in rappresentanza del popolo italiano, si spellavano le mani ad applaudire Allevi alla fine del suo concertone natalizio al senato della repubblica va oltre l’evento mondano e diventa ciò che potremmo definire, con ragionevole moderazione, “segno dei tempi” e immagine dell’Italia d’oggi.

La musica di Allevi accompagna a scartamento ridotto i sogni di gloria di quella fascia di ascoltatori che ha fatto il grande salto trasbordando in groppa a Bocelli sul transatlantico che (secondo loro) trasporta sotto un baldacchino d’oro e d’avorio, la “grande” cultura musicale. Convinti di poterlo fare senza pagare il biglietto. In realtà non solo viaggiano da clandestini, ma occupano la stiva di una bagnarola e non lo sanno. Il bamboccione intanto, per nutrirli a buon prezzo, omogeneizza le note rendendole digeribili agli sdentati. Come se non bastasse la sua musica è lassativa: lo smascellato che l’ascolta non solo si illude di possedere ancora le arcate dentarie ma incomincia ad evacuare pensiero positivo attraverso tutti gli sfinteri. Egli è in grado, nel corso di una sola intervista, di pronunciare una quantità tale di cretinate che difficilmente si riesce a credere possano essere state concepite da una mente sola: dobbiamo dunque convincerci che quest’uomo lavora in equipe. Deve esserci da qualche parte un team di liberi pensatori che ne ha fatto il suo portavoce e che lavora alacremente per non fargli mancare la materia prima.

Ma le sue virtù non si esauriscono qui.

E’ anche un arrogante di ritorno: troppo insignificante per esserlo in modo diretto, si lascia andare al riflusso di superbia provocato dalla risacca di tutti gli imbecilli che lo osannano come un fenomeno della musica contemporanea mentre è difficile considerarlo anche solo un fenomeno da baraccone, visto che non si capisce in che cosa mai eccelle.

Questo semianalfabeta senza marmitta che, solo perché l’hanno laureato in “fisiolofia”, crede di essere entrato in contatto con il sapere dei secoli e di potersi permettere di emettere sentenze in forma di gas di scarico alle quali mette il frac che addosso a lui sembrerebbe un sottosella. Questo ruminante del pensiero che se ne va in giro intronato come un cammello in cerca della cruna dell’ago e capitalizza tutta la stupidità che può per investirla in titoli fasulli con i quali insuffla il suo ego come se gonfiasse un palloncino. E se sa suonare il pianoforte solo un po’ peggio dei tanti che fanno la fila per un posticino al piano bar in compenso non è capace della più pallida intuizione creativa; come la presuntuosa banalità di quelle minestrine riscaldate che lui definisce ampollosamente le sue “composizioni” dimostra a chiunque non abbia il prosciutto arrotolato nelle orecchie. Mentre Gerry Mulligan, già vecchio, che, prima di imbracciare il suo sax baritono, canta con un filo di voce “It must be Christmas, but not for me this year…” ci convince che la verità esiste, questo coso infeltrito, con pianoforte a coda, viole, violini, trombe, arpe e tromboni,  a Natale, mano nella mano con quei fanali di intelligenza e cultura che rispondono al nome di Maurizio Gasparri e Roberto Calderoli, ci ha fatto rimbombare nelle orecchie non solo che esiste anche la coglioneria, ma che, a vincere, è  sempre lei. Bisogna ammettere dunque che, se Giovanni Allevi è vero (ma non credo) egli rappresenta la confutazione della teoria di Einstein secondo cui “Dio non gioca a dadi”.

Gioca sì, ed ecco i risultati. In quest’epoca cinica, tuttavia, credere nella minchioneria è già qualcosa e noi, prendendo atto delle migliaia di persone che la scambiano per genialità, dobbiamo pur farcene una ragione. Coi tempi che corrono bisogna sapersi accontentare.

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CAT: Musica

Un commento

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  1. marcogiov 6 anni fa

    Fa piacere che qualcuno ogni tanto scriva che il reuccio è nudo.

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