Premio alla carriera: fra buoni auspici e storture

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19 gennaio 2018

E sì che la carriera di Milva parla da sé; chiunque nutra la minima curiosità, è calorosamente invitato a lanciare una pur fugace occhiatina alla sua variegata produzione discografica per farsi un’idea del continuo assetato desiderio di contaminazione, manifestato da un’interprete che all’arte della musica e dello spettacolo ha dedicato tutta sé stessa, incondizionatamente.

Diva? Probabilmente sì. Appariscente, carismatica, fascinosa, protagonista; ma anche e soprattutto elegante ambasciatrice al servizio della recitazione, della poesia, della canzone cólta come pure di quella apparentemente leggera spaziando da Piazzolla, a Berio, Merini, Brecht, Faletti, Jannacci, Battiato, Vangelis.
Se così non fosse stato, mai avrebbe sacrificato diverse gioie private e una buona dose di salute fisica in nome del perfezionismo a teatro e in sala d’incisione; difficilmente avrebbe abbracciato la dignitosa ma squassante scelta del ritiro dalle scene.

Perché Milva è soprattutto voce, sì; è sonora sfumatura interpretativa, ma è anche presenza scenica, prestanza fisica, gestualità, sguardo. Non sarebbe altrimenti diventata una delle più apprezzate interpreti brechtiane diretta da Strehler. Non propriamente pizza e fichi.

Per intraprendere un percorso elevato e impegnato non sempre facilmente digeribile al palato del grande pubblico, soprattutto italico – curioso che Milva sia artista italiana importata in patria e prodotta all’estero –  la pantera di Goro ha cercato di mantenere un contatto con la sua terra natale attraverso un’assidua partecipazione ai festival di Sanremo, ben quindici, spesso con brani rischiosi, difficili, che non assicurassero la riuscita promozionale tipica della top ten.

Riconosciuta, premiata e onorata all’estero, un po’ meno in Italia, dove comunque gode del titolo di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica, imperversa ora, a circa sette anni dal ritiro, una petizione che perorerebbe la causa del meritato premio alla carriera nel contesto sanremese, sostenuta da… udite udite, rullo di tamburi… Cristiano Malgioglio.

Il blasonato paroliere di Ramacca, sì. Che ha scritto per Milva ma anche per Mina, Pupo e altri, diversi brani intrisi di giocose allusioni erotiche, altri invece più profondi magari (Amica, La notte dei miracoli, Oh! Mama). Fermo restando il legame di stima reciproca che sicuramente scorre fra la star dell’ultimo Grande Fratello Vip e la signora Biolcati (ndr cognome di Milva), ci si potrebbe chiedere, da una prospettiva strettamente legata alla coerenza artistica, quanto sia credibile l’esortazione al premio sul palco dell’Ariston da un personaggio che, per tornare in auge, ha opportunisticamente scelto la strada professionale più frivola e lontana dall’impegno artistico finora descritto. Chissà? Dobbiamo forse tristemente concluderne che a promuovere un riconoscimento all’alto valore, finora mai giunto in maniera così altisonante, debba essere l’opinionista del momento, che a La vita in diretta, in collegamento telefonico, confonde Milva e Mina più volte e abbraccia la celebrità mediatica col minimo sforzo di un reality-show? Forse sì.

Fortuna che al suo appello si unisca quello di organizzazioni quali Il Piccolo Teatro di Milano e colleghi legati, da un filo più spesso e resistente, al mondo dell’arte che Milva da sempre rappresenta.

Speriamo solo non ci si debba accontentare di un fugace premio consegnato in sordina dopo la mezzanotte.

TAG: Cristiano Malgioglio, Festival di Sanremo, Giorgio Strehler, Goro, Milva, Piccolo di Milano, Premio alla carriera, teatro
CAT: Musica, Teatro

Un commento

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  1. vincesko 2 anni fa
    Ho visto due volte Milva da vicino. La prima volta fu a Milano, nei primi anni ’70. Era una sera d’estate. Nel cortile del Castello Sforzesco, Carlo Mazzarella (http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2013-10-25/e-scomparso-milano-attore-piero-mazzarella-aveva-85-anni-171148.shtml) recitava una pièce teatrale (non ricordo quale), e Milva era una spettatrice e sedeva una o due file sotto la mia, a poca distanza, sulla mia destra. Era seduta, ma vidi lo stesso che aveva una bella figura, alta e snella, belle spalle; diversa, più magra e più fine di come l’avevo vista in un film. Ricordo nitidamente che era accompagnata da due uomini, giovani quasi quanto me, seduti uno a fianco all’altro, alla destra di Milva. Mi colpì il fatto che, nell’intervallo, chiacchierarono a lungo tra loro due, disinteressandosi di lei, che stava in silenzio. Ma più di tutto mi colpì la bellezza dei suo capelli: rossi, folti e vaporosi. La seconda volta che l’ho vista è stata a Napoli, più di 25 anni dopo, alla fine degli anni ’90, d’estate. Passeggiavo sul lungomare, procedendo verso Mergellina, di pomeriggio avanzato. Sentivo della musica in lontananza. Giunto alla Rotonda Diaz, la vidi su un piccolo palco che cantava (o, meglio, faceva finta di cantare), ripresa dalle telecamere di una troupe tedesca (c’erano dei cartelli), con la quale stava girando – penso - uno spot pubblicitario. Quando fui quasi sotto il palco, centralmente, la vidi innervosirsi sempre più e poi interrompere più volte la ripresa, ad alta voce, causando una discreta apprensione nella troupe. Quasi intuendo che fossi io la causa, mi spostai dal punto centrale, sotto il palco, al mio lato sinistro. Ella mi dava, perciò, il suo profilo destro. Il suo nervosismo sparì d’incanto, confermando la mia intuizione. E riprese a cantare. Osservai la sua figura snella ed elegante e i suoi lunghi capelli rossi. E il suo viso di profilo, non più giovane. Dopo poco, me ne andai. Passò un’oretta. Tornando indietro, la rividi. Questa volta la scena dello spot si era spostata nella villa comunale: lei era in piedi, in penombra, una ventina di metri oltre la cancellata che, da alcuni anni prima, delimita la villa, e, sola, aspettava in silenzio che preparassero le apparecchiature di ripresa. Mi fermai e la osservai per alcuni secondi. Lei alzò la testa e mi rivolse lo sguardo. Mi venne per un attimo il desiderio di andare a parlarle, per - o, meglio, con la scusa di - rammentarle lo spettacolo cui avevamo assistito casualmente “insieme” a Milano, e chiederle chi fosse il suo accompagnatore, e perché la trascurasse mentre discorreva col suo amico... Ma avrei dovuto raggiungere uno dei varchi, e temetti di darle fastidio, e che avrei fatto la figura dello stupido, per cui rinunciai. E proseguii.
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