Emma Caracciolo di Torella dei Lombardi, un’emblematica storia di alta nobiltà

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7 Maggio 2020

La principessa che fu prima dama di compagnia della regina Margherita di Savoia morì in miseria in un piccolo centro del Sannio. Figura decadente di un piccolo mondo antico che andava scomparendo, come il prezioso palazzo che la ospitò negli ultimi giorni della sua vita, spazzato via da nuove emergenze urbanistiche e sociali, è oggi dimenticata nei luoghi terreni che furono teatro della sua esistenza. Non si conosce nemmeno di preciso il luogo esatto della sua sepoltura. Ma la Storia non finisce mai di sorprenderci. E infatti…

Palazzo Caracciolo di Torella a Largo Ferrandina, Napoli

Chi si occupa con serietà e rigore di ricerca storica, soprattutto nelle piccole realtà, sa che sono due i principali ostacoli con cui confrontarsi. Il primo è dato dal reperire fonti valide e non il “sentito dire” e nel vagliarle attentamente, pena il rischio di dire qualche cretinata anche grossa. Il secondo è quello di gestire una discreta quantità di passioni umane. Infatti ci può essere colui che, sull’onda entusiastica della celebrazione di qualche personaggio del proprio parentado, ne racconti meraviglie che non corrispondono o corrispondono solo in parte alla realtà. C’è magari il prete di paese che non ti fa mettere le mani nell’archivio parrocchiale temendo chissà che cosa; il lontano discendente “di” che non ti fa vedere le lettere che ti servirebbero per comporre il quadro di una storia; l’amministratore pubblico che spaccia per propri i tuoi risultati pur di soddisfare il proprio malcelato narcisismo e la personale ricerca di gloria (che, purtroppo per lui, non sarà imperitura); il saccente vecchio rimbambito che si spaccia per storico e denigra il tuo lavoro, ecc. ecc. ecc. La casistica è piuttosto ampia e variegata. Almeno, in questo campo, non ci si annoia mai.

Non so se chi abbia l’attitudine alla ricerca storica disponga già di suo di doti come la pazienza e la resilienza, oppure la pazienza e la resilienza siano un dono portato dalla lunga dimestichezza con la ricerca storica. So solo che la Storia guarda dall’alto lo spettacolo delle passioni e passioncelle umane e che il suo giudizio è lento, da era geologica, ma inesorabile, destinato a rimettere a posto le cose più sparigliate dagli uomini. Solo gli stolti non capiscono questa cosa. Un’altra cosa che so per esperienza è che spesso le cose non ti vengono incontro perché tu le cerchi, ma perché sono loro che vogliono trovarti. Come nel caso di questa piccola storia che vi racconto.

Per un tempo imprecisato ho compiuto ricerche sulla figura dimenticata della principessa Emmannuella Caracciolo, di Torella dei Lombardi, e di suo marito, Ferdinando de’ Girardi, marchese di S. Marco, entrambi morti a Pago Veiano, in provincia di Benevento, nel bellissimo Palazzo Marchesale che fu abbattuto dopo il sisma del 1962 e che fu rimpiazzato dall’attuale municipio. Uno dei casi di assoluta mancanza di interesse per il recupero di antiche vestigia dei propri borghi e della smania costruttiva che si impossessò degli amministratori in quel momento storico, perché convinti forse di poter plasmare i centri urbani in maniera futuristica, al passo della società che stava cambiando, nell’ottica di un livellamento sociale che se ne infischiava dei titoli nobiliari, delle prerogative del passato, dell’alto lignaggio e della sempre mal digerita subordinazione del popolino verso i “signori”.

Scorcio di Pago Veiano e delle sue colline

Sui passi della storia di questa donna e di suo marito, mi sono recata a Torella dei Lombardi (AV), dove esiste il notevole Palazzo Candriano, sede del Comune, e dove nessuno sa chi sia, ed all’Archivio di Stato di Napoli, dove un gentile impiegato ha fatto una ricerca che mi ha almeno restituito la data di nascita, a me prima ignota, della principessa. A Torella ho avuto in dono dei libri, in uno dei quali ho scoperto che Giuseppe Caracciolo (del quale è affisso un quadro in una delle stanze del Comune), già sindaco di Napoli, marito (in seconde nozze) della figlia di Gioacchino Murat, era fratello di Emmannuella. Recentemente ho scoperto che anche il marito di una sorella di Emmannuella, o Emmanuella, o Emanuela Caracciolo, Maria Angelica, fu sindaco di Napoli: si chiamava don Gaetano del Pezzo Duca di Caianello e Marchese di Campodisola.

Ci sarebbero altre cose da dire sull’alto lignaggio che interessava il casato di Emmannuella, detta Emma, come anche del suo destino di decadenza, ma ne ho già parlato altrove e potete trovare un po’ di notizie sparse sul web, nonché su un documento che a suo tempo ho caricato sulla piattaforma Academia.edu.  Ed è qui che veniamo al punto dell’evoluzione di questa storia. Perché attraverso quella piattaforma ho avuto modo di conoscere, appunto via web, il curatore del Museo Filangieri di Napoli, il dottor Luca Manzo, incuriosito quanto me da questa figura, il quale mi ha fornito altre notizie sulla principessa.

Premetto che il Museo civico Gaetano Filangieri è dedicato al principe di Satriano (1824-1892), nobile, scrittore, storico dell’arte e collezionista, e si tratta di un museo privato allestito nel quattrocentesco Palazzo Como in via Duomo, dalle parti del Duomo di San Gennaro. Una bella collezione che io stessa ho visitato e che vi consiglio di andare a vedere. Insomma Manzo, per prima cosa, mi ha spedito due fotografie del palazzo napoletano dove i marchesi de’ Girardi alloggiavano, alternandosi con la residenza di Pago Veiano, ameno centro dove avevano i loro feudi, la contabilità dei quali era curata dall’esattore Ciriaco Casalbore.  L’indirizzo, all’epoca in cui loro vi alloggiavano, era via Monte di Dio 74. Oggi la denominazione si conserva come Palazzo Caracciolo di Torella ed è un condominio privato situato nell’attuale via Vasto a Chiaia, Largo Ferrandina 1. Si tratta di una struttura imponente, costruita su tre piani, dotato di lesene giganti con capitelli ionici e balconi con balaustre al piano nobile, sormontati da triangoli e da lunette. Il portale reca uno stemma sostenuto dalla testa gigante di un leone, mentre lo stemma al disopra del balcone del piano nobile reca un curioso elefantino: “testa di elefante nascente” è il simbolo araldico dei Caracciolo. Il Palazzo è stato abitato ai primi dell’Ottocento dalla figlia di Cristoforo Saliceti capo della polizia di Giuseppe Bonaparte, poi nel 1851 vi abitarono il barone Calcagno e lo storico William Temple. La particolarità è che si tratta di uno dei pochi palazzi di Napoli che ha due stemmi in facciata. Tra l’altro esso è sede della stazione dei Carabinieri di Chiaja nonché residenza del generale regionale dei Carabinieri.

Luca Manzo, curatore del Museo e redattore di un catalogo sullo stesso che uscirà poi, mi ha scritto: «Ho ritrovato un conto con lettera di accompagnamento per un lavoro di cucito fatto dalla marchesa. Sono due stendardi ancora esistenti al Museo. Il lavoro di pagato da Filangieri che ho poi controllato essere imparentato con la Caracciolo. Credo che dietro la commessa dei due stendardi ci sia in realtà la volontà di darle un sussidio economico, visto che il costo in lire del 1887 rapportato ad oggi è quanto mai spropositato». Infatti tale lavoro – due gonfaloni con insegne del Comune di Napoli e della famiglia Filangieri – fu pagato la somma di mille lire, equivalenti ad attuali cinquemila euro. Una sorta di sussidio, mascherato da compenso per il lavoro svolto, che Filangieri erogò in questo modo alla Caracciolo per non ferirla. Una delicatezza tra parenti.

La lettera, firmata dalla marchesa e scritta nel 1887, dice così: «Carissimo Principe, sono ben felice essere riuscita a contentarci per i lavori che voleste affidarmi e spero vogliate fare sempre assegnamento su me se posso esservi utile in qualche cosa. Vi accludo il conto generale di tutto avendomelo voi chiesto con tanta insistenza. Graditemi sempre con inalterata amicizia

Vista Emma Caracciolo».

Passiamo dunque alla accurata descrizione del gonfalone, come l’ha redatta Luca Manzo. Dice così:

Emmanuela Caracciolo (1844-1931)

Gonfalone di casa Filangieri

Gonfalone della città di Napoli 1887

Seta, ciniglia, ermisino, tela olona, galloni, cannottigli, fiocchi, argento filato, lamina d’oro

n.inv.565-566

h. cm 200 x 92

iscrizioni: n.inv. 565 MUSEO GAETANO FILANGIERI | PRINCIPE DI SATRIANO

n. inv. 566 MUSEO CIVICO

Bibliografia: Catalogo 1888 nn. 565-566 p. 113-114

Fonti documentarie: AFF A 35 c. 31-32

I due stendardi in seta bicolore – bianca e azzurra per il primo, rosso e giallo per l’altro – portano rispettivamente al centro un prezioso ricamo con le insegne della famiglia Filangieri e della città di Napoli, riprodotte con la croce azzurra su campo argento e lo scudo porpora e oro dell’antico sedile del popolo; issati su assi di legno argentato e dorato cimati da pomelli umbonati dalle rispettive cromature, fanno mostra di sé in cima alla scala elicoidale di piperno.

L’artefice di questi begli esempi d’arte del ricamo è Emmanuela Caracciolo marchesa di San Marco, nota per essere stata la prima dama di compagnia della regina Margherita di Savoia.

Nell’archivio Filangieri si conserva il conto analitico relativo al prezioso materiale utilizzato e il costo della manodopera accompagnato da una lettera confidenziale in cui la marchesa ringrazia Filangieri per la commessa, probabilmente affidatale per celare un sussidio elargito dal principe alla congiunta in momentanea difficoltà economica (AFF A 35 c. 31-32). Completano gli stendardi, le aste (cm 3 x 110) decorate dai “indoratori” Salvatore Cangiano e Luigi De Paola (A 35 c. 52 e 63) mentre i portastendardi in ferro battuto (n.inv. 460-461) furono realizzati dalla ditta Giuseppe Guaita e figli a Torino cfr. scheda…).

Particolare dell’interno di Palazzo Caracciolo di Torella, in una foto di Anna Famiglietti

In tutto questo, fin qui non abbiamo ancora spiegato il perché delle difficoltà economiche. Esse erano legate in parte alla vita dispendiosa, ai frequenti viaggi dei marchesi di San Marco in Francia, nonché alle opere caritatevoli che avevano intrapreso nella città di Napoli ai tempi del colera. La coppia non ebbe figli e decise di adottare legalmente lo scaltro sacerdote Giuseppe Orlando, originario di Pesco Sannita e braccio destro di Padre Pio, che lo ricorda con amore fraterno nel suo Epistolario. Figura potente e controversa, don Giuseppe ebbe un ruolo di primo piano nella nascita dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo, forse il più grande miracolo di Padre Pio in terra pugliese.

La vita della marchesa fu molto triste negli ultimi anni. La morte sopraggiunse in una giornata di giugno del 1931. La scomparsa della nobildonna fu denunciata da due coloni, mentre testimoni dell’atto di morte furono due contadini. Don Giuseppe Orlando, il quale doveva la sua fortuna ai marchesi adottivi, non pervenuto. La marchesa fu sepolta il giorno dopo nel cimitero di Pago Veiano (Archivio Parrocchiale, Registro dei morti, atto sottoscritto da Pasquale Polvere). Ad oggi non sappiamo di preciso dove. I parenti di Orlando affermano che i resti dei marchesi si trovino nella nicchia nella quale riposa anche il corpo del sacerdote. Ma dove, di preciso? Una nicchia? Un semplice contenitore per le spoglie mortali? Non un nome da qualche parte, non una foto di lei, non un fiore per ricordarla. Non la minima conoscenza storica di questa figura, nessuna azione di sensibilizzazione verso un passato forse ancora scomodo per taluni.

Un gesto di civiltà, se non di semplice umanità, sarebbe almeno ricordare lei e suo marito almeno con una lapide, all’esterno o all’interno del Municipio, cioè quella struttura che ha fatto piazza pulita di storie e persone del passato, con la loro vita sofferta e dignitosa.

TAG: beni culturali, Cultura, Storia
CAT: Napoli, Storia

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