Quando il re Borbone scoprì Pompei ed Ercolano e le rese note al mondo

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10 Dicembre 2020

Ieri sera, 9 dicembre 2020, è andata in onda la replica di “Stanotte a Pompei” condotta da Alberto Angela con la consueta maestria. Per chi lo desideri, la puntata è disponibile in versione integrale su YouTube.

Angela ci ha introdotta in quella che è stata la vita della “più viva tra le città morte”, in quel sito archeologico più bello del mondo che accoglie tre milioni di visitatori all’anno da ogni parte del mondo. Si è soffermato su usi e costumi dei suoi abitanti.

Ad onor del vero, una puntata a parte meriterebbe la storia del rinvenimento dei siti di Pompei ed Ercolano, perché ad essa è legata l’opera meritoria dei Borbone nello svelare queste due città al mondo. La storia racconta che all’inizio del Settecento un contadino, costruendo un pozzo, si imbatté per caso in marmi e colonne antiche. Carlo III di Borbone fece scavare in tutta la zona circostante, raggiungendo l’antico teatro di Ercolano e facendo riaffiorano quanto andato sepolto dalla pioggia di lapilli fuoriuscita dal Vesuvio nella terribile esplosione del 79 dopo Cristo. Carlo III era un re che aveva naso e da subito intuì la portata di questa scoperta rivoluzionaria. Pertanto mobilitò l’intero apparato statale e centinaia di militari del Genio. E quello che si scoprì superava ogni possibile immaginazione. Un tesoro di reperti archeologici (ville private, edifici pubblici, terme, basilica, statue di marmo e di bronzo, oggetti preziosi e preziosi affreschi, papiri) sepolto sotto 25 cm di materiali vulcanici solidificati, che ne avevano fermato per sempre gli istanti sconvolgenti vissuti dagli abitanti.

La notizia si diffuse ben presto in tutta Europa, influenzando la nascente cultura neoclassica. Intanto re Carlo III nel 1740 faceva costruire la Real Villa di Portici, dalle parti dell’area degli scavi. Il grande archeologo tedesco Johann Winckelmann visitava l’Herculanense Museum e ne rimaneva affscinato.

Otto anni dopo, nel 1748, Carlo III avviava una nuova campagna di scavi che permetteva di riportare alla luce Pompei, citata dagli storici ma mai individuata prima. Come nel caso precedente, a dirigere i lavori c’era uno spagnolo, l’ingegnere Roque Joaquin de Alcubierre. Tuttavia, la mancanza di reperti di grande valore dirottò di nuovo l’attenzione su Ercolano ed il cantiere di Pompei fu chiuso.

Gli scavi di Pompei  ripresero anni dopo, nel 1754, anche perché era stata ritrovata la Villa dei Papiri di Ercolano e questo aveva riacceso non poco gli entusiasmi legati al mondo dell’archeologia. Fu iniziata anche una catalogazione dei beni che venivano di volta in volta ritrovati. L’idea venne al primo ministro Bernardo Tanucci, su consiglio del quale il sovrano fondò anche la Reale Accademia Ercolanense, preposta allo studio dei reperti ed alla disseminazione della loro conoscenza nel mondo. La Stamperia Reale pubblicava ben dieci volumi delle Antichità di Ercolano, con incisioni su tutto quanto reperito fino a quel momento. Si trattava dell’unica pubblicazione autorizzata sui risultati degli scavi. Una frenesia di ricerche e di sapere che basterebbe a fornire materiale per un film o, appunto, un nuovo documentario.

Carlo III era lungimirante e si era prodigato nel legiferare a favore della tutela dei beni culturali, con tanto di copyright, e cioè con la proibizione di disegnare i reperti dal vivo. Re Carlo ebbe particolare cura nel divulgare le scoperte effettuate. Quando il sovrano lasciò Napoli per salire sul trono di Madrid, nel 1759, si tolse l’anello che aveva sempre portato al dito dal momento del suo ritrovamento a Pompei. L’opera fu dunque proseguita da re Ferdinando di Borbone, anche perché il sito aveva rivelato parecchie sorprese, tra le quali il rinvenimento di una epigrafe riferita alla Re Publica Pompeianorum. All’opera si affiancò anche la moglie Carolina ed i sovrani di Napoli in questa avventura furono coadiuvati dall’ingegnere Francesco La Vega. Venne alla luce la zona dei teatri, il Tempio di Iside, il Foro Triangolare, numerose case gentilizie e la necropoli. Nella Via dei Sepolcri furono rinvenute monete preziose e diciotto corpi di vittime dell’eruzione. Il sito era molto più grande di Ercolano (quest’ultima aveva circa tremila abitanti Pompei dodicimila) ed anche più accessibile, in quanto ricoperta da uno strato di terreno più sottile, di circa 7 cm. I Borbone si accollarono le spese per le opere idrauliche atte a bonificare l’area, delimitando la foce del Sarno con argini in pietra. L’ingegnere La Vega impedì di prelevare i reperti per esporli a Portici.

Vi fu poi la breve esperienza della Repubblica Partenopea e del regno di Gioacchino Murat, durante le quali l’opera di scavo non fu abbandonata, con in più il rilevamento grafico di tutto quanto era emerso.

Dopo i moti del 1820-21 Napoli e dintorni tornarono ad essere una meta ambita dai visitatori stranieri. Si trattava di un turismo di élite, ad uso di aristocratici e di uomini di lettere. Che adesso trovavano arricchita l’offerta culturale attraverso la visita ai siti di Pompei ed Ercolano, mentre fiorivano studi filosofici, economici e finanziari ed il Teatro San Carlo riprendeva il suo ruolo propulsore della musica del tempo. Il tratto di strada, detto del “Miglio d’Oro”, che collegava gli scavi tra Ercolano e Torre del Greco, si era arricchito di sontuose ville fatte costruire dall’aristocrazia napoletana, che se ne serviva come residenze estive.

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CAT: Napoli, Storia

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