Amministrative: un’analisi materialistica di un voto “strano” e di un Pd confuso

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6 Giugno 2016

Lunedì 6 giugno. Che domande dobbiamo porci? 

All’indomani del voto amministrativo che ha coinvolto circa 1300 comuni di cui 25 capoluoghi di provincia le analisi politiche sul voto si sprecano.
Candidati, giornalisti, politici, segretari di partito, comuni cittadini, hanno invaso la rete e i giornali di commenti generali(sti) su quanto emerso dalle urne nella giornata di ieri, in parziale controtendenza con quanto dichiarato oggi dal segretario/Premier del PD secondo il quale, a causa della disomogeneità dei risultati, non è assolutamente possibile trarre un dato politico di carattere nazionale da queste elezioni, il cui esito è, sempre secondo MR, dipeso quasi esclusivamente dalle valutazioni che i cittadini hanno espresso nei confronti delle loro amministrazioni comunali uscenti.
Tuttavia, chi è al vertice di una forza politica che, a differenza delle altre (ricordiamolo!), è presente compatta nella quasi totalità dei contesti politici territoriali e che sempre nella quasi totalità dei comuni al voto ieri era presente sulle schede, o con il suo stesso simbolo o con il simbolo di liste civiche a lui affiliate, non può sfuggire dal costruire una valutazione complessiva dei risultati che la sua organizzazione ha riportato, evitando di nascondersi dietro alla disomogeneità del voto ma analizzando quali dinamiche la hanno influenzata e quale fra le numerose variabili abbia rappresentato una determinante per la realizzazione di uno scenario così frammentato.
Nel dettaglio, se è effettivamente difficile trarre da questo voto una indicazione sullo stato di salute elettorale dei tre principali poli politici del paese, e dunque del Pd stesso, sia perché essi riportano voti estremamente diversi tra loro in contesti territoriali limitrofi, si pensi alla Campania, dove a Napoli il centrosinistra prende poco più del 20% e a Salerno dove invece il suo candidato vince al primo turno con il 72% dei consensi, o al Sud, dove il M5S va molto forte in Sicilia mentre quasi scompare a Cagliari, il tema dal quale ogni forza politica, e in particolare la sinistra, non può rifuggire è quello delle alleanze sociali che essa si candida a rappresentare in ogni contesto territoriale e cittadino. All’indomani del voto amministrativo sarebbe infatti auspicabile, mi azzardo a dire per la qualità del nostro sistema politico, che ogni forza politica si interrogasse riguardo alle alleanze sociali che le tornate elettorali configurano, rigettano, ridimensionano, rimescolano, con le dovute differenze di ciascun contesto cittadino, piuttosto sui propri scenari probabilistici di vittoria alle successive elezioni politiche o referendarie.
Questo è il tema centrale, di cui troppo poco si sente parlare nel commentare i risultati elettorali.
Se è infatti vero che i partiti sono formati e fondati da quei cittadini che decidono di dedicare alla collettività parte del loro tempo, e che dunque essi stessi nascono per rappresentare degli interessi specifici nella società, come la teoria scientifica sul tema ci dice, il Partito Democratico, partito del quale faccio io stesso convintamente parte, all’indomani del voto sui sindaci del 2016, non può esimersi dal chiedersi quali interessi sociali ad oggi incarna nelle istituzioni, quali riferimenti e blocchi sociali si candida a rappresentare, quali istanze a rivendicare, spostando l’analisi non tanto sullo stato di salute elettorale del Partito, non facile appunto da valutare, come già chiarito precedentemente dal suo stesso segretario nazionale, ma sullo stato di salute del Partito in senso lato, attività che appunto dovrebbe essere svolta in corrispondenza di ogni tornata elettorale.

Che risposta darne? 

Posta dunque la difficoltà di costruire un’analisi coerente del peso elettorale dei partiti italiani tutti e posta al contempo la necessità di interrogarsi sul rapporto che oggi esiste tra società e politica, quello che emerge dal voto amministrativo è che i riferimenti sociali del Partito Democratico in molte città italiane non sono più quelli dei ceti popolari e tanto meno del cosiddetto “ceto medio riflessivo”.
Sopratutto guardando al dato di Roma e di Milano, quello che accade è che i candidati del centrosinistra, rispettivamente Roberto Giachetti e Giuseppe Sala, ottengono i loro risultati migliori nei quartieri centrali, dove la qualità della vita e la disponibilità economica dei residenti è nettamente più alta che in alcune periferie di quelle stesse città. Al contrario, il ceto medio-basso che questa crisi economica ha minacciato di declassamento, orienta il suo voto su candidati populisti anti-establishment, grillini o leghisti, come, tra l’altro, il voto austriaco e quello americano dimostrano accadere anche nel resto d’Europa e del mondo.
Le cause di questa situazione sono molteplici e vanno orientate per la maggiore al fatto che il ceto medio declassato ha dimostrato di votare attribuendo genericamente al partito che incarna l’establishment politico le responsabilità del suo declassamento e alla classe politica nella sua interezza, dipinta come corrotta, incapace e disonesta, le colpe della sua difficile situazione socioeconomica, nonostante, nei fatti, la situazione e la ripartizione delle colpe e delle responsabilità sia molto più complicata e complessa di così.
I poveri non votano più a sinistra, nei fatti, semplificando. La ragione? La sinistra è attribuita responsabile di averli resi ancora più poveri.
Ma una sinistra che non rappresenta gli ultimi, gli emarginati, è ancora sinistra?
Sono temi dei quali il Partito Democratico, la più grande forza politica di sinistra del paese, dovrebbe seriamente occuparsi aprendo una seria analisi al suo interno, consapevole però allo stesso tempo che questa situazione dipenda anche dalle scelte politiche e comunicative che l’ultimo gruppo dirigente del Pd ha intrapreso.
Nel dettaglio, mi riferisco a due ordini di questioni, tra loro strettamente correlate: se il Pd viene percepito in maniera ambigua e se pure gli interessi sociali che rappresenta sono ambigui e confusi (da qui il titolo dell’articolo), e se al contrario il voto popolare, tradizionalmente e naturalmente di sinistra, è occupato da forze reazionarie e populiste, è perché in questi anni il Pd stesso non è stato capace di convincere il suo stesso elettorato che le politiche promesse da M5S e Lega, sopratutto in materia economica, sono in realtà per lui sconvenienti e di portare avanti, una volta giunto al governo del paese, riforme maggiormente incisive per la vita e le condizioni materiali delle fasce più emarginate della società.
Mi spiego meglio: il Pd deve recuperare la forza e la convinzione di dire alla società italiana che proporre una flat tax al 15% come fa Salvini contribuirebbe a rendere meno equo e giusto il nostro paese, di raccontare al paese intero che, dove al governo, come a Parma, il Movimento 5 Stelle compie sceglie politiche di destra, di dimostrare che i migranti sono una risorsa per il nostro sistema paese e di condannare fortemente chi alimenta scontri sociali fra proletariato e sottoproletariato come Grillo e Salvini stesso, ma anche di insistere maggiormente sulla grande questione dell’economia italiana, la disuguaglianza, della quale poco si è occupato l’esecutivo guidato dal segretario Renzi.
L’esecutivo di Renzi, con il quale il Partito Democratico vive una grossa identificazione, si è infatti in questi due anni molto occupato della questione istituzionale del paese e di rilanciare l’economia attraverso il tentativo di riattivare i consumi e la domanda interna, auspicando che questa facesse da traino alla crescita del PIL. Per farlo, si è sostanzialmente occupato di tagliare il cuneo fiscale sul lavoro, parzialmente sul capitale, e in generale sul ceto medio, abolendo la tassa patrimoniale sulla prima casa e promuovendo il famoso bonus degli 80 euro, costruendo così implicitamente un proprio riferimento sociale preciso.
Quello che però non è riuscito a fare è dare una risposta a chi in questi anni ha visto fortemente minacciata la sua condizione socioeconomica, occupandosi al contrario prevalentemente di migliorare le condizioni di chi si trova, per una ragione o per l’altra, già in una condizione di relativo favore, come chi, per esempio, possiede già una casa, e dunque si è visto tagliare l’IMU e TASI, o un lavoro e dunque ha ricevuto, se appartenente alle fasce di reddito previste dalla legge, gli 80€ mensili, auspicando che questa liberazione di risorse in tasca ai cittadini ne facesse ripartire i consumi e facesse da traino per l’economia intera, riattivando dunque, in ultima istanza, anche l’occupazione stessa.

Insomma, riassumendo: Il Pd ha perso parte del suo popolo e della società che dovrebbe naturalmente per sua natura rappresentare, questo perché il Pd al governo non ha fatto abbastanza, e non è stato in grado di raccontare che con gli altri al suo posto le cose andrebbero molto peggio.

Che fare?

Quello che l’attuale gruppo dirigente del Pd dovrebbe fare, a mio personalissimo avviso, in relazione con la sua stessa storia e con il ruolo di principale partito di sinistra che ancora oggi il Pd stesso gioca con protagonismo, come dimostrano anche i risultati elettorali di ieri, è controvertite queste tendenze: riprendere a occuparsi della società, ricominciare a immaginarne una sua trasformazione in senso sociale, riappropriarsi di una narrazione in un certo particolare senso materialistica, riaffermare che le ricette economiche degli altri partiti sono reazionarie e regressive, impegnarsi in Europa per la costruzione di un Europa unita e sociale (cosa che, per altro, sta già facendo), e, soprattutto, sfruttare in questi ultimi due anni di governo Renzi l’occasione di affrontare la grande questione della disuguaglianza e del lavoro con serietà e con la grande volontà politica di superarla in senso egualitario.
Il Pd, consapevole che la lotta di classe corrisponda una terminologia forse superata ma anche a una realtà sempre attuale, deve dunque soprattutto ritrovare una mission di trasformazione della società, la quale, a mio avviso, non può prescindere dalla volontà politica di costruire una società nella quale chiunque, a prescindere dalle condizioni sociali di partenza e contesto sociale e familiare in cui è inserito, possa diventare chi sogna di essere.
Parafrasando Renzi, il Pd deve fare il Pd. Se lo fa, non ce n’è per nessuno.

 

TAG: amministrative 2016, centrosinistra, Pd, renzi
CAT: Partiti e politici

7 Commenti

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  1. abonuccelli 4 anni fa

    >MATTEO BROSO
    >BIO
    >19 anni, studente di Economia, Mercati e Istituzioni presso l’Università di Bologna, ex rappresentante degli >studenti, ora responsabile giovani per la segreteria del Partito Democratico.

    voi ve la suonate e ve la cantate, evviva il giornalismo indipendente!

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    1. matteo-broso 4 anni fa

      Credo davvero di potermi considerare totalmente indipendente nei contenuti dei miei post. Mi spiace che lei non riesca a fidarsi. E credo anche che questo pezzo lo dimostri.

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  2. abonuccelli 4 anni fa

    “che le politiche promesse da M5S e Lega”
    stai equiaparando le politiche di M5S e Lega? ma smettila di disinformare per cortesia.

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    1. matteo-broso 4 anni fa

      Sto semplicemente dicendo che, per farle un esempio concreto, uscire dall’Euro come propone Salvini o come ha proposto lo stesso Grillo, sarebbe davvero gravoso per le condizioni sociali dei lavoratori italiani e per il loro potere d’acquisto. Detto questo, il tema centrale del mio articolo riguardava lo stato di salute del Partito Democratico. Mi dispiace che lei invece legga queste righe come un attacco al 5 stelle o alla LN, non era questo l’obiettivo, quanto più quello di portare i lettori a riflettere sul rapporto tra politica e società, e in particolare sul rapporto tra elettori ed eletti del Pd.

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    2. matteo-broso 4 anni fa

      Sto semplicemente dicendo che, per farle un esempio concreto, uscire dall’Euro come propone Salvini o come ha proposto lo stesso Grillo, sarebbe davvero gravoso per le condizioni sociali dei lavoratori italiani e per il loro potere d’acquisto. Detto questo, il tema centrale del mio articolo riguardava lo stato di salute del Partito Democratico. Mi dispiace che lei invece legga queste righe come un attacco al 5 stelle o alla LN, non era questo l’obiettivo, quanto più quello di portare i lettori a riflettere sul rapporto tra politica e società, e in particolare sul rapporto tra elettori ed eletti del Pd.

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      1. andrea-adream 4 anni fa

        Ancora con questa storia dell’euro. L’euro è uno strumento nato solo per avvantaggiare il capitale. Se sente le argomentazioni di chi paventa l’uscita da questo sistema, si accorgerà che invariabilmente vengono citati aspetti collegati al costo del denaro, a quello dei mutui, interessi, tutti fattori collegati con la remunerazione del capitale e la facilità di prendere denaro a debito. Due considerazioni a proposito: l’euro garantisce un basso costo del denaro, ma questo minor costo lo paghiamo mille volte di più in termini di contrazione dell’economia reale. Seconda considerazione è che ovviamente del minor costo del denaro si avvantaggiano coloro che manovrano capitali, mentre i percettori di redditi da lavoro finiscono per essere più o meno indifferenti, se non quando vengono danneggiati dalla riduzione di posti di lavoro e dalla contrazione del costo del lavoro stesso. Ricollegandomi al mio post precedente io mi aspetto da un partito di sinistra (quale NON è il suo) di prendere atto di questo dato di fatto in modo chiaro e portare avanti in europa una lotta per cambiare questo sistema. E se cambiare risulta impossibile, trarne le dovute conseguenze ed agire, se necessario, uscendo da questa gabbia monetarista.

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  3. andrea-adream 4 anni fa

    Ma non le viene il sospetto che il PD stia facendo proprio il PD? Apra gli occhi: la sinistra tradizionale ha venduto l’anima al dio capitale ed il suo partito no fa eccezione. Nel momento stesso che non viene messo in discussione il paradigma del mercato, come unica forza in grado di generare benessere, nulla distingue più la sinistra attuale dalla destra. Antesignano fu Tony Blair, il quale, per conquistare il potere ha deciso di cercare voti al centro, vale a dire tra quella stessa borghesia che sta ora sostenendo il PD. E se volgi lo sguardo al centro è ovvio che alle classi meno abbienti offrirai solo il tuo lato ‘B’, circostanza, questa, che, purtroppo per voi, i ‘sottoproletari ignoranti’, sono in grado di percepire.

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