Andare ad elezioni? Sì, ma per vincerle

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2 Febbraio 2021

Nel 2018 Theresa May, reduce da una sconfitta storica alla House Of Commons, convocò una General Election per ampliare la sua maggioranza e portare a casa la Brexit. I sondaggi la davano il vento in poppa: difficilmente il Labour sarebbe stato in grado di colmare il distacco. Alla testa del Labour, a quel tempo, c’era Jeremy Corbyn, eletto dopo la cocente sconfitta del 2015 a succedere a Ed Milliband. Corbyn fece una campagna chiara, rivolta al futuro e partecipata. E quel distacco che sembrava incolmabile nei sondaggi, alla prova del voto, divenne un pareggio che fece perdere la maggioranza assoluta a Theresa May. 

Nel nostro paese, invece, la sinistra pende dalla bocca dei sondaggi funesti che periodicamente appaiono su giornali e programmi televisivi. Nel mezzo di una crisi di governo che ha sempre più assunto le sembianze di una commedia dell’assurdo, lo spettro del voto è stato usato come minaccia nei negoziati con Matteo Renzi e Italia Viva, che alla urne sarebbero annientati.

Nessuno, razionalmente, avrebbe ritenuto necessario recarsi alle urne prima della crisi innescata dal ritiro delle ministre Bellanova e Bonetti e del sottosegretario Scalfarotto.

Ma ora, alla luce di una sequela interminabile di dichiarazioni e smentite, davanti alla prospettiva di un governo azzoppato e dipendente dai capricci di Renzi, non si può più negare la realtà: un governo non c’è. 

E le urne rappresentano l’unico sbocco di questa folle crisi: un governo di scopo che porti avanti una legge elettorale conforme al taglio dei parlamentari, evitando le distorsioni che questo causa, una strategia di lungo termine per arginare la diffusione del virus e, contemporaneamente, un piano di sostegni all’economia piegata non dalle restrizioni ma, appunto, dal contagio. E, nonostante le persistenti perplessità che ho avuto modo di esprimere qui, si renderebbe necessaria una coalizione tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e la sinistra di stampo Socialista Democratico.

Ma le elezioni, si dirà, rappresentano una vittoria certa della destra nazionalista, reazionaria e negazionista.

Questa è, di certo, una possibilità. Tuttavia un governo inefficace e traballante consegnerebbe in ogni caso il paese alla destra, pronta a sfruttare il disagio economico e sociale dovuto alle misure restrittive per imporre la propria narrativa. 

Per questo, qualora si dovesse arrivare alle urne, la sinistra non dovrebbe presentarsi come “i responsabili”. La retorica del “socialismo o barbarie“, che ha sempre di più abbassato la qualità dell’offerta politica della sinistra, non è più adeguata ai tempi che viviamo.

La pandemia, oltre al dolore per la perdita di migliaia di persone in Italia e milioni nel mondo, ha scoperchiato il vaso di Pandora.
Le conseguenze politiche di scelte perpetrate da trent’anni a questa parte oggi stanno emergendo con forza, a partire dalla concentrazione delle ricchezze.

Davanti a questi problemi la sinistra non può più permettersi di limitarsi a limare le asperità. Serve una sinistra in grado di immaginare un futuro e costruirlo, che si riprenda, come dice Lakoff, il discorso politico.

Scelte radicali, dall’ambiente alle disuguaglianze: una riforma fiscale progressiva che sposti il peso della tassazione dal reddito al patrimonio con l’introduzione di una patrimoniale e una riforma della tassa di successione; un fondo pubblico per l’innovazione coadiuvato da un sistema di agenzie pubbliche affinchè gli investimenti perseguano obiettivi sostenibili e inclusivi; un ripensamento della mobilità, delle città e del loro rapporto con le campagne; un welfare state inclusivo che garantisca l’uguaglianza tra i sessi e fornisca garanzie ai giovani e ai più anziani che vedono il loro lavoro minacciato dall’automazione; una politica migratoria che si possa definire dignitosa.

Le proposte, però, non devono essere imposte dall’alto. Il sempre più ampio distacco tra eletti ed elettori ha avuto come conseguenza l’emergere, sempre più preoccupante, di partiti che attraverso una retorica populista portavano avanti progetti politici reazionari.

Se non vuole farsi annientare, la sinistra deve scendere dalla torre d’avorio della responsabilità. Riascoltare le paure, l’insoddisfazione, i timori delle persone. Coinvolgendo da una parte la popolazione e dall’altra il patrimonio di competenze della sinistra che si ritrovano nelle università, nelle associazioni, nei think tank, stendere un programma politico che non guardi alle prossime elezioni, ma a come vogliamo il paese nei prossimi 50 anni.

TAG: elezioni, movimento 5 stelle, partito democratico, renzi, sinistra, zingaretti
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. cyrana56 2 mesi fa

    caro zinga, con questa ultima mossa contro i cittadini, scordatevi di governare per i prossimi 30 anni. O credi che siamo ancora tutti con l’anello al naso e non si sappia che dietro Renzi c’era non solo Confindustria ma una parte del PD tanto stupida da pensare di poterlo gestire? Avevate paura della sua popolarità, che potesse fondare un suo partito (siete proprio corti di cervello ad averlo pensato…), di non poterlo gestire grazie al consenso che riscuoteva. Ci rivediamo a Filippi! Il popolo che voi credete inferiore e “da educare” farà giustizia nelle urne, ma non per una sola legislatura.

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