Per la scommessa riformatrice Gentiloni rimanga Presidente del PD

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14 settembre 2019

L’accordo di governo con i 5 stelle puo’ aiutare il PD ad andare oltre al partito renziano della ZTL, che parla solo a chi ce l’ha fatta, nella consapevolezza che il successo non sia sempre frutto del talento ma dipenda da fattori occasionali e casuali per ricostruire un partito capace d’interpretare il disagio, di difendere con la stessa intensità non solo le libertà civili, ma tutte le libertà rooseveltiane: la libertà dal bisogno e la liberta’ dalla paura.

I 26 punti del programma di governo devono essere la traccia sulla quale costruire un’alleanza che possa essere portata sul piano regionale e locale, in particolare sulle politiche ambientali la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, non deve limitarsi ad elencare le opere da realizzare in tempi brevi ma stimolare profondi cambiamenti culturali in scelte che non possono essere ispirate da Piani Regionali come il PRIT emiliano-romagnolo 2025 che sono ancora incentrati sul trasporto su gomma ed il consumo di suolo.

Con la nomina dei sottosegretari si è completata la formazione del governo. Nonostante si potesse fare di più per valorizzare competenze al di la’ dell’equilibrio correntizio in ogni dicastero il Partito Democratico ha figure di rilievo con le quali puo’ avviare la svolta riformatrice necessaria. La scelta di Andrea Orlando di restare fuori dall’Esecutivo e di Nicola Zingaretti di rimanere alla guida della Regione Lazio testimoniano non solo la fine della vocazione maggioritaria del PD ma anche il ritorno alla cultura post-comunista anni ’90 del predominio del Partito sul governo.

Il PD non solo si sta allontanando dal modello a primarie aperte del Partito Democratico americano che era stato il punto di riferimento identitario nella fase di fondazione, ma anche dalle strutture di tutti i partiti europei che mantengono nella stessa figura la leadership e il ruolo di capo delegazione al governo.

Nei partiti europei infatti si sceglie frequentemente di avere la figura del Segretario generale che guida il Partito e del Presidente che guida il governo se di maggioranza relativa o che è capo della delegazione con il dicastero più pesante.

Il Partito Democratico ha scelto in modo anomalo di non dare il ruolo di capo delegazione come sarebbe in ogni Paese al ministro dell’Economia che è finalmente un politico puro dai tempi del governo D’Alema, ma al ministro dei Beni culturali.

A completare non solo la separazione tra governo e partito ma il predominio del Partito c’è la scelta annunciata di sostituire Paolo Gentiloni nel ruolo di Presidente di Assemblea Nazionale dopo solo sei mesi dalla sua elezione.

Nonostante l’articolo 17 del Trattato di Maastricht richieda ai commissari requisiti di imparzialita’ e indipendenza, Gentiloni potrebbe rimanere alla presidenza per testimoniare la stretta connessione tra ruolo di Commissario Europeo e garante dell’ unità del partito.

L’assemblea nazionale si riunisce 3 volte l’anno e non esiste nessuna incompatibilità, il rischio vero è che si ritorni ad un modello di partito anni’90 che sarebbe una scissione silente dalle ragioni fondative del PD, al di là del sistema elettorale.

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CAT: Partiti e politici

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