post-verità, post-politica e “social”ismo

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18 Gennaio 2017

Nel dibattito sulla “post-verità” (post-truth) e sul suo ingresso nella politica si parla parecchio di bufale (che in realtà ci sono sempre state), molto della Rete (che è solo un supporto più efficiente), ma troppo poco del vero punto della questione: perché oggi le incoerenze e le bugie da parte dei politici sono così frequenti e, soprattutto, perché  non hanno il minimo impatto sulle intenzioni di voto?

Un tempo le cose erano relativamente semplici: i fatti erano quelli raccontati da un’autorevole e univoca fonte ufficiale (i giornali o la tv); la loro interpretazione era plasmata sullo schema ideologico del proprio partito di riferimento e l’elettore riusciva facilmente a distinguere la verità dalla menzogna. Oggi, invece, il moltiplicarsi delle fonti di informazione e il tramonto dei modelli interpretativi del passato rendono difficile orientarsi anche ai cittadini più istruiti e motivati (un esempio da manuale è il dibattito nostrano sull’occupazione).

In questo oceano di incertezza sguazzano i populismi, che offrono una visione molto semplificata della realtà: da una parte c’è il popolo, innocente e vessato, di cui il leader populista si propone come campione; dall’altra il nemico, una élite variamente identificata (i burocrati europei, le multinazionali, la grande finanza, ecc.). Questa banalizzazione ha il pregio di restituire ai cittadini una rudimentale comprensione della realtà sociale e per questo risulta molto attraente, soprattutto se il leader in questione è un abile comunicatore.

Dalle nostre parti (probabilmente per ragioni storiche e culturali) funziona alla grande la cosiddetta anti-politica, che identifica l’élite con il Palazzo, cioè il ceto politico nazionale: dalla Roma ladrona di Umberto Bossi  ai politici ladri di Beppe Grillo, passando per la rottamazione di Renzi, è questa la via più utile a guadagnare consenso per chi si professa estraneo al sistema. Se però l’outsider conquista un seggio in Parlamento o addirittura un importante ruolo di governo, i nodi vengono al pettine: perché la politica anti-politica è una contraddizione in termini e lo sforzo equilibrista di tenere insieme le due cose genera continue contraddizioni e giravolte. Così, ai primi avvisi di garanzia il partito giustizialista si converte al garantismo; la maggioranza che voleva tagliare i costi della politica riformando la Costituzione rinvia in Commissione il disegno di legge che riduce le indennità dei parlamentari e il leader che si dichiarava pronto a lasciare la politica in caso di sconfitta brama nuove elezioni per prendersi la rivincita.

Quando l’anti-politica entra nel Palazzo nasce dunque ciò che potremmo chiamare post-politica: un’azione ondivaga (a volte pudicamente etichettata come post-ideologica), in cui le scelte compiute smentiscono i valori e i princìpi professati, o addirittura le scelte precedenti; i proclami altisonanti sono rinnegati da una realtà mediocre, fatta di tatticismi e compromessi; logica e coerenza si barattano allegramente con qualche slogan o hashtag ben riuscito (#onestà, #noeuro, #bastaunsì ecc.). Una volta sdoganate le contraddizioni, è difficile per i politici più disinvolti non cadere nella tentazione delle “sparate” o delle vere e proprie menzogne: la post-verità diventa così il pane quotidiano della post-politica.

L’indifferenza degli elettori verso le incoerenze e le ipocrisie ha diverse spiegazioni. I militanti, o comunque i più coinvolti, tendono a minimizzarne l’importanza quando provengono dal loro partito di riferimento, perché prevale l’esigenza di non interrompere un’emozione (che sia l’entusiasmo per il leader o il rancore contro l’élite); i cittadini più disincantati sono invece rassegnati all’idea che tutti i politici mentono, per cui tendono pragmaticamente a sostenere quello con cui si sentono più in sintonia, pur senza fidarsene fino in fondo.

In entrambi i casi, gli elettori sembrano accettare consapevolmente la post-verità come strumento normale della politica, il cui ubi consistam sembra ormai risiedere in una nuova qualità: l’efficacia evocativa della narrazione. In un certo senso, è come se nella mente dei cittadini le valutazioni politiche si fossero sganciate dalla realtà e si nutrissero solo di quanto viene comunicato dai leaders, in una sorta di volontario auto-inganno.

Potremmo sorprenderci di questa attitudine cognitiva, se non la conoscessimo fin troppo bene perché la sperimentiamo ogni giorno nella nostra “vita virtuale” sui social media (Facebook, Twitter, Instagram ecc.): tutti noi siamo abituati a condividere con gli amici solo i nostri successi, mentre nascondiamo fallimenti e contraddizioni; seguiamo persone e siti che rispecchiano i nostri gusti e le nostre opinioni, trascurando quelli diversi e, quando li incontriamo, reagiamo con la polemica e il duello verbale, che ci servono più per confermarci nelle nostre idee che per confrontarci con quelle altrui. I social ci assecondano in questa costruzione del nostro confortevole micro-mondo virtuale, perché i loro algoritmi tendono a proporci personaggi, notizie e commenti selezionati in base alle nostre preferenze: essi diventano così delle “camere dell’eco” (eco chambers), nelle quali distinguere le post-verità diventa ancor più difficile.

Da parte loro, i leaders politici usano sempre più spesso tweet e post non solo per comunicare tra loro (soltanto i più vetero usano ancora le antiquate interviste e i comunicati stampa), ma anche con il loro popolo (dal #matteorisponde ai ‘cinguettii’ di Salvini ai video facebook dei pentastellati). In questo modo, la post-politica finisce per coincidere con la narrazione social dei vari vip di partito: forse non è esagerato dire che dal populismo stiamo approdando a ciò che potremmo chiamare socialismo, in un’accezione della parola del tutto nuova e per molti aspetti inquietante.

Viene da chiedersi se in questo processo i leaders siano le vittime o i carnefici: se, cioè, siano stati travolti dall’ingresso della Rete nel dibattito pubblico, oppure stiano sfruttando consapevolmente le sue potenzialità manipolatorie. Forse la verità sta nel mezzo; di certo, il ruolo dei social nella vita politica (non solo nazionale) è un tema del quale dovremo occuparci e preoccuparci sempre di più

 

 

 

 

TAG: politica
CAT: Partiti e politici

2 Commenti

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  1. evoque 4 anni fa

    Mi piace l’analisi contenuta nell’articolo. Anche se trovo piuttosto forzato il tentativo di mettere sullo stesso piano Renzi Grillo Salvini.
    “Rottamare”, il termine è brutto siamo d’accordo, è diventata una necessità imprescindibile in questo Paese, in cui gente come, un nome a caso…, D’Alema è lì che pontifica da decenni e decenni, pur dopo le decisamente poco brillanti dimostrazioni di sé quando ne ha avuto l’occasione. “Roma ladrona” è invece una generalizzazione intesa esclusivamente ad aizzare chi è estraneo alla razionalità. Del vero federalismo di cui parlava Miglio che ne è stato? Essì che la Lega è stata determinante nel decennio di governo berlusconiano… Lo stesso vale per Grillo, che in questo momento è pure peggio Salvini: Grillo si propone come antisistema, anti-tutto, facendo leva sulle molte menti semplici che sono attratte – per ragioni più attinenti alla psiche dei singoli che alla realtà oggettiva – dal messaggio distruttivo che promana dal movimento padronale e commerciale, naturalmente non ponendosi domande sul dopo. Dopo che hai distrutto, che cosa fai? Mettiamo una come la Raggi? Che cosa si può fare dunque? Che cosa può fare chi ancora conserva un minimo di lucidità? Purtroppo, temo, ben poco. Può aspettare che l’innamoramento per i populisti passi: è passato anche quello per Berlusconi…

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  2. silvia-bianchi 4 anni fa

    Renzi, Grillo e Salvini condividono l’approccio populista (più o meno spiccato): ognuno ha individuato i suoi “nemici del popolo”, ma poi si è ritrovato dalla stessa parte del nemico (Renzi ha dovuto venire a patti con i “dinosauri”, il M5S a Roma si trova in mezzo agli avvisi di garanzia, Bossi si è trasferito a “Roma ladrona”) e lì sono nate le contraddizioni… l’analogia fra i tre è tutta qua.
    L’innamoramento per il singolo populista può anche passare, ma il rischio è che dopo di lui arrivi un populista ancora peggiore: sarà inevitabile se la politica non riacquista una dimensione non solo “virtuale”, ma reale – nei social di solito ha successo chi la spara più grossa… non so come si potrebbe fare, ma credo che “tornare alla realtà” sia l’unico modo per rimettere la politica al suo posto, dove ora sta la “post-politica” ;)

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