Sì, togliere la fiamma, ma molto più pericoloso è il programma della destra

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15 Agosto 2022

In questi giorni si fa un gran parlare del simbolo della fiamma presente nell’emblema di Fratelli d’Italia. La senatrice Liliana Segre chiede di toglierlo, e molti a sinistra e al centro hanno ripreso questa, per altro giusta, sollecitazione. L’immagine richiama – si dice – la fiamma che arde sulla tomba di Mussolini, e si porrebbe come eredità ideale della sua memoria. Una volta, quel simbolo aveva come basamento un trapezio in cui era scritto M.S.I, acronimo di Movimento sociale italiano (ma anche evocatore di R.S.I [Repubblica Sociale Italiana]): era chiaro allora il valore simbolico della M. (iniziale di Mussolini, che durante il regime era diventata quasi icona religiosa — ricordo nella mia città di nascita il Palazzo M, ad esempio, chiaro omaggio al Capo). La fiamma fu ripresa da alcuni partiti di destra europei, come si può vedere da questa immagine.

È sicuramente giusto chiederne la rimozione, se si vuole coronare la rivendicata abiura del fascismo e delle leggi razziali fatta da Giorgia Meloni.

Ma perché, oltre ad aver fatto abiura del fascismo e delle leggi razziali, Giorgia Meloni non l’ha fatta anche di Giorgio Almirante? E invece questo non consta, anzi. Tanto più che – pare – l’ispiratore  del marchio fiammato sarebbe proprio Almirante, al quale sia la Segretaria di FDI che il partito nella sua totalità continuano a tributare una  memoria riconoscente, qualificandolo come un “patriota” (aggettivo che pare aver un valore particolare, quasi un richiamo identitario, nell’uso che ne fa l’internazionale sovranista – da Trump a Orban, passando per Putin, i leader polacchi, Salvini e la stessa G.M.)

Andrebbe ricordato – ma i lettori degli Stati Generali sicuramente lo sapranno già – il ruolo di Almirante nel Regime Fascista, quando a 24 anni, sulla rivista  Difesa della Razza, scriveva queste cose:

«Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue»
(Giorgio Almirante, 5 maggio 1942).

Abbiamo anche sentito che – per aver detto di togliere la fiamma – la senatrice Segre è stata fatto oggetto di un vergognoso attacco personale perché suo marito, Alfredo Belli paci, ex deportato militare e anticomunista conservatore monarchico, avrebbe aderito al movimento di Almirante. Su questo attacco rilevo due cose, la prima, secondo  quanto detto dalla stessa  senatrice , e che a quel tempo Almirante stesso aveva rinnegato (almeno a parole) il suo passato razzista, ma che nonostante questo la scelta del marito causò una crisi matrimoniale che si risolse con la cessazione dell’impegno politico di Belli Paci; La seconda, è che l’attacco della destra alla senatrice Segre si configura come una fallacia del tu quoque che non toglie minimamente valore all’argomento in sé, cioè dell’essere assolutamente inopportuno l’uso di un simbolo legato al fascismo della RSI. Strano che non sia stato evocato (ma potrei sbagliarmi, del resto il mare dei social è veramente ampio) un altro dispositivo dell’argomento, e cioè il fatto per per decenni nell’Italia repubblicana, ci fu un partito (anzi più d’uno) che usava come emblema la falce e il martello, simboli tra l’altro, del totalitarismo sovietico e cinese.

Tuttavia, nonostante che io sia totalmente d’accordo con Liliana Segre e con quanti sollecitano la cancellazione di quel simbolo – che  di per sé ha un forte valore attrattivo per una gran parte dell’elettorato di destra estrema – penso che sia non fondamentale continuare con questa polemica ora. Sia perché,  giustamente, si potrebbe obiettare che il simbolo in questione è presente da settant’anni e più, sia perché, molto più concretamente, a preoccupare sono le proposte elettorali attuali della destra, proposte che si configurano come sovraniste, securitarie, presidenzialiste, antieuropeiste, antiegalitariste, nemiche della diversità, limitatrici dei diritti civili etc etc. Per una analisi dettagliata si può leggere, tra i tanti,  questo articolo della Fondazione Feltrinelli. Il programma della destra dovrebbe spaventare, ed è questo andrebbe continuamente ribadito. È su questo che si dovrebbe fondare quel che resta di questa breve e insolita campagna elettorale. Quel programma mira, in sintesi, a fare dell’Italia un’autocrazia conservatrice, allineandosi all’Ungheria, alla Polonia, alla Russia di Putin, e Dio non voglia, all’American first di Trump).

Post Scriptum

Di per sé la fiamma non è necessariamente un simbolo di destra. Giova ricordare, per curiosità storica, che essa fu usata ben prima del ’46 da un movimento che partecipò in maniera fondamentale all’antifascismo, sia durante il regime, che durante la Resistenza, Giustizia e Libertà.

Questo non toglie che quella fiamma era diversa da quella di FDI. Ma a me questa è l’unica che piace, e andrebbe rievocata più spesso. Sempre, Insorgere e Risorgere!

PPS.

Pro memoria per riconosce l’Urfascismo secondo Umberto Eco

 

 

TAG: fascismo, fiamma tricolore, fratelli d'italia, giorgia meloni, Giorgio Almirante
CAT: Partiti e politici

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