Non andrà tutto bene: la crisi economica, sanitaria e climatica

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3 Marzo 2021

Qualche settimana fa scrivevo che ci eravamo seduti su una bomba atomica: il clima di ottimismo alleggiava nel nostro paese mentre le varianti impazzavano nel silenzio generale.

Ora quella bomba è scoppiata.

La B.1.1.7, quella che viene comunemente chiamata “variante inglese”, a breve diventerà dominante, causando un’impennata dei contagi. Oltre a una maggior contagiosità, questa variante sembra essere più letale, comportando ancora più sofferenze e perdite.

In meno di un mese ci troveremo davanti a numeri ancora sconosciuti al nostro paese- 50mila, forse 60 contagi giornalieri, come ha scritto Giorgio Parisi. Ormai è troppo tardi, i buoi sono scappati: ci aspetta un mese o due di morti, ospedali intasati, immagini che speravamo di aver lasciato nel passato. D’altronde, la storia dell’ultimo anno è fatta, per la maggior parte, di occasioni sprecate. A maggio il governo Conte dichiarò di volersi ispirare alla Corea del Sud, puntando sulla sorveglianza attiva e su interventi quanto più circoscritti e preventivi. E invece a ottobre, quando la curva dei casi ha cominciato a fare paura di nuovo, si è preferita la via della moderazione. Mentre i paesi confinanti adottavano misure stringenti per fermare il contagio, dilaniati dall’epidemia, noi stavamo a guardare, dimenticandoci della lezione di marzo scorso, dove l’Italia venne colpita per prima.

Ovviamente a complicare la situazione nel mese di febbraio c’è stata un’incomprensibile crisi politica, aperta da un personaggio deplorevole come Matteo Renzi, con finalità pretenziose e perniciose. Mentre la politica era impegnata nei giochini di palazzo, il virus si diffondeva e la situazione mostrava segni di cedimento.

L’unico modo per attenuare i danni sono misure restrittive più stringenti. Tra queste la chiusura di bar e ristoranti, centri estetici e per la cura delle persona, i negozi non essenziali.

E le scuole. Su questo tema credo valga la pena soffermarsi. A dicembre, proprio qui, avevo cercato di mostrare come la Didattica a distanza non è quella panacea che si pensa. Ma, come diceva Keynes, quando la realtà cambia, così cambia la mia opinione: se l’epidemiologia non ha una risposta univoca al contributo delle scuole al contagio, tuttavia oggi assistiamo a un proliferarsi dei focolai scolastici. Quindi siamo davanti a una scelta sofferta: chiudere ora sperando di poter riaprire il più presto possibile o arrivare al punto di rottura.

Senza misure forti e immediate, assisteremo a una vera e propria carneficina. Ben peggiore di quella a cui abbiamo assistito nelle precedenti ondate. 

Il rischio, inoltre, è che questo virus si ripresenti nei mesi invernali, magari mutato per via della scelta che non esito a definire omicida di riservare i vaccini agli Stati Avanzati, lasciando l’Africa nel braccio della morte.

A rendere il tutto più delicato c’è il morale della popolazione.

Non credo sia uno statement controverso affermare che le nostre concittadini e i nostri concittadini- me compreso- sono ormai prostrati dalla situazione. Da un anno la vita pubblica e privata procede con il contagocce.

A esserne più toccati sono i giovani. Le misure di confinamento e, in generale, restrittive comportano un pressochè totale annullamento della socialità. Ma è proprio lì che si svolge la vita d* adolescenti e giovan* adult*. Le esigenze sociali, quindi, non possono essere derubricate a puro egoismo: rappresentano invece il nucleo fondante dell’essere umano. Per questo è necessario calibrare la necessità di salvare vite con quella di garantire la realizzazione-non piena ma minima- dell’essere umano. 

Ma la crisi sanitaria non è l’unica nostro preoccupazione. Quest’anno di pandemia ha dilaniato un’economia non ancora ripresasi dalla crisi precedente. Il Governo Conte, pur avendo messo in campo strumenti necessari come il blocco dei licenziamenti, non ha saputo rispondere adeguatamente. Misure come il Bonus 110% rischiano di fare un buco nell’acqua e di acuire ancora di più il disagio sociale, essendo a beneficio della popolazione più agiata.

Il Governo Draghi, convocato proprio in virtù della sua caratura per rispondere ai bisogni urgenti della popolazione, non sembra aver imboccato la strada giusta. La nomina di Francesco Giavazzi a Consigliere Economico del Presidente del Consiglio non può che lasciare perplessi, viste le uscite quantomeno azzardate fatte negli anni precedenti. Anche le uscite del Presidente del Consiglio appaiono discutibili. Nel suo discorso alle Camere, ha dichiarato che gli aiuti non saranno più a pioggia: il mercato farà il suo corso e l’economia si trasformerà.

Nulla di più errato: nonostante i giornali parlassero di distruzione creatrice, quella a cui Draghi alludeva è, scuserete il termine, carneficina sociale. Una politica di questo tipo porterebbe a una compressione della domanda e Draghi, da fine economista, dovrebbe conoscere gli studi sull’Isteresi: un’economia martoriata da queste politiche durante una crisi esogena ne uscirebbe a pezzi.

Il fallimento del tessuto di PMI italiane deprimerebbe ancora di più la domanda interna, riducendo i consumi e gli investimenti. E appaiono ancora più folli le dichiarazioni provenienti da una certa parte politica che vedono nella crisi economica una possibilità di modernizzazione del paese supportata dalla tagliola del mercato. Una battaglia, oggi, che ha come bersaglio il blocco dei licenziamenti.

Si sostiene che sbloccando i licenziamenti i lavoratori si indirizzerebbero verso professioni più digitali, innovativi, con un aumento della produttività. Premesso che la situazione odierna non lascia spazio a settori in crescita, questo tipo di osservazione è un chiaro sintomo della “solitudine dell’agente rappresentativo”. La rivoluzione digitale, a cui prestiamo poca attenzione, ha bisogno di politiche di sostegno, formazione. Non si può chiedere a un* commess* che viene licenziat* perchè il suo lavoro è stato automatizzato di reinventarsi esperta di Machine Learning, così come non lo si può chiedere a una delle tante persone che hanno perso il lavoro in questi mesi.

La crisi economica in cui ci troviamo richiederebbe politiche economiche non convenzionali. Nonostante i governi si siano infatti fin da subito impegnati a garantire ristori e strumenti a supporto delle aziende, come la Cassa Integrazione, l’entità del problema non può che rendere difficoltoso e scarso l’aiuto.

Come ha scritto Galì, il tempo dell’Helicopter Money è giunto.

Ma questo non, ancora una volta, non basta. Come scriveva a inizio pandemia il direttore del The Guardian ciò che viviamo oggi con la crisi sanitaria è solo l’assaggio di quella climatica. 

Non solo la nostra economia, ma anche la nostra vita, deve essere ripensata alla luce di ciò. Ciò non significa abbandonare l’idea di progresso: come sostiene Mariana Mazzucato, è necessario comprendere che non si può guardare solo al tasso di crescita, ma anche alla sua direzione.

Una volta finita la crisi sanitaria, la crisi economica non si potrà vedere se non attraverso le lenti di quella climatica. E per farlo non bastano le proposte dell’economia mainstream. Serviranno idee nuove e ambiziose, che puntino sull’innovazione, sull’intervento dello Stato come catalizzatore, sull’inclusività. Senza questi ingredienti, la distruzione creatrice di Schumpeter sarà solo distruzione.

 

TAG: blocco dei licenziamenti, coronavirus, crisi, crisi climatica, Draghi, economia, giavazzi, giovani, Helicopter Money, lockdown, mazzucato, pandemia, virus
CAT: Partiti e politici, Sanità

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