Dal lockdown al languishing, tutti i guai che la pandemia ha portato con sé

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29 Aprile 2021

Si chiama “languishing” ed il termine è stato coniato dal sociologo Corey Keyes. È quella mancanza di gioia che non si traduce né in depressione, né in burnout, né in un difetto di speranza. È, semplicemente, l’assenza di uno scopo nella nostra vita. Ovvero un qualcosa che ci impedisce di prosperare, di guardare con fiducia al futuro, perché in una situazione sospesa come quella che ha portato con sé la pandemia da un anno a questa parte, niente può più essere programmato o dato per scontato.

Da qualche giorno la parola “languishing” è entrata nel vocabolario del pianeta, insieme ad altri termini entrati nell’uso di questa epoca di malattia e di morte, quali “distanziamento sociale”, “mascherine”, “telelavoro”, “dad” e altro.

Per il New York Times che ha lanciato la notizia del “languishing”, esso sarà lo stato d’animo dominante nel 2021 e gli effetti si vedranno a lungo termine. Cioè tra dieci anni le persone che adesso vivono la mancanza di motivazione e concentrazione soffriranno di depressione e di disturbi di ansia.

La pandemia ci fa entrare nella sua atmosfera psicologica da tramonto di un’epoca e questa crisi a livello psicologico si accompagna ai già tanti disastri che il Covid ha fatto all’economia su scala planetaria.

Pare che l’antidoto a questa nuova forma di malessere esista. Innanzitutto è importante dargli un nome, perché è importante fare chiarezza nelle proprie emozioni per gestirle al meglio e, in questo caso, si tratta di un’emozione che stanno sperimentando moltissime persone. Poi, dedicarci a qualcosa che ci appassiona, fosse anche solo curare le nostre piante preferite. Infine, dedicare a se stessi tempo, attenzione e amore. Una cura che deve essere superiore a quella che ci dedichiamo in periodi più normali della nostra esistenza.

Ma anche uscire dai nostri account e sperimentare la bellezza della vita di fuori, per evitare di essere sommersi da un defatigante telelavoro (anche questo sfinimento derivante dalle nuove e prolungate forme di connessione ha un nome: Zoom Fatigue).

Insomma, la pandemia ci sta dicendo che il bene più prezioso delle nostre vite, il tempo, deve essere impiegato in maniera più intelligente ed all’altezza delle nostre aspettative. Persi come siamo tra mille inutili incombenze, trafile burocratiche (il vero e proprio male dei nostri tempi), chiacchiere inutili come quelle infinite sui social, che spesso finiscono in litigi ed insulti.

Dobbiamo riappropriarci del nostro tempo vita e di un rapporto rinnovato e genuino con la natura, con il nostro prossimo, e soprattutto con noi stessi.

Credit photo: Instagram

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CAT: Psicologia

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