Vittime e carnefici

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1 Luglio 2017

Quando l’esistenza assurgerà finalmente al grado di vita, di piena consapevolezza, diversi aspetti di noi stessi saranno risolti, saranno forse migliori.
È la tanto ambìta, encomiata pace interiore. La tregua col principale nemico di ogni essere umano: l’altro sé.
Psicologicamente qualunque soggetto è attratto dalla facilità generosamente elargita dal comportamento vittimista, talvolta adottato a ragione in risposta a torti ricevuti. Purtroppo però, spesso, tale comportamento rischia una pericolosa degenerazione verso l’abitudine più consunta. Ci fa sentire adontati il vittimismo, ci pone automaticamente sul trono di una trionfante attesa mal-concepita. Aspettiamo il gesto riparatore del carnefice, riservandoci il preciso potere di un’arbitraria opzione: perdòno, indifferenza, punizione, freddezza. Al contempo, assecondando personali inclinazioni caratteriali, potremmo addirittura scegliere di nutrire il sospetto sulla credibilità della nostra controparte relazionale, o di mettere all’ingrasso la sfiducia già tradita.
Lo smacco, la ferita sono lesioni che percepiamo tali, ma che, meno raramente di quanto crediamo, assumono gli insospettabili connotati di tornanti imprevisti apparsi sulla strada, che mettono alla prova l’abilità nella guida e che, se vissuti formativamente, attraverso una necessaria e nitida consapevolezza, svelano angolazioni sommerse delle nostre umane fragilità e delle debolezze insite nei più svariati tipi rapporto.

All’improvviso, però, succede qualcosa che difficilmente era possibile prevedere: la tendenza all’autocommiserazione, la ricerca ossessiva di un qualunque indizio finalizzato a smascherare l’altrui disonestà, doppiezza, ambiguità, s’interrompe bruscamente. E persino il vittimista più blasonato getta rabbiosamente dalla mensola i trofei assegnati nelle troppe competizioni, dove ostentava invitto il suo primato di chiaro, fedele, integerrimo cavaliere senza macchia, perché stavolta il reo confesso altro non è che egli stesso.

Come si può, negli anni, esaminare continuamente gli altrui sentimenti, verificarli a sorpresa, esercitare pressioni oltre il limite dell’umana sopportazione, rinfacciare presunti errori, rimproverare percepite disattenzioni, avviluppare, soffocare, e poi allentare di colpo la presa perché travolti da un intenso, diverso coinvolgimento che rivolge lo sguardo altrove? È banale opportunismo, intima superficialità o negli abissi di una simile violenza emotiva alberga una spiegazione più profonda, remota?
Tutto dipende dal significato che attribuiamo alla persona che ci ha delusi. Se uno scambio reciproco è avvenuto, vale forse la pena lasciare nella landa desertica di una comprensibile amarezza, un piccolo spazio ristoratore per l’analisi, la comprensione.

Il possesso, escludendo dalla contingente valutazione pseudo-diagnostica la declinazione della violenza fisica, può essere concettualmente paragonato a una forma di famelica fagocitazione dell’altro. Una modalità espressiva della fame tesa a procacciarsi prede persino in persone amiche.
Fame di cosa precisamente? Arsura, sete, mancanza di quale nutrimento vitale?
Probabilmente a mancare è l’amore, a monte verso noi stessi; per transitività poi c’illudiamo di riempire il vuoto con l’infondata pretesa che l’amore ci arrivi dal prossimo, il quale scivola inevitabilmente sul terreno sdrucciolevole del ruolo di malinteso platonico amante, sbiadendo i dolci contorni definiti della più tenera amicizia.
Ed ecco che la persona amica inizia ad amarci intensamente, come può, come sente, commettendo persino l’errore di assecondare la furia ossessiva di cui è succube suo malgrado e continuando a subire l’intermittente esercizio del possesso con le relative frustrazioni del caso, inflitte e auto-inflitte. Più l’amore ci sfugge, più lo pretendiamo laddove è arduo conquistarlo, calpestando incautamente la bellezza di un affetto spontaneo.

Solo quando davvero si fa concreta l’eventualità di perdere quella sana complicità scalfita da un certo insano esclusivismo, si comprende il corto circuito intimo e relazionale che non poteva essere còlto attraverso strade alternative a quella intrapresa, con l’effetto di deludere profondamente l’altro.

Se proviamo a esorcizzare l’ipocrisia che troppo spesso nidifica nelle nostre coscienze, si comprende che smettiamo di sentirci eternamente feriti quando feriamo, smettiamo di giudicare quando l’arreso silenzio amaro di un’assenza importante tacitamente ci giudica. Impariamo ad amare quando siamo stati realmente amati, riusciamo a essere ottimi amici quando ci hanno donato affetto incondizionato.

Càpita allora, forse in maniera repentina – tipico di qualsivoglia genere di rivelazione – che il patetico piagnisteo del vittimista sfortunato si trasformi nella lucida ammissione del privilegiato esploratore, il cui viaggio appare ora ricco d’incontri preziosi, insperati: guide discrete che ti prendevano per mano sotto mentite spoglie, ali protettrici, anime pure, essenze inconfondibili. Stagioni lunghe una vita senza le quali non saremmo noi, presenze irrinunciabili.

 

TAG: amicizia, amore, carnefice, consapevolezza, essere umano, persona, piangnisteo, possesso, pressione, psicologia, signficato, vittima, vittimismo
CAT: Psicologia, relazioni

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