La legge Basaglia è ancora valida?

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15 Giugno 2021

La tragica vicenda dell’ingegnere informatico Andrea Pignani, che ha ucciso a colpi di pistola due fratelli di cinque e dieci anni ed un anziano ad Ardea (RM) e poi si è suicidato, ha riproposto con urgenza il problema di cure adeguate per i malati psichiatrici ed ha riaperto il dibattito sulla legge Basaglia, che, com’è noto, chiuse i manicomi (si tratta della legge 180/1978). Pignani soffriva di problemi psichiatrici ed era da poco uscito da una struttura per disturbi mentali.

In queste ore sui social, ma purtroppo, come sempre accade, non nei luoghi delle decisioni che contano per la vita dei cittadini, si sta assistendo ad un serrato dibattito su tutto ciò che ha portato e porta ad episodi come questi.

La famiglia Pignani, come tante altre famiglie, è stata lasciata sola dalle istituzioni e da tutto un sistema che non ha messo la salute mentale in cima alle proprie preoccupazioni. Andrea era stato dimesso con la diagnosi: “Stato di agitazione – paziente urgente differibile che necessita di trattamento non immediato. Si affida al padre”.

Anche in questo caso, l’enorme carico di una persona problematica e con turbe psichiche, è stato demandato alla famiglia, che non ha la forza di fare fronte ad un problema enorme come questo, senza una rete di supporto. Ci sono poi casi ancora più drammatici in cui la persona sofferente viene lasciata completamente da sola. Insomma, questo episodio ci porta ancora una volta a confrontarci con i tagli scellerati alla sanità, perpetrati da trent’anni a questa parte, e con un gettito irrisorio di risorse erogate dalle Asl territoriali per i servizi di salute mentale.

È vero che la legge Basaglia resta una conquista di civiltà perché una volta chiunque, a cominciare dalle ragazze che si ribellavano in famiglia, o i dissidenti politici all’epoca dei fascismi, potevano essere portati al manicomio, strutture lager che lucravano sulle povere vite di queste persone. È vero che pratiche come l’elettroshock o il legare al letto i pazienti erano atroci e disumane. Vero tutto. Il problema è semmai è l’applicazione di questa legge. Il problema è perché una persona con problemi psichici disponeva di una pistola. Il problema è se sia giusto che lo Stato scarichi sulle famiglie la gestione di persone pericolose, è giusto chiamare le cose con il loro nome, per se e per gli altri.

Quella legge andrebbe oggi forse rivista, nell’interesse della collettività, non sottovalutando la gravità del problema. Non ponendo sempre avanti le “inviolabili libertà individuali”, permettendo in tal modo allo Stato di lavarsene le mani e di scaricarsi la coscienza. È impossibile per le famiglie contenere da sole questo tipo di malati, nonché farsi carico di costi elevatissimi nella loro gestione, perché le sedute di “consulenza” psicoterapica costano una cifra. Ci sono malati di schizofrenia che dal Tso vengono rispediti a casa e che se rifiutano le cure non c’è modo alcuno per sottoporsi ad un trattamento sanitario. Non stiamo parlando di riaprire i manicomi, ma non stiamo neanche parlando di lasciare circolare liberamente persone che devono essere controllate con costanza in un ambiente protetto. Si potrebbero erogare maggiori risorse a questo settore ospedaliero e rendere le strutture deputate alla cura dei malati mentali più umane. Si potrebbe fare tutto: ma fino a quando si parlerà di queste storie solo come di “robe di pazzi” e non come un problema di salute e di sicurezza collettiva, tali tragedie saranno destinate a ripetersi.

 

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CAT: Qualità della vita, salute e benessere

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