Perché la DaD ha più ombre che luci

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19 Dicembre 2020

1. Il ruolo delle scuole nella diffusione del contagio

Per contrastare la diffusione dell’epidemia durante la prima ondata, i governi europei hanno sospeso la didattica in presenza, optando per la didattica a distanza. La scelta non è stata solo precauzionale, non avendo dati sulla diffusione del virus nelle scuole. La letteratura scientifica, infatti, aveva indagato sull’apporto delle scuole sulla diffusione, ad esempio, di virus influenzali. In un paper di Jerome Adda che indaga appunto sul ruolo giocato dalle scuole e dal trasporto pubblico nella diffusione di virus, la risposta sembra affermativa. Questo però non trova d’accordo l’intera comunità scientifica, soprattutto alla luce delle strategie di tracing messe in atto dai governi durante la pandemia. In uno studio svolto da ricercatori tedeschi, emerge che, grazie alle misure di distanziamento, protezione e tracing, le scuole non solo non hanno fatto accelerare il contagio: hanno avuto un effetto di diminuzione. 

Cerchiamo di spiegare questa apparente contraddizione. In uno scenario con scuole chiuse ma senza limitazioni sulla mobilità, la socialità degli studenti di ogni età si svolge lo stesso, ma in luoghi in cui il tracciamento è molto meno preciso. Compariamo, solo per fare un esempio, il contagio in una classe o in un bar, dove gli studenti si ritrovano non dovendo andare a scuola. In una scuola i contatti di un individuo sono fissi e ben rintracciabili: i suoi compagni di classe, i professori, etc. In un bar, invece, qualora un giovane dovesse risultare positivo dopo averlo frequentato per più giorni, il tracciamento andrebbe svolto su tutti i suoi contatti, cioè su un numero elevato di persone che frequentano il bar. Il grado del contagiato, cioè il numero di collegamenti che bisogna indagare, è molto più elevato e meno rintracciabile.

Non esiste quindi un’unanimità, all’interno del mondo scientifico, circa il contributo delle scuole al contagio, in particolare dopo aver introdotto misure di distanziamento e protezione.

 2. La didattica a distanza funziona? 

Tra i temi che si sono affrontati in questi mesi c’è, sicuramente, quello dei trade off: si è in presenza di un trade off quando si è in presenza di un XOR , anche dettoo esclusivo”Nel contesto della pandemia si è spesso parlato di un eventuale trade off tra salute ed economia. Ma, nel contesto scolastico, il trade off è molto più sottile.

La domanda che ci si deve porre è la seguente: quanto possiamo permetterci che le scuole contribuiscano al contagio prima di chiuderle? 

Infatti, anche qualora ci fosse un effetto positivo delle scuole alla crescita del contagio, che cosa ci stiamo perdendo?

La chiusura prolungata delle scuole infatti ha degli effetti non indifferenti sulla performance degli studenti. Ma il peggioramento è uguale per tutti? 

A questa domanda hanno provato a rispondere Agostinelli et al. in uno studio pubblicato da poco. A soffrire di più della didattica a distanza sono infatti i ragazzi che hanno genitori meno istruiti, con una limitata capacità di accesso a Internet e che vivono in zone meno centrali. Questo fa sì che la scuola, uno dei tasselli più importanti per appianare le disuguaglianze, con la didattica a distanza fa esattamente l’opposto, esacerbandole. 

Occorre inoltre ricordare l’importanza del faccia a faccia e della socialità nella formazione di un adolescente.

Uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, ha studiato la sincronizzazione neuronale durante vari tipi di comunicazione. I risultati hanno mostrato un significativo aumento della sincronizzazione durante l’interazione faccia a faccia.

Anche la salute mentale ha risentito della chiusura delle scuole: l’83% di un campione di 2111 persone con meno di 25 anni che hanno manifestato in precedenza sintomi depressivi hanno affermato che la loro condizione è peggiorata durante la pandemia. Studenti con depressione, che un tempo utilizzavano la scuola come ancora di salvezza, hanno mostrato tendenze all’isolamento e hanno trascurato l’igiene personale e la propria salute fisica.

 

3. L’Italia può permettersi la didattica a distanza? 

Tra i paesi occidentali, l’Italia è stato tra quelli con una chiusura più prolungata, anche dovuta al calendario scolastico. Da marzo scorso, gli studenti delle scuole superiori hanno frequentato per soli due mesi scarsi (poichè le scuole sono state aperte in tempi diversi dalle regioni, intorno a metà settembre).

Tuttavia l’Italia, come dimostra il report Istat, ha una situazione a dir poco drammatica riguardo . Nella mappa qui sotto riportata è possibile confrontare il numero di famiglie che non hanno nè un computer nè un tablet in casa. La situazione, come si evince, è particolarmente problematica nelle regioni del Sud. Al Nord, invece, la percentuale di famiglie che possiede un computer o tablet per membro sale al 26,3%.

Un secondo problema riguarda le capacità digitali dei giovani italiani. Anche qui la situazione mostra lacune più preoccupanti nel Sud Italia e nelle Isole.

Questo tipo di disparità rischia di inasprire le già drammatiche disuguaglianze che vive il nostro paese, ampliando il divario tra i più ricchi, che vivono in zone centrali con ottime capacità digitali e un Computer proprio, e invece i più poveri, con limitate capacità di accesso e famiglie che, avendo un lavoro più manuale, non possono provvedere all’educazione dei figli rispetto a quelle in Telelavoro. 

TAG: contagi, COVID-19, didattica a distanza, disuguaglianza, scuola, telelavoro
CAT: Qualità della vita, scuola

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