Good Girls: perché il femminicidio non è colpa delle donne

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19 Settembre 2021

Qualche giorno fa la giornalista Barbara Palombelli, in una trasmissione dedicata alla violenza al femminile, si è chiesta:

“questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati? Oppure c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte? E’ una domanda, dobbiamo farcela per forza, in questa sede, un tribunale”

Più che una domanda lecita, l’osservazione di Barbara Palombelli ricade nella categoria del victim blaming: quello che un tempo si chiamava “se l’è cercata“. Una tendenza pericolosa, fallace e in grado di giustificare le atrocità più disgustose.

Purtroppo non è né la prima né l’ultima volta che nel palinsesto televisivo italiano il livello di analisi rasenta la discussione da bar o da gruppo di Facebook. Il fatto che sia accaduto su un canale Mediaset non lascia, nemmeno questo, particolarmente sorpresi: la mercificazione del corpo della donna, il sessismo bieco e la riproduzioni di stereotipi di genere vetusti sono una cifra stilistica di gran parte delle produzioni, a partire da Striscia la Notizia.

La domanda di Palombelli, in ogni caso, è inconsistente sia dal punto di vista logico sia dal punto di vista empirico. Accettiamo, per assurdo, che vi sia una componente scatenante dietro al femminicidio.

Vi sono due casistiche: la prima è che, poiché non vi è ragione per credere che anche l’uomo non manifesti comportamenti esasperanti e aggressivi, allora il rapporto tra femminicidi e maschicidi dovrebbe essere circa uno; la seconda è che la donna sia per sua natura prona al comportamento sopra citato.

Questa seconda opzione è abominevole: si ricadrebbe così in stereotipi di genere che si sperava fossero rimasti in epoche distanti. Poiché quindi il caso 2 è, umanamente, insostenibile, è necessario rivolgere la nostra attenzione al caso 1.

Anche qui l’argomentazione di Palombelli vacilla. Secondo i dati a nostra disposizione, di tutti gli omicidi in cui la vittima è di sesso femminile, il 38.55% è commesso dal partner o ex partner: nei paesi ad alto reddito questa percentuale sale al 41.19%. Le vittime maschili, invece, sono appena il 6.28%.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha invece raccolto gli studi circa i fattori di rischio, in modo da poter orientare i policy makers nel delineare una strategia di contrasto al fenomeno.

Tra i fattori di rischio, quello cruciale è la disoccupazione. Non è un caso: vi è ormai una crescente letteratura sugli effetti negativi dell’essere disoccupati sulla stima di sé, sull’abuso di sostanze e riguardo il comportamento violento. La povertà d’altronde ha effetti devastanti sotto ogni punto di vista. 

Poiché la disoccupazione rappresenta un fattore trainante, l’OMS inserisce tra i fattori protettivi maggior investimenti in istruzione e università.

Questo basta? In realtà, come dimostrano i dati, l’85% degli omicidi è commesso da uomini. La violenza, quindi, appare un problema prettamente maschile.

In uno studio del 2011, Vandello e Bossom hanno coniato il termine “virilità precaria”. Mentre l’essere donna appare essere una caratteristica acquisita- probabilmente Simone de Beauvoir non sarebbe d’accordo- l’uomo deve sempre dimostrare la sua virilità. Questo porterebbe l’uomo a manifestare la sua virilità attraverso l’aggressività e la violenza, tratti che comunemente associamo alla mascolinità.

Una riflessione sui ruoli di genere, come quella affrontata tanto da Bourdieau ne La Dominazione Maschile quanto da Judith Butler nel corso della sua carriera, potrebbe quindi alleviare questa situazione. Siamo infatti convinti che le differenziazioni di genere siano naturali quanto quelle sessuali: in realtà, nonostante la biologia giochi un ruolo significativo, vi è più cultura dietro le differenze di genere a cui assistiamo.

Si tratta quindi di elaborare una strategia complessa- sicurezza, situazione economica/lavorativa, disuguaglianze di genere- per contrastare il fenomeno del femminicidio.

Si eviterebbe di maledire certe domande che forse era meglio non farsi mai, per citare gli Afterhours. O almeno non in prima serata, ecco.

 

 

TAG: disoccupazione, femminicidio, Palombelli, povertà, victim blaming
CAT: Questioni di genere

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