Siediti, sei al sicuro ora

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22 settembre 2018

Quando arrivarono, Emma era distesa sul sedile del passeggero, gli occhi socchiusi, il capelli simili alla paglia sugli occhiali, la giacca di Stefano le copriva l’addome a mò di coperta e le due mani congiunte all’altezza dell’ombelico e il suolo era talmente molle, prostrato dalle piogge frequenti degli ultimi giorni, che perfino le minute dita di Emma avrebbero potuto penetrarlo a fondo, tanto che la macchina aveva arrancato sulla curva in salita che portava al cancello arrugginito della Casa del Bosco. Una volta tirato il freno a mano, Stefano scese dall’auto, prese lo zaino dai sedili posteriori e infilò la chiave nella serratura.

Appena qualche giorno prima, quando Emma era tornata a casa a notte fonda e aveva ignorato le sue telefonate causando una sorta di crisi depressiva che lo aveva spinto a dividere il suo tempo tra il divano con le luci rigorosamente soffuse e il girovagare per tutta la casa con una biro in mano che girava nervosamente e la musica alta e una sigaretta presa da un pacchetto che aveva nascosto nel suo studio, aveva risposto alla proposta con un “ci penseremo” che nel loro intimo e impenetrabile linguaggio significava “nemmeno sotto tortura”. Poi il giorno dopo, mentre si trascinava per tutto il dipartimento, con un maglioncino che non era intonato alla camicia a e la camicia non era intonata alla giacca e tutto sembrava fuori posto, aveva riconsiderato la proposta ed era corso da Emma, con un sorriso appena accennato, quanto bastava per far emergere sul viso quelle piccole curve simili a una chiave di basso ai lati della bocca. Quando Emma si svegliò del tutto, entrò in casa dove Stefano aveva già pulito il tavolo e il piano cucina dalla polvere con un panno.

-ti dispiace se cucino io?- disse lei, con il cappuccio della felpa portato sulla sommità della testa. Stefano si voltò, la fissò in volto per qualche secondo poi distolse lo sguardo e salì le scale.

-non so.

Per tutto quel tempo, le imprese culinarie di Emma erano state sporadiche e non particolarmente brillanti. C’era stato un giorno, probabilmente di metà novembre, così ricorda Stefano, in cui lui, esausto, si era gettato sul divano. Aveva appena fatto in tempo a realizzare la sua stanchezza che presto si era addormentato. Quando aveva riaperto gli occhi sulla tavola si trovava un’insalata condita con solo Dio sa cosa. “è una ricetta di un’insalata turca che mi ha dato un’amica” si era giustificata Emma mentre lui inforcava quel miscuglio con una smorfia in volto.

-sono sempre stato io il cuoco tra noi- continuò Stefano.

-sì, lo so,- disse Emma, appoggiando la sua roba sul tavolo della cucina-ma ho bisogno di cucinare per te.

Quando erano giovani e ogni sabato sera era una meta differente e ogni minuscolo bar con un catalogo abbastanza dettagliato di tè fungeva da rifugio e così come i ristoranti etnici e le fonoteche Stefano le aveva detto che cucinare era il loro sostituto del sesso: come donarsi all’altro nella sua forma più intima.

-okay,- disse Stefano riscendendo le scale-posso almeno andare a prendere l’occorrente al negozietto?

***

-in realtà è mia moglie che, diciamo, ha i pantaloni in casa ed è lei che contribuisce maggiormente alle entrate- disse Pierangelo mentre sorseggiava un bicchiere di vino rosso.

Quando Stefano era sceso al negozietto- un locale angusto, con il pavimento in cotto, le ragnatele sugli angoli, i prezzi segnati su cartoncini di carta colorati scritti con un pennarello indelebile e una vecchia signora ricurva dotata di carta, penna e calcolatrice dietro al bancone- aveva cercato il tipo di riso che Emma gli aveva indicato e in quel momento aveva sentito una mano poggiarsi sulla spalla.

-hey,- aveva detto una faccia spigolosa, ricoperta da uno strato di barba.

Un uomo tarchiato, con un paio di pantaloni verdi, stretti sulle cosce, una camicia a quadratini abbinata e un paio di scarpe marroni, probabilmente modello Timberland primaverile. Per qualche secondo Stefano aveva cercato nella sua memoria quel volto, spogliandolo del peso degli anni.

-hey, ciao- aveva detto.

Una volta a casa, con la giacca umida, si avvicinò a Emma e le chiese se le dispiacesse avere un ospite a cena. Emma intanto continuò a tagliuzzare le carote e le cipolle.

-hey, mi rispondi?

-potevi chiedermelo?

-oh cristo.

Stefano si sedette e prese un goccio del tè che nel mentre Emma aveva preparato.

-e se io avessi voluto una cena solo con te? non ci pensi mai a questo? E poi, cazzo, quante volte sei stato tu a voler stare da soli.

-ti prego, non ora.

-non ora? lo sai che ho aspettato per un sacco di tempo questo momento per noi? O no? A volte sai cosa penso? Sai che cazzo penso? Lo sai? Mi fai sentire da meno, come se il bene che ti voglio non fosse abbastanza.

-mi dispiace.

-non basta.

-cosa dovrei dirti? Sparami in faccia e fammi saltare le cervella? Scusami perchè non pensavo che per te contasse così tanto.

-sei stato sempre dietro alla teoria.

-cosa c’entra questo?

Non era forse vero questo? si chiese Stefano mentre Emma si era portata alle labbra la tazza. Non era forse vero che tutta quella stanchezza era, per la maggior parte, dovuta alle ore passate a leggere i vari articoli scientifici legati alla teoria. Oppure ai treni presi, agli aerei, ai viaggi in tutto il continente per le conferenze, agli incontri con la stampa e con il suo editore che gli chiedeva di scrivere, o meglio, di farsi scrivere il “racconto mozzafiato della scoperta che ha rivoluzionato la nostra comprensione del Big Bang”? -scusami. -sei così intelligente, eppure, cristo, cuore, non riesci a capire cose così elementari. Si alzò, le cinse il bacino e la baciò sulla testa. -ti voglio bene,- le disse.

-vorrei che tu mi rendessi felice come una volta.

-lo farò, te lo prometto.

-comunque, chi hai invitato a cena?- nel mentre Stefano aveva ormai mollato la presa ed Emma era tornata a cucinare.

-è il mio unico amico di quando venivo qui. Sai gli altri erano tipo un po’ più stupidi di quelli che ora fanno gli avvocati, tanto per capirci.

-intendi quelli che pensano che la donna debba stare in casa e non possa uscire senza marito?- disse lei ridendo.

-esatto, quelli,- fece una pausa-sai, parlavano sempre di calcio e io non ci capivo un cazzo.

-beh, tu avresti voluto parlargli di Niels Bohr quindi loro sono quelli nella norma.

Quando ormai erano rimaste soltanto le luci della veranda e i lampioni a valle che fiancheggiavano la strada-quei pochi ancora in funzione- a illuminare la zona circostante, la macchina di Pierangelo era apparsa e lui ne era sceso stringendo tra le mani una bottiglia di vino e una giacca elegante in lana. Dopo aver mangiato, Emma portò un posacenere e Pierangelo si accese una canna.

-davvero? e tua moglie cosa fa? lavora nell’ambito teatrale come te?- chiese Stefano, prendendo la sua di erba.

-amiamo il teatro io e Stefano,- disse Emma,-l’anno scorso abbiamo visto A Taste Of Honey anche se lui mi ha riempito la testa con quella roba su Morrissey e cagate varie degli Smiths.

-ma dai, che ti piace quando lo faccio- rispose Stefano allungando la mano verso la sua.

Si misero a ridere.

-beh, in realtà, fa un lavoro un po’ speciale.

In sottofondo Emma aveva acceso l’impianto audio che avevano attaccato, l’ultima volta, a una presa della cucina e passava Don’t You Want Me degli Human League.

-diciamo che mia moglie è, beh diciamo…

-oddio, ti prego, dimmi che non è una psicologa, ti prego, altrimenti ti spingerò al divorzio per il resto della serata.

Una risata generale invase la cucina mentre la canzone finiva, rimpiazzata da Hiding dei Modern Baseball.

-no no. Mia moglie è, ok non ci sono modi semplici per dirlo, mia moglie fa la regista. La regista di film porno.

-cosa?- disse Emma.

-beh, potevi dirci che tua moglie fa il lavoro più bello del mondo- disse Stefano fumandosi una canna.

-in realtà a volte è difficile. Intendo dire: a volte sei a tavola a cena, e tu stai parlando di, che ne so, una rappresentazione iper-moderna di Macbeth e lei, bang, si mette a parlare dell’attore che è venuto prima del previsto sulla faccia della tipa che è rimasta disgustata ed è successo un casino e io mi chiedo cristo come fa un’attrice porno a rimanere scandalizzata se le finisce dello schizzo in faccia dai è il suo lavoro.

-mi fai morire- disse Stefano.

-poi, è un po’ particolare. Nel senso che fa parte di questo collettivo femminista chiamato PCESP

-cosa?

-Persone Contro l’Egemonia del Sesso Penetrativo.

-è la cosa più bella che io abbia mai sentito- disse Emma.

Per qualche secondo lei e Stefano si guardarono.

-sì e beh i suoi film sono spesso incentrati su queste cose intendo dire sembra di vivere all’interno di un album delle Sleater Kinney.

Dum dum dee dee dum dum dee dum do All the little babies go oh oh I want to Dum dum dee dee dum dum dee dum yeah Rock the little babies with one two three four– canticchiò Emma.

-ed ecco che ora mi ghettizzate parlando delle Sleater Kinney e delle Bikini Kill e de Le Tigre e tutto quel movimento di turbolesbismo- disse Stefano.

Quando l’ora si era fatta tarda e le gambe di Emma si erano fatte più molli del previsto e la corde vocali di Stefano chiedevano pietà, Pierangelo disse:

-è bello ragazzi, ogni volta che dico che mia moglie gira porno mi sembra di fare una versione intima di un coming out- tutti si misero a ridere-è bello che per voi sia normale.

-siamo campioni di progressismo dal 2013, in poche parole ci stanno sul cazzo tutti quelli più a destra del movimento Femen.

-già,- disse Emma,-siamo due stereotipati liberal che lavorano all’università.

-ed è bello, dico davvero, cristo, le persone qui sono così piene di pregiudizi. Noi passiamo tutta la settimana lontani, lei abita in città e io me ne resto qui e faccio avanti e indietro con la macchina e in più devo badare ai cani sant’iddio siamo una coppia normale. Solo che lei filma gente che si lecca la passera o il buco del culo, tutto qui.

-ecco, però io non riesco a guardarli quelli in cui si leccano il buco del culo- disse Emma, -non so è più forte di me. Sono lì che slinguazzano il buco del culo e si dicono cose romantiche e io sono lì tipo “ewww”.

-beh, sai, è una forma molto politica credo.

-la passera è sempre politica- disse Emma,-è lo strumento politico per antonomasia.

-Aristofane docet,- disse Stefano gettando un’occhiata a Pierangelo.

Ormai anche l’odore di erba era stato risucchiato dal vento gelido che faceva apparire una sera di fine marzo un’appendice dell’inverno. Con le gambe intorpidite e gli occhi lucidi e la giacca che, a un’analisi più approfondita, sembrava lo studio di registrazione di Snoop Dogg Pierangelo se ne andò salutando Stefano con un abbraccio.

-dovremmo vederci di più,- disse Stefano mentre era tra le sue braccia.

Tornò in cucina dove Emma era impegnata a sparecchiare.

-è stato così brutto?

-no,- disse lei, mollando i calici ancora sporchi di vino sulla tavola per abbracciarlo,-mi sono divertita. Dico davvero.

 ***

-io vado a letto- disse Emma, con i capelli legati e senza occhiali, -ti prego, almeno per stanotte puoi non lavorare alla teoria? fai qualcosa di diverso, guardati un film, leggi un romanzo di quelli che hai lasciato qui, ma ti prego, prenditi una pausa. Dico davvero. Stefano cercò di obbedire, prese un libro di poesie di Sylvia Plath e si distese sul divanetto in stile d’oro a fianco alla lampada.

C’era un’immagine che tornava costantemente in quei momenti in cui la mente veniva lasciata libera di spaziare tra i ricordi e le impressioni e in questa immagine c’era suo padre che dopo una discussione in cucina con sua madre prende un cappotto e se ne va di casa per tutta la sera mentre in giardino amici e colleghi grigliano e mangiano salsicce e bevono vino rosso e lui non si immagina la felicità degli amici, no, quella è totalmente razionale, perchè per lui c’è un momento più importante cioè quando suo padre rientra, bagnato fradicio ormai a notte fonda e si corica, portandosi le coperte fino al collo e sua madre è lì, distesa al suo fianco, che respira profondamente così lui fa scorrere la mano lungo la coscia di lei, senza che opponga resistenza, e sente il suo corpo vibrare, in attesa del piacere. Così, senza dirsi niente, quando una lite li aveva ormai portati a un punto di non ritorno ecco che la passione dei corpi, condita con l’intimità e il segno del tempo che si legge sulle smagliature di lei e sulla pancia cadente di lui e sulle vene sempre più in evidenza così come la carne molle a penzoloni dell’avambraccio, rimpolpava la loro relazione.

Aveva passato mesi, anzi, anni, con la testa fra le mani, disperso in equazioni e visioni e tentativi di saltarci fuori e alla fine c’era riuscito. O meglio: la maggioranza degli esperti pensava che sì, il suo fosse un ottimo lavoro. Il più completo fino a quel momento.

Ma quando si trattava di decifrare il modo in cui due o più esseri umani interagiscono lì c’era qualcosa che non riusciva ad afferrare. Provò a studiare la scena, calcolandone gli imprevisti: lui ed Emma distesi a letto, lei con il volto rivolto verso il muro. Lui che la abbraccia, la stringe a sè, e poi la penetra dolcemente, con il profumo dolce di lei a inebriarlo mentre la fissa negli occhi o sente il suo battito da dietro.

Ma cosa distingue questo dal puro automatismo finalizzato al piacere a cui si era dedicato fino a quel momento? C’era un sentimento impercettibile quella volta, nell’appartamento di un banchiere che era con lui alle superiori, mentre si faceva succhiare il cazzo? Ed era amore quando quello aveva risalito le sue gambe e aveva cominciato a stuzzicargli il buco del culo? In un altro momento, sarebbe morto dalla vergogna e gli avrebbe intimato di smetterla, che non era una cosa da lui, che presto si sarebbe risvegliato da quel torpore indotto dal desiderio e si sarebbe guardato allo specchio non come un amante ma come uno stimato professore di fisica teorica e ciò lo avrebbe fatto rabbrividire. Ma lì aveva sentito un tic, uno scricchiolio, che sembrava aver paralizzato le labbra. In tutte quegli anni aveva mai sognato di toccare Emma? Di scandagliare le sue cosce? Di stringerle il culo dentro all’ascensore, aspettandosi un sorriso malizioso percepito appena dal riflesso nello specchio? Aveva sognato di spingere la sua testolina fin là sotto, di slacciarsi i pantaloni e di costringerla a scoparlo? C’era qualcosa di sbagliato in tutto ciò? Perchè se quello che provava per Emma e che lei provava fino a prova contraria per lui era di un’intensità tale allora non riusciva a sfondare la barriera del corpo se non per effusioni caste o abbracci?

Nello stesso momento, Emma uscì di casa- una raffica di vento contro di lei, costringendola a infilare le mani in tasca. Scese il declivio, arrancando in qualche momento con le sue scarpe da ginnastica, camminò a fianco della sponda del fiume. Una volta giunta lì, si spogliò, facendo attenzione a non poggiare i piedi sui sassi ricoperti di melma si immerse in acqua. Chiunque, passando di lì, avrebbe potuto vederla: dei ragazzini con la patente appena presa pronti ad accendersi una canna, qualcuno del vicinato giunto lì per digerire la cena. Nonostante ciò, lei sguazzava nell’acqua, si immergeva, nuotava muovendo le braccia verso l’interno, come isolata dal freddo gelido che annacquava quella notte.

Era una cosa stupida? Sì, senza ombra di dubbio.

Era una cosa esagerata dalla sua immaginazione? Sì.

Era una cosa di cui si sarebbe pentita la mattina dopo? Ovvio.

Per tutti quei mesi aveva atteso qualcosa: forse un segnale, forse un cambiamento impercettibile quanto reale. Alla fine le cose si riducevano alla domanda più semplice: ti senti felice? Quando erano giovani e andare in locali nuovi e alla moda rappresentava ancora la meta ultima della loro esistenza avevano discusso della questione mentre con la macchina di lei andavano al Santuario.

-non dico che sia sopravvalutata la felicità- aveva detto lui infilato in quel suo completo nero che nel corso degli anni sarebbe diventata una divisa di ordinanza-dico soltanto che, beh, c’è di più, non credi? Nel senso che, beh, vedi, dico che in un ipotetico problema di ottimizzazione la felicità sarebbe un massimo locale e non globale- così lei era scoppiata in una risata e gli aveva detto “adoro quanto sei strambo”.

No, forse non era stata colpa loro se tutto era cambiato da allora. Il tempo cura ogni cosa, aveva detto una ragazza con cui aveva scopato dopo un film e una birra. Ma il tempo aveva appena distrutto tutto ciò che aveva definito la sua vita da adulta. Quando si risvegliò, distesa e rannicchiata come un bambino sulla riva del fiume, batteva i denti. L’asciugamano che si era portata ancora fradicio.

Si rivestì e tornò su di corsa. Aprì la porta con il fiatone. Nel suo studio Stefano dormiva con un braccio che pendeva dal divanetto. Più in là, oltre i vetri appannati le prime luci del giorno, come il tuorlo d’uovo, nascevano timide attraversando i precoci germogli di primavera stroncati dal freddo del giorno precedente. Emma gli mise una mano sulla spalla. Quando gli occhi furono completamente scrostati, erano fuori di casa, lei avvolta in una coperta come una regina di inverno, i capelli biondi ancora umidi che le cadevano sulle spalle. Scesero assieme a braccetto il declivio. Quando giunsero alla collina appena sopra al fiume il vento smosse i suoi capelli e lui li aggiustò dietro all’orecchio così si misero entrambi a ridere e una volta sulla collina, con l’erba ancora fresca di rugiada, si sedettero l’uno di fianco all’altro e lui si appoggiò sulla spalla di lei.

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