Transatlanticismo- La Riscoperta della Vergogna

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16 marzo 2019

Non ho un rapporto idilliaco con le mie foto. Detesto quando agli eventi un fotografo posa l’obiettivo su di me, così come detesto i selfie o le storie Instagram in cui riesco a vedermi. Penso che sia un problema abbastanza diffuso, anche se molti di noi tendono a dissimularlo con una cera disinvoltura. Ma non si tratta solo di un problema di fotografie: il problema è il rapporto che le persone hanno con il loro corpo. Nell’epoca dei corpi scintillanti, muscolosi, perfetti, i nostri corpi sgraziati, le nostre cosce troppo larghe, il nostro naso troppo vistoso, i nostri capelli troppo disordinati diventano un macigno da trasportare. Per i greci le statue erano un’astrazione ideale, costruita a tavolini, mentre noi possiamo toccare con mano quella perfezione, consapevoli della distanza che sempre di distanzierà da questa.

Ed è proprio dai greci che dobbiamo ripartire. Nel primo canto dell’Iliade, ad esempio, assistiamo alla causa scatenante dell’ira di Achille. La situazione è questa: mentre il campo dei Greci viene colpito da un’epidemia di peste per aver offeso il Dio Apollo, il concilio dei principi greci delibera sul da farsi. Per scacciare la maledizione Agamennone, re di Micene, dovrà liberarsi della sua schiava, Criseide, per restituirla al padre Crise, sacerdote del Dio. Ma in cambio chiede quella di Achille, Briseide. Questa è la motivazione che si cela dietro l’ira del pelide.

Se avete visto Troy e avete deliziato i vostri occhi con un Brad Pitt marmoreo e oliato, beh, la vostra interpretazione dell’Iliade risulterà un tantino traviata perchè, al di là della finzione narrativa, non c’è mai stato del tenero tra Achille e la sua schiava. Per capire il motivo bisogna fare riferimento a un concetto coniato da un’antropologa statunitense, Ruth Benedict, studiando la civiltà giapponese: la cosiddetta “civiltà della vergogna“. Questo concetto venne ripreso da Eric Dodds nel suo “I Greci e l’Irrazionale”. Inquadriamo quindi il problema sfruttando questo concetto. La schiava di Achille ne rappresenta l’onore e il riconoscimento da parte dei suoi pari. Una sorta di materializzazione dell’onore. Il suo posto nel mondo, dunque, non è definito dalla sua coscienza e dal rapporto che la sua coscienza ha con il mondo esterno.

La civiltà di vergogna sono quindi culture in cui il ruolo dell’individuo è definito dal riconoscimento altrui e dal suo grado di apprezzamento, per così dire.

Il concetto opposto alla civiltà di vergogna è la civiltà di colpa, dove invece si interiorizza la colpa come processo individuale e non più collettivo, avendo comunque un’influenza sulla società. Per me un esempio paradigmatico di civiltà di colpa è il rimorso interiore che attanaglia Raskol’nikov in “Delitto e Castigo”.

Queste due categorie, pur sembrando antitetiche e incompatibili, si compenetrano nella società attuale. Mi soffermerei soprattutto su quella di vergogna collegandola a un concetto proveniente da tutt’altro campo: il concetto di meme.

Nel 1976 il biologo inglese Richard Dawkins scrisse quello che per molti è il suo capolavoro: “Il Gene Egoista“. In questo libro oltre a confutare la teoria di gruppo nel campo dell’Evoluzione, affermando che la selezione naturale non si applica al gruppo quanto ai singoli geni in concorrenza tra di loro, Dawkins ipotizzò l’esistenza di un corrispondente culturale del gene, ovvero il meme. Spiegare cosa sia un meme è un’impresa, almeno per me, così come spiegare il teorema dei valori intermedi a un neofita. Da una parte c’è una spinta divulgativa che mi spinge a essere sbrigativo e dall’altra la convinzione di tralasciare qualcosa. Se c’è un esempio che mi sembra quantomeno esplicativo è quello delle canzoni che ci restano in testa. Stamattina mi sono svegliato con una canzone degli Editors in testa, l’ho passata a qualche amico, l’ho nominata a qualche altra persona. Il meme si è quindi propagato così come fanno i geni con mezzi differenti, ad esempio la condivisione e l’imitazione. Ovviamente si tratta di un meme debole. Ma pensate a quelle fastidiosissime hit estive latino-americane: quello è un esempio di meme estremamente ad alta propagazione. Così come i geni, l’espressione dei memi porta a forme gerarchiche che danno vita a quello che comunemente chiamiamo cultura.

Per me l’espressione del meme, che sta alla propagazione così come il fenotipo sta al genotipo, ha a che fare con quanto detto sopra riguardo il concetto di civiltà di vergogna.  E questa connessione purtroppo è stata tenuta scarsamente in considerazione. Prendete ad esempio i social network: a me sembra che per anni persone competenti e qualificate si siano astenute dall’usi dei social network lasciando così un terreno così florido a incompetenti che con il passare del tempo sono diventati, per l’appunto, competenti di strategie di propagazione memetica.

Questo porta al rischio concreto di scambiare il consenso con la giustizia o meno di un’idea o di una proposta. Basti pensare a Di Maio che invita organi non governativi a candidarsi e a vedere quanti voti prendono. O l’atteggiamento social di Salvini. L’idea che un’idea possa essere decisa a maggioranza, soprattutto da persone non esperte e con un’opinione volubile, non è la base della democrazia ma delle dittature.

Non solo, per riprendere il discorso iniziale: il problema degli idoli- e altrettanto il problema della diffusione e della creazione degli idoli sfruttando tecnologie sempre più avanzate- dovrebbe interessarci sempre di più.

Ma se da una parte è giusto gettarci nella mischia della civiltà della vergogna, è necessario altresì riscoprire la dimensione della colpa. Questa dimensione va diminuendo sempre di più. Il motivo: l’epoca della riscoperta della Vergogna ha portato a un lento e inesorabile declino del valore nobile che ha la solitudine. La solitudine ha perso il suo raggio d’azione e da momento necessario è diventato un ostacolo da sviare.

 

TAG: Cultura
CAT: relazioni

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