Che ne sarà di Roma? Una lettera aperta dal teatro per il Teatro

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2 ottobre 2018

Federico Fellini, guardando verso il centro di Roma, dall’Eur, diceva più o meno: “ecco, laggiù c’è l’India” e certo non intendeva lo spazio teatrale sul lungotevere.

Forse nessuno meglio di Fellini ha raccontato la capitale, il suo disfacimento sistematico, il suo tirare a campare fatto di menefreghismo (oggi tornato prepotentemente di moda) e di furberie. Eppure assistiamo, da anni, da decenni, attoniti e imbarazzati a un declino sempre più veloce, accelerato, quasi a un tracollo che assume i caratteri della inesorabilità. Scrivo queste note da Goteborg. una cittadina, non una metropoli, dove tutto, semplicemente, funziona. Sui mezzi pubblici, tutti nuovi, puntuali, puliti, insomma sugli autobus, per dirne una, c’è la possibilità di ricaricare la batteria del cellulare. Dettagli.

Intanto Roma, assediata dalla spazzatura, inferocita dagli intasamenti stradali, resa sempre più violenta dalla cocaina che gira a fiumi, famelica di turisti da sfruttare a più non posso, con le bottegucce, i camion bar o anche con i giochi di luce al Colosseo, fa i conti con se stessa.

Anche per quel che riguarda il teatro le prospettive non sembrano tanto rosee. I cinema chiudono, gli spazi autogestiti sono sgomberati: nonostante l’indubbia buona volontà della giunta, del vicesindaco e assessore alla cultura Luca Bergamo, le cose faticano a raggiungere la soglia di quella normalità che una capitale mondiale come Roma dovrebbe saper garantire. La proposta teatrale è generalmente fiacca e provinciale, eccezion fatta per quei festival, grandi e piccoli, che si sono assunti l’onere di far arrivare in città un po’ di mondo.  Per il resto, spettacolini, produzioni stiracchiate, eventi da “generone” romano, tutti lifting e pressappochismo. Un mondo che è costretto a vivere nella più triste autoreferenzialità. Chi sono i teatranti di Roma che sfondano all’estero? Da quanto tempo un regista di scuola romana non si presenta, che so, alla Schaubhune di Berlino?

Che si fa? Tiriamo a campare? Facciamo finta di nulla? Ci lasciamo andare alle sabbie mobili che da secoli sono l’unico terreno fertile della città?

Il Teatro di Roma, la super istituzione teatrale capitolina, perde il suo direttore: ha combattuto tanto, Antonio Calbi, gliene rendiamo merito, non sempre lucidamente ma sempre coraggiosamente. Ora se ne va all’Inda di Siracusa, e il teatro di Roma resta senza direttore.

Poco male, direte voi, con i tanti guai che ci sono! Poi, comunque la struttura si avvale di un personale solido, preparato, che può reggere al colpo. Ma non è proprio così. Ossia, è vero, ma non basta. Come per l’Auditorium, come per il Teatro dell’Opera (basti vedere il bel percorso di Carlo Fuortes), come per i Musei: una istituzione culturale ha bisogno di una guida, di un progetto, di un respiro. E sopratutto di una visione che sia, anche, visionarietà. Ecco cosa manca, o rischia di mancare, al Teatro di Roma adesso: una visionarietà. In tanti ricordano ancora lo slancio dato da Renato Nicolini alla vita culturale della città. Forse di quella lezione potremmo ricordare, oggi, il sorriso, la gioiosa voglia di scardinare luoghi comuni, di riaprire al confronto, all’incontro, ma anche al gioco e al divertimento la città.

Chi lo fa oggi? Chi si assumerebbe la responsabilità di un po’ di follia e di poesia per il Teatro di Roma? Come si fa, in un tale casino?

Ci sarà tempo per fare un bilancio di questi anni,  ma intanto vale la pena interrogarsi sul contingente. Girano dei nomi, delle soluzioni, degli accomodamenti. Soluzioni interne, incarichi-ponte, consulenze. Tutti nomi autorevolissimi. Ma quella bella cosa chiamata progetto? C’è il progetto fatto da Calbi: basterà? E poi? Chi ci pensa più al futuro, anche tra i politici? Che teatro lasceremo da qui a dieci anni?

Allora, intanto, alcuni teatranti romani, che rappresentano una parte importante della scena romana, protagonisti da tempo del teatro di ricerca non solo capitolino, assieme a degli organizzatori e intellettuali, hanno scritto una lettera aperta ai referenti politici del Teatro di Roma. La riporto qui di seguito, integralmente, nella speranza che possa servire ad riaprire, quantomeno, un po’ di discussione, nel silenzio scoraggiato che ormai ci è abituale.

 

Ai Soci del Teatro di Roma, Comune di Roma e Regione Lazio, la Sindaca Virginia Raggi, l’Assessore e Vice Sindaco Luca Bergamo, e il Presidente della Regione Luca Zingaretti.

Al Presidente Emanuele Bevilacqua e a tutto il Consiglio d’Amministrazione del Teatro di Roma stesso.

Questa lettera aperta alle Istituzioni di Roma ha la natura di una domanda pubblica da parte di intellettuali, artisti e figure professionali dello spettacolo. Chiediamo innanzitutto un processo di trasparenza riguardo alla delicata situazione in cui si trova oggi il Teatro di Roma, il Teatro Nazionale della nostra città, a causa delle dimissioni del direttore Antonio Calbi, in virtù del nuovo incarico a dirigere l’Istituto Nazionale del Dramma Antico (Fondazione INDA).

Roma sta attraversando un momento difficile e insidioso: quasi tutti gli spazi indipendenti, più o meno atipici, che hanno ospitato la creatività e la sperimentazione, hanno chiuso o stanno chiudendo. Una rete di spazi associativi, teatri off e realtà multidisciplinari, abitati e condivisi negli anni da quella comunità di artisti e di pubblico che ha dato vita alla scena contemporanea di questa città. Registi, drammaturghi, attori di fama nazionale e internazionale che hanno spesso prodotto i propri lavori fuori dal territorio regionale e che, a Roma, sono stati intercettati proprio da questa scena informale. Il Teatro di Roma, l’istituzione teatrale principale della città che per vocazione e missione dovrebbe essere uno degli interlocutori principali della scena contemporanea, pur dialogando con il mondo dell’innovazione teatrale, non ha saputo diventarne l’epicentro, come molti auspicavano. Una funzione centrale che il Teatro di Roma – ulteriormente penalizzato dalle decisioni del Mibact –, ha così in parte delegato all’operato dei Festival che si sono trovati sempre più a svolgere funzioni di produzione.  In un tale contesto il ruolo cruciale che il Teatro Nazionale della capitale dovrebbe svolgere sia a livello nazionale sia territoriale è ulteriormente indebolito dalla situazione che si è generata. Situazione diventata negli ultimi anni ancor più difficile anche per l’evidente difficoltà del Teatro nel realizzare una progettualità disegnata con il coinvolgimento degli artisti e una fatica sempre crescente nel tenere fede agli impegni presi. Tanto più oggi allora, il patto di mutua fiducia, lavoro condiviso e lealtà stretto negli anni con gli artisti stessi rischia di rompersi definitivamente. Pur essendo consapevoli delle oggettive limitazioni che il nuovo decreto ministeriale ha generato, imponendo il disegno di un intero triennio a ogni direttore in carica, riteniamo pericolosa e poco efficace l’ipotesi che Teatro di Roma possa essere gestito per il triennio a venire da un mero “esecutore” di un progetto già disegnato da altri. Crediamo invece serva una figura che possa mantenere fede al disegno della stagione corrente (2018-19) ma di fatto “traghettare” il Teatro verso una nuova vera direzione artistica. Il decreto, infatti, pur imponendo il disegno di un triennio, presuppone e permette che vi si possano attuare modifiche artistiche in coerenza con il disegno progettuale e i parametri richiesti dal ministero. Tanto più quindi il Teatro ha bisogno di identificare in tempi e modi consoni una figura d’eccellenza che conosca a fondo il complesso e prezioso orizzonte teatrale romano, che abbia il mandato per migliorare il disegno progettuale del triennio e con l’agibilità istituzionale per farlo. Altrimenti verrebbero a cadere quei principi di autorevolezza e autonomia che fanno di un Teatro Nazionale, qualcosa di molto diverso da un mero strumento delle amministrazioni politiche di turno. Un Teatro Nazionale non può essere un’istituzione di retroguardia. Deve saper guardare al presente e indirizzare il futuro. Ha pertanto bisogno di una figura che possa disporre di una carica che duri nel tempo e che le consenta di rafforzare e restituire quella progettualità generativa e di respiro europeo che si addice a un Teatro Nazionale. Deve saper alternare tradizione e innovazione, mettendo in connessione le varie anime e culture della scena che vivono parallelamente in una città importante come la capitale d’Italia. Costituendo il centro nevralgico di un intero sistema, come fortemente voluto dalle Istituzioni in questi anni, il Teatro di Roma ha il dovere di svolgere questo processo attraverso un meccanismo di assoluta trasparenza e in tempi che non paralizzino inevitabilmente le attività del Teatro stesso.

Chiediamo pertanto alle Istituzioni della Città e della Regione Lazio di permettere al più presto una direzione efficace, autonoma e autorevole al Teatro Nazionale. E di farlo attraverso una prima nomina di rilievo che garantisca di ipotizzare, già in un prossimo futuro, la pubblicazione di una ‘Call’ alla quale i migliori professionisti del settore possano rispondere, proponendo pubblicamente e in modo altrettanto trasparente progetti per Roma e per il suo teatro, come avviene nel resto d’Europa. Siamo convinti che oggi più che mai i processi trasparenti siano gli unici in grado di radunare comunità orizzontali di pubblico e artisti, comunità sempre più lontane dalle logiche monocratiche della politica culturale novecentesca e sempre più addentro alle pratiche di una democrazia orizzontale, partecipata e di stampo europeo.

Roma 1.10.2018

Seguono le firme di :

Roberto Latini

Fortebraccio Teatro

lacasadargilla / Lisa Ferlazzo Natoli, Alessandro Ferroni, Alice Palazzi, Maddalena Parise

Accademia degli Artefatti

Daria Deflorian

Luca Brinchi/ Daniele Spanò

Teatro delle Apparizioni

Attilio Scarpellini

Roberto Scarpetti

Vinicio Marchioni

Claudia Sorace / Muta Imago

Riccardo Fazi / Muta Imago

Graziano Graziani

Daniele Timpano

Elvira Frosini

Matteo Angius

Compagnia MK

Lorenzo Pavolini

Gianni Staropoli

Compagnia Biancofango

Compagnia Musella-Mazzarelli

Gianluca Falaschi

Luigi Biondi

Bartolini / Baronio

 

(Nella foto di copertina, una immagine dello spettacolo Tiranno, Edipo! in scena al Teatro di Roma ma che non è in alcun modo collegata agli argomenti trattati nell’articolo)

 

 

TAG: Antonio Calbi, Auditorium Roma, Carlo Fuortes, colosseo, Comune di Roma, Federico Fellini, Inda Siracusa, Luca Bergamo, Roma, Teatro dell'Opera Roma, Teatro di Roma
CAT: Roma

2 Commenti

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  1. panico2006 2 settimane fa
    condivisibile la lettera sulla direzione del teatro nazionale, del tutto omologato il pezzo su Roma, l’offerta culturale romana è altissima (Romeuropa è la migliore rassegna teatrale italiana e trae migliori europee a detta della più autorevole staml estera, l’Opera di Roma offre una stagione più interessante della Scala e ha un prestigio internazionale enorme, il Santa Cecilia ha il miglior direttore al mondo, la scena musicale non classica non è stata mai così ricca, la Festa del cinema ha trovato una sua identità importante, i teatri come i musei sono arrivi anche se, i teatri, effettivamente quelli tali sono pochi ma lo sono sempre stati quelli davvero intraprendenti, e speriamo torni presto il Valle); il declino è quello di un non giornalismo piatto e reiterante la narrazione pubblica da cui è risucchiato, che poi trasporti e nettezza non funzionino è verissimo, ma il tema è la gestione delle risorse per metropoli così, otto volte Milano con il doppio della popolazione e 1/3 dei denari negli ultimi anni, naturalmente in uno alla pessima amministrazione, ma lasciate stare i paesini come Göteborg, lo dico per non rendersi ridicoli
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  2. andrea.porcheddu 2 settimane fa
    Ma sì, caro Anonimo Panico2006. Lei ha ragione. Quell'elenco che fa è giusto e sacrosanto, solo che per me è il minimo in una città come Roma. che dovrebbe competere con New York, Parigi, Berlino, Tokyo. Offerta altissima? mah. Solo questione di soldi? Non so. Mi fa piacere che lei ne sia soddisfatto. io magari sbaglierò, ma continuo a esercitare la prerogativa, e la libertà, del pensiero critico. Anche da Göteborg.
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