Roma, la fine del turismo: “Sarà come a Sharm el Sheik dopo il terrorismo”

15 aprile 2020

Di Marco Carta e Luigi Cruciani

È il 3 marzo quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, insieme al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, inaugura alle Scuderie del Quirinale di Roma la mostra Raffaello 1520 – 1483. L’esposizione in occasione dei cinquecento anni dalla morte dell’artista urbinate è quest’anno uno degli eventi culturali principali per l’Italia. Sicuramente lo è per la capitale. A quella data i provvedimenti emanati dal governo (dpcm del 23 febbraio) avevano isolato le aree focolaio del virus, che sembravano lontane da Roma. Anche se un decreto legge del giorno prima aveva sospeso versamenti, ritenute, contributi e premi per il settore turistico-alberghiero su tutto il territorio nazionale. Il 4 marzo un nuovo dpcm sospende sull’intero territorio nazionale tutti gli eventi a rischio assembramento che non consentono distanziamento sociale. Tra questi ci sono anche le manifestazioni culturali. La mostra di Raffaello non si ferma e apre al pubblico il 5 marzo, a ingresso contingentato. Va avanti per tre giorni, ma l’8 marzo deve arrendersi. Di lì a poco tutto il Paese è in lockdown.

Per iniziare a capire le conseguenze dell’emergenza coronavirus sul settore turistico a Roma si può partire da qui. Non è possibile rintracciare dati precisi sugli investimenti. Tuttavia, alcune cose sono note. Il progetto ha alle spalle tre anni di lavorazione, la collaborazione tra le Scuderie (gestite da Ales, società in house del Mibact) e la Galleria degli Uffizi (che ha prestato circa 50 opere), un enorme comitato scientifico guidato da Sylvia Ferino (e con esperti di mezza Europa), capolavori fatti arrivare da tutto il mondo (dal Prado al Metropolitan, oltre 200 opere), la partecipazione sinergica di importanti istituzioni cittadine come il Parco archeologico del Colosseo e la Galleria Borghese.

«Progetto di punta del programma approvato dal Comitato Nazionale», «rassegna di ampiezza mai tentata sinora». «un’occasione irripetibile». Queste sono le frasi di un comunicato ignaro di ciò che stava per succedere e le attese condivise sulla capacità di attrazione, anche su Roma, di un evento straordinario.

«Nei tre giorni in cui la mostra è rimasta aperta sono venute 6mila persone, in una situazione di contingentamento degli ingressi», dicono dallo staff di Scuderie del Quirinale. «Non sappiamo quantificare gli investimenti, però possiamo affermare che il valore assicurativo delle opere ammonta a circa 4 miliardi di euro». Quello che forse si può capire un po’ meglio, seppure a spanne, è il ritorno che ci si attendeva. «Per questo evento avremmo potuto raggiungere circa 3mila visitatori giornalieri fino al 2 giugno, data di chiusura della mostra”. Calcolando solo gli ingressi, quindi facendo un conto molto al ribasso, si perderebbero 45mila euro al giorno, circa 4 milioni di euro totali, nel caso in cui la mostra non riuscisse più ad aprire i battenti. Senza contare i mancati ricavi da visite guidate, audioguide, merchandising, bookshop, servizio ristorazione.

Prima ancora dell’inaugurazione erano stati già venduti in anticipo 77mila biglietti, che il decreto “Cura Italia” indica di riconvertire in voucher per eventi successivi.

«Il danno è oggettivo», prosegue lo staff di Scuderie, «ma non sappiamo capirne l’entità. Al momento formalmente la mostra dovrebbe riaprire martedì (14 aprile), ma non ci crede nessuno. Si va avanti seguendo i decreti. Se si dovesse riaprire si potrebbe lavorare a oltranza con orari prolungati per recuperare un pochino». E a quanto pare è molto complicato pensare a una proroga oltre la scadenza naturale del 2 giugno. «Ci sono 50 prestatori con contratti di prestito con cui si dovrebbe rinegoziare il contratto. Ma non si può rinegoziare nulla senza sapere se realmente la mostra potrà essere riaperta. La situazione è totalmente sospesa. L’unico provvedimento che abbiamo adottato è sui disegni, i pezzi più delicati. Questi, se esposti, devono essere chiusi per anni in una cassa; noi li abbiamo coperti con dei teli neri e abbiamo spento tutte le Scuderie, così questo cronometro di 3 o 4 mesi lo abbiamo bloccato». Un tempo che sembra comunque ridotto e una situazione in cui regna il buio.

Pochi mesi fa, durante la presentazione del piano annuale del turismo del Mibact con Enit, la sottosegretaria Lorenza Bonaccorsi forniva alcuni dati. Il 13% del Pil italiano deriva dal turismo, che impiega 4,2 milioni di persone in Italia: «Dato per cui siamo leader in Europa». Il presidente di Enit, Giorgio Palmucci, chiudeva quell’incontro del 16 gennaio dichiarando una previsione di crescita soprattutto dei turisti cinesi «dato che è l’anno della cultura Italia-Cina e grazie anche all’aumento dei voli che è stato annunciato proprio ieri tra i Paesi”. Era già scoppiato il caso coronavirus a Wuhan.

Uno studio del 2019 del Centro di economia digitale quantificava nel 12% il pil di Roma prodotto dal settore turistico (2,7% per Milano e 2,6% per Venezia). E anche gli ultimi dati Istat (relativi al 2018) confermano come la capitale sia la principale destinazione turistica italiana con 29 milioni di presenze negli alberghi (il 6,8% del totale nazionale). Un pezzo consistente della città, insomma, vive grazie all’indotto. Una situazione da sempre incarnata dal caotico groviglio di turisti, accompagnatori, pullman, commercianti che affolla le vie del centro storico.

Oggi lo scenario è quello di un’apocalisse. La stazione Termini avvolta nel silenzio. Piazza di Spagna vuota. Le vie dello shopping deserte. Per strada non c’è nessuno. Aperte solo farmacie, o qualche supermarket nascosto. Le buste svolazzanti dei cestini dei rifiuti sono vuote. Anche di fronte al Colosseo. Lo scorso anno i visitatori qui erano stati più di sette milioni. Ora le code chilometriche sono un ricordo. Così come i finti gladiatori abusivi che molestano i turisti. Al loro posto piccioni e gabbiani fanno la lotta per un tozzo di pane inumidito. A lanciarglieli è un vagabondo, che siede sopra l’area del basamento del colosso di Nerone.

Su 1200 alberghi, le camere occupate sono poco più di un centinaio. Alcuni, pur potendo rimanere aperti, in assenza di ospiti hanno preferito chiudere. «Nemmeno durante la guerra era accaduto tanto che in alcuni casi si sono presentati dei problemi logistici. A differenza dei bar e dei ristoranti, gli hotel della città d’arte non hanno porte che si chiudono. Nascono per essere aperti 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno». A parlare è Tommaso Tanzilli, presidente dell’Ente bilaterale del turismo del Lazio, che costantemente monitora lo stato del settore, dove a Roma i numeri sono quelli di una catastrofe senza precedenti, economica e presto sociale.  

Il rapporto rispetto all’anno precedente è impietoso: solo nel periodo dall’1 al 6 Aprile il 97% delle camere risulta invenduto rispetto al 2019. Il numero degli arrivi è crollato del 98% (erano stati 230mila). La perdita, solo nei tre giorni di Pasqua, è di almeno 180 milioni di euro, secondo le stime di Assoturismo Confesercenti. Ogni turista spende sul territorio almeno tra i 500 e i 600 euro durante la sua permanenza a Roma (la stima è di 2,3 giorni). E questi soldi svaniti pesano non solo sugli imprenditori e i commercianti, ma anche sulle casse comunali. Basti pensare alla tassa di soggiorno che lo scorso anno aveva garantito al Campidoglio introiti per 130 milioni di euro. Quest’anno sarà un miracolo arrivare forse a un terzo. «Il danno è mostruoso. E non si fermerà quando verrà tolto il lockdown – prosegue Tanzilli – Per ora è andato in fumo almeno un miliardo fra alberghi e ristoranti. Ma la cifra è molto più alta, forse va raddoppiata. C’è un’intera economia indiretta a Roma che gira intorno al turismo. Penso alle lavanderie industriali che qui lavorano soprattutto con alberghi e ristoranti, senza cui chiuderebbero. Formalmente nel loro caso si tratta di perdite riferibili all’industria, ma di fatto anche loro dipendono dal turismo».

Hotel, ma anche case vacanze e bed and breakfast (sono circa 7000 le strutture extralberghiere). Bar e ristoranti (circa 14mila), tour operator e guide. In alta stagione, secondo gli studi di settore il turismo romano da lavoro almeno a 250mila persone. Ma la stima potrebbe essere al ribasso, anche perché un’ampia fetta di mercato è sommersa: dagli affittacamere non censiti (circa 13mila) che popolano le piattaforme online, che nel 2019 secondo le stime dell’Ebtl avrebbero registrato almeno 13 milioni presenze, alle guide abusive, fino agli NCC (noleggio con conducente, ndr), le driver guide che fanno guide con accompagnamento in macchina. Senza dimenticare la galassia dei free tour, condotti a volte da guide abilitate, in cui le passeggiate per la città senza ingressi nei musei, si concludono spesso con una mancia del visitatore a scegliere se gratificare con una libera offerta. Le strutture di questo tipo a Roma sarebbero almeno mille, mascherate da associazioni culturali.

I soldi della cassa integrazione, che ancora non sono arrivati, o del Fis, il fondo d’Integrazione Salariale, per il momento tuteleranno i lavoratori dipendenti. Ma per gli imprenditori le misure attuate non permettono di fronteggiare la crisi in atto. E soprattutto quella che verrà. «I costi delle utenze continuano a correre. Così come quelli dei mutui o degli affitti». Che, soprattutto nel centro storico, hanno una certa consistenza. «Senza un aiuto di qualche tipo sarà difficile ripartire. Fino a 25mila euro sarà semplice ottenere liquidità. Ma per un’azienda di medio livello sono niente».

A oggi quindi non resta che aspettare. E aggiornare la conta dei danni. «Ogni mese il solo settore alberghiero perde almeno 100 milioni di euro – commenta Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi – E chissà quando potremo tornare alla normalità. Forse solo quando si troverà il vaccino e sarà somministrato. Io non penso che la prossima stagione possa essere come quella del 2019. Forse quella del 2021. Il settore del turismo ha affrontato diversi periodi di crisi. La guerra del Golfo, le torri gemelle, la Sars, periodi brevi che non colpivano tutti i settori. Nel 2001 si erano fermati i viaggi turistici, ma non i soggiorni business. Ora invece il blocco è totale. Settori come il commercio, l’agricoltura, l’industria, potranno riprendere in tempi rapidi. Il nostro mondo invece è legato a quello delle compagnie aeree. Bisogna capire come loro reagiranno nei mesi a venire. Riapriranno tutti i voli? Ci saranno delle restrizioni?».

 

All’aeroporto di Fiumicino per ora lo scenario è desolante. Normalmente qui, in una giornata media di inizio primavera, transitano circa 85mila passeggeri. La riduzione del traffico aereo, dopo l’esplosione della pandemia, supera il 90%, fra arrivi e partenze: i voli sono meno di cento al giorno. E i passeggeri, secondo fonti aeroportuali, meno di 4mila. Lo scalo romano, che ha adottato misure straordinarie per garantire la sicurezza dei passeggeri e dei lavoratori (disinfezioni giornaliere, distributori di igienizzanti), ormai da qualche anno è diventata la principale porta d’accesso per milioni di turisti: dei 13 milioni complessivi registrati dalle strutture ricettive nel 2019 (corrispondenti a 30 milioni di presenze), ben 8 milioni e 340mila sono stati gli stranieri venuti a visitare Roma. A farla da padroni sono soprattutto i cittadini degli Stati Uniti (quasi 2 milioni), seguiti da Regno Unito (652mila), Germania (590mila) e Giappone (496mila). Ospiti su cui verosimilmente, nei prossimi tempi, l’economia del turismo non potrà fare più affidamento. Anche perché i principali tour operator esteri, a partire dal colosso nordamericano Grand Circle Corporation, nel frattempo, oltre ad aver annullato ovviamente i viaggi previsti, hanno sospeso le nuove prenotazioni fino a data da destinarsi.

Prima della primavera del 2021, insomma, rischia di rimanere tutto fermo. Lo sanno bene le tante guide turistiche che operano in città, che sin dal primo momento dell’emergenza coronavirus hanno sperimentato sulla propria pelle il crollo delle prenotazioni. E di fatto la perdita del lavoro per chissà quanto tempo. L’elenco della regione Lazio ne conta oggi quasi 4000, a cui vanno aggiunte le persone abilitate fuori Roma e che ora lavorano nella capitale. Poi ci sono gli accompagnatori turistici e gli interpreti. Migliaia di persone che vivono di stagionalità, a volte anche con buoni ricavi, ma con tutele vicine allo zero. «Le guide turistiche nel Lazio e a Roma sono prevalentemente partite iva”. afferma Simone Franci, presidente dell’associazione Guide Turistiche Italiane (GTI) – mentre da altre parti hanno iniziato a lavorare in cooperative e società, oppure studi associati. L’ulteriore criticità su Roma è che le guide sono cani sciolti, senza misure compensative del reddito, nessuna malattia e cassa integrazione nei momenti di emergenza», prosegue Franci. «A Roma negli anni non si è lavorato a rendere la guida un professionista moderno, un’impresa. Si tratta della vecchia mentalità di molte guide, che hanno difeso i numeri chiusi dei patentini per non avere concorrenti, ma non ha pagato. In prospettiva futura si potrebbe innanzitutto iniziare a lavorare su questo».

Le aspettative per il futuro sono tutt’altro che rosee. «Si prospetta una contrazione del settore, dall’impatto devastante soprattutto per una città a vocazione turistica come Roma, dove ci sarà più offerta che domanda, soprattutto per un turismo solo interno», conferma Claudia Sonego, guida turistica attiva a Roma e vicepresidente di GTI. C’è poi un problema ulteriore all’orizzonte, quello del crollo dei compensi.  Sonego evoca il modello Sharm el-Sheikh, il paradiso naturalistico egiziano devastato nel 2005 dagli attentati di matrice islamica: «In quel periodo nessuno voleva più andare a Sharm, che ha ricominciato a essere frequentata solo dopo un abbassamento folle dei prezzi. Ma io posso decurtarmi il prezzo di due terzi per lavorare?».  Uno scenario che proprio a Roma si è prospettato sin dall’origine dell’emergenza coronavirus. «I miei colleghi hanno ricevuto comunicazione da parte di alcune grosse agenzie tour operator, tra cui Enjoy e Carrani, che hanno fatto cartello per abbassare il tariffario guide con la scusa dell’emergenza. Decurtazioni di 50 euro di compenso». La questione centrale per le guide turistiche è chiaramente quella di essere forse l’ultima professionalità a cui sarà consentito ripartire, soprattutto per questioni di flussi turistici e stagioni.  «Il 2020 ce lo siamo giocati completamente», chiosa Simone Franci. «Il turismo andrà trattato nella fase 2 e 3 come un’industria a livello nazionale, non a livello locale o regionale. I piani del turismo, come quelli delle industrie, devono essere diretti e articolati dal ministero a livello nazionale altrimenti si affonda. Servono strategie di respiro mondiale per iniziare da subito ad affrontare il 2021. A tutti i professionisti del settore bisognerà dare poi strumenti per sopravvivere, altrimenti alla ripresa molti non ci saranno più».

 

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