Nella testa avete ucciso tutti i vecchi. Restare tra giovani non vi gioverà

2 Aprile 2020

Qualche giorno fa, in piena tempesta sugli ospedali della Bergamasca, hanno chiesto a un bergamasco noto e serio come il professor Remuzzi, che oggi dirige l’istituto Mario Negri, come si sentisse in quella situazione. Erano giorni di scelte dolorose, si parlava addirittura di un conflitto giovani/vecchi, mancavano i respiratori, e il professore con grande serenità mise in fila le sue priorità: “Veda, io ho settant’anni. Se dovessi finire in ospedale e, accanto a me fosse ricoverato un giovane, e con a disposizione un solo respiratore, direi semplicemente di intubare lui. Sarebbe la cosa più giusta». Ecco, il professor Remuzzi aveva diritto a quelle parole. Erano le sue, e suo il destino. Parlava semplicemente da vecchio, non da autorevole medico, a cui quella scelta – salvare una vita, in luogo di un’altra – non poteva toccare, essendo sacro ogni essere umano.

Sono morti centinaia di anziani. Ancora ne moriranno. Ma d’ora in poi parlerò solo di vecchi, perché la parola anziano contiene un maquillage pietistico-letterario che intende togliere la gravità del tempo. Vecchio è definitivo. Se ti rapporti con lui, non puoi sfuggire. Mentre noi invece siamo fuggiti, siamo fuggiti dall’idea che dovessero contare, dovessero avere un ruolo, non tanto in prospettiva, ma per l’esistente e che vita è senza l’esistente? Abbiamo lasciato che la strage si perpetuasse con regolarità, giorno dopo giorno, numeri terribili dopo numeri terribili, considerando come ineluttabile l’idea che quel virus facesse il suo copioso raccolto all’interno della comunità, spesso raggruppata nelle case di riposo. Un’unica soluzione e il problema era risolto. Il dramma dei vecchi, però, via via si parcellizzava, insidiandosi in ogni famiglia a cui gli ospedali non potevano più dare risposta. I vecchi così morivano in casa, tra le braccia dei cari. Senza una cura, e nemmeno un perché.

Per un numero di giorni molto consistente, il calvario della comunicazione ha offerto la sua spiegazione: quell’enormità di vecchi moriva semplicemente perché erano vecchi. «Chiaro? Limpido? Recoaro!», raccontava quella vecchia pubblicità. Normalità&Mortalità, compagne di viaggio a braccetto verso il camposanto. Quel messaggio intendeva da un verso placare una paura dilagante, come se offrire qualche centinaio di vecchi al tragico pallottoliere del Covid-19 potesse tranquillizzare una comunità smarrita, ma dall’altro, forse inconsapevolmente, alimentava quel terreno culturale per cui considerare quelle vite, in virtù di una prospettiva assai più limitata, come l’inevitabile pedaggio da pagare allo scorrere della vita. Banalissimi costi della democrazia, insomma. Si sottolineava sempre e costantemente l’età media degli scomparsi, si pigiava il tasto di una salute che in quegli anni ovviamente zoppica, si dava per scontato che quei numeri già così poderosi dovessero contenere una percentuale imponente di vecchi. E se la strage, per un paradosso immaginario, si fosse fermata solo ai vecchi, e ne avesse azzerato, o quasi, l’intero corpo sociale, il resto dell’umanità l’avrebbe rubricato sì come un flagello, ma in fondo di portata molto più limitata. Certo, poi ognuno aveva il pensierino buono per i suoi, di vecchi.

Un’attenzione, un batticuore, un “senti mamma, come stai, tutto bene, hai da mangiare, ti faccio la spesa?”, il disbrigo sentimentale più privato a cui non potersi sottrarre. E poi certo, magari il dolore infinito se a cadere in quel crepaccio del virus era uno dei nostri vecchi. Poi, sono cominciati a morire anche gli “altri”. E come per incanto, a levarsi voci più dubbiose, per dire che ogni vita umana aveva la stessa importanza, che nessuno avrebbe potuto preferire questo a quello, che “nessuno si salva da solo”, come ha sottolineato Francesco.
Invece i vecchi sono morti da soli. Senza nessun senso di rispetto da parte di un Paese che il censimento definisce esattamente come vecchio. Perché una strage di persone molto anziane non impressiona, non lascia traccia nelle coscienze? Certo, la forchetta del tempo che rimane da vivere ha il suo valore. Se è ridotta, si riduce anche il nostro dolore. Se si spegne una vita molto giovane, enorme sarà la nostra sensazione. Ci si dispererà, mettendoci nei panni di quei genitori. Ecco, i vecchi non hanno più i genitori. Particolare non trascurabile. Manca quel sentimento di identificazione con il dolore altrui. Noi possiamo solo immaginare il dolore di un genitore che “perde la vita” perdendo un figlio. Se muore un vecchio, muore un vecchio e basta. Non c’è dispersione di dolore altrui, lo sguardo non si volge immediatamente ai figli del vecchio. Non c’è compenetrazione compassionevole. Niente. È semplicemente morto un vecchio.
E poi, qui in Italia, molto prima che accadesse il flagello, nessuno ha mai considerato i vecchi, neppure, egoisticamente, sotto il profilo economico. Nessuno ha mai pensato di metterli a reddito, guadagnandoci sopra, speculandoci, magari. Non sono attrattivi, giusto quel genietto di Prostamol ci ha fatto due soldi. Pure le dentiere sono scomparse. Maglie di sotto nisba, zero elisir di lunga vita. Vecchio, sei solo un povero vecchio.

E teniamo malinconicamente basso il dibattito sulla considerazione etica per i vecchi, che un tempo era pur un valore, lasciamo pure che il vento disperda il loro patrimonio morale, la capacità di poter indicare qualche strada, contribuire con l’esperienza alla risoluzione dei problemi. Niente, questioni che non hanno più margini di attualità in una società frenetica come la nostra, che fa fatica a riconoscere qualunque merito, qualunque panorama, fuori da sé. Nella vostra testa avete già ucciso tutti i vecchi. Ma restare tra giovani non vi gioverà.

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CAT: salute e benessere

Un commento

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  1. marco-bellarmi 3 mesi fa

    Il 95% dei deceduti ha più di sessant’anni, l’87% più di settanta, quelli che vanno tutti i santissimi giorni dal panettiere. Sarà colpa dei giovani…

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