Perché aprire ristoranti e bar sarebbe un suicidio

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6 Aprile 2021

Come uno dei più noti animatori del movimento IoApro, che oggi si riunirà a Roma, anche io vengo da un piccolo paesino vicino a Sassuolo. Dalle alture, nei pomeriggi d’estate, si vede il panorama del distretto ceramico: le fabbriche monolitiche che sovrastano ogni cosa, il fiume Secchia che divide la provincia di Reggio da quella di Modena, il traffico stradale fatto di camion e macchine aziendali che intasano le strade rendendo Sassuolo un inferno per quel che riguarda la viabilità.

Non solo: conosco bene le difficoltà e i sacrifici fatti da chiunque durante questa pandemia. Le restrizioni hanno colpito tutti, perfino il settore ceramico, che per la prima volta da anni a questa parte ha dovuto rinunciare al Cersaie. 

Gli aiuti, vista la gravità della situazione e la sua dimensione emergenziale, sono stati spesso insufficienti e in ritardo. Le aziende lamentano ritardi nell’erogazione della Cassa Integrazione, le modalità con cui questa verrà risarcita e i tempi.

Sugli aiuti economici durante questa pandemia, ci sarebbe tanto da dire. Nonostante la mobilitazione di Stati e Banche Centrali, le dimensioni della catastrofe richiedevano interventi straordinari: l’Helicopter Money come ha proposto Galì, tanto per fare un esempio.

Ma allo stesso tempo bisogna tener conto della realtà: non solo le industrie rappresentano il cuore pulsante dell’economia di un paese, tanto che anche durante la crisi del 2008, come fa notare Rainer Walz, i paesi in cui il peso di queste sul PIL era predominante hanno avuto un tracollo più contenuto. Ma dal punto di vista epidemiologico, bar e ristoranti rappresentano un clima fertile per il virus.

Il contagio da SarsCoV2 sembra manifestare quello che, in statistica, viene chiamato “principio di Pareto“. Anche conosciuto come “principio 20/80”. Detta in soldoni: il 20% dei contagi dà luogo all’80% dei contagiati.

Per contenere la diffusione è infatti di vitale importanza intervenire sugli eventi superdiffusori. Siamo stati abituati, durante questo anno, a parlare di Rt: si tratta del numero medio di persone che vengono infettate da un singolo positivo, per semplificare. Nonostante questo valore descriva le dinamiche di un’epidemia a livello aggregato, non coglie i microfondamenti del contagio: si tratta, appunto, di una media. In questi anni, grazie anche a tonnellate di dati, i modelli epidemiologici classici, basati sulla teoria dei sistemi dinamici, sono stati affiancati dagli agent based model.

Se i modelli classici, come il SIR, lavorano sulle quantità aggregate, prescindendo dalle dinamiche sociali sottostanti- come Infetti, Suscettibili, Guariti- gli agent based model cercano di dare, invece, una descrizione microscopica al contagio. Le dinamiche sociali, infatti, si prestano a essere modellizzate attraverso network- questi sono anche chiamate in italiano “reti” e affondano la loro esistenza nella teoria dei grafi. Un network non è altro che un insieme di puntini e freccette che li collegano: i puntini siamo noi, gli esseri umani, e le freccette sono le relazioni che intratteniamo dal punto di vista sociale.

 

Un esempio di Network

 

Tra i luoghi ed eventi superdiffusori, però, ci sono anche le fabbriche. Perché allora non decidere di tenere aperti bar e ristoranti e chiudere le fabbriche? Ci sono questioni economiche dietro che non voglio trattare. Mi concentrerò invece su una questione più computazionale. In un’azienda, qualora venisse trovato un positivo, fare tracing risulta abbastanza agevole. Questo perché i lavoratori e le lavoratrici, dal punto di vista del network, tendono a formare una cricca (cluster, per usare una terminologia più specifica). Nel caso di un ristorante o di un bar, dove invece gravitano centinaia di persone al giorno, spesso diverse, il tracing salterebbe immediatamente, rendendo impossibile ricostruire la catena del contagio.

 

A livello empirico nel corso dei mesi abbiamo assistito a una proliferazioni di studi che mostravano come ristoranti e bar facessero da traino per il contagio. In uno studio del settembre scorso, i ricercatori e le ricercatrici invitano a considerare il divieto di consumare cibi e bevande in loco per proteggere tanto i clienti e le clienti quanto i lavoratori e le lavoratrici. Nonostante i protocolli, la distanza tra un tavolo e l’altro, la mascherina e un numero di persone ridotto per tavolo, ristoranti e bar al chiuso restano pericolosi per il contagio. La trasmissione del virus avviene sì attraverso droplets, ma anche attraverso airborne.

Una riapertura dei ristoranti, quindi, porterebbe a un aumento dei contagi, compromettendo la campagna vaccinale e tutte le conseguenze che già conosciamo: aumentano i ricoveri, poi le terapie intensive e, infine, i morti.

Ma c’è, nella retorica del movimento Io Apro, un salto logico non da poco. Non so quanto si possa parlare di Teoria dei Giochi, e la loro strategia aperturista sia soltanto un tentativo di scendere a compromesso. Qualora la manifestazione fosse per un piano di aiuti più ingente e puntuale, nessuno avrebbe da ridire. Ma il movimento  minaccia  “il ritorno alla vita”, come viene definito, che rischia di sortire l’effetto opposto di cui parlavo prima: far sentire la propria sofferenza è una battaglia nobile che può essere sostenuta; minare alla salute pubblica è invece un atto da condannare senza appello.

 

 

 

TAG: bar, Covid, Draghi, Ioapro, lockdown, manifestazione, Ristoranti, virus
CAT: salute e benessere, società

2 Commenti

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  1. lina-arena 1 settimana fa

    ANCORA NON AVETE SPIEGATO BENE COME FUNZIONA IL CONTAGIO NEI BAR O NEI RISTORANTI. NON AVETE SEGNALATO CHE TUTTA L’ARIA CHE RESPIRIAMO E’ INQUINATA PER CUI QUELLA CHE CIRCOLA DENTRO I LOCALI DEI BAR E DEI RISTORANTI E’ FORSE LA MENO INQUINATA. DOVE AVETE COLLOCATO LE DISCARICHE? CI DISTRUGGONO LA VITA E SONO L PIU’ FEROCI PERCHE’ NESSUNO LE OSTACOLA.

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    1. Mattia Marasti 4 giorni fa

      E i marò?

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