Come Sconfiggere il Coronavirus

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9 Ottobre 2020

 

Ormai da mesi il mondo intero vive attanagliato nella morsa del Virus. Dopo la calma piatta dell’estate, in cui i numeri si erano ridimensionati a tal punto che qualcuno ha avuto l’imprudenza di dichiarare il virus “clinicamente morto”, le folate di vento autunnali, oltre a far vorteggiare le foglie ingiallite che pendono dagli alberi, ha riportato il dramma dell’aumento dei contagi. In questi ultimi giorni i dati italiani sono peggiorati drasticamente. Prima di noi altri paesi europei hanno visto una crescita sostanziale dei loro contagiati- tra tutti Francia e Spagna, che hanno registrato numeri a dir poco preoccupanti. Per un certo periodo si era quasi diffusa la sensazione che la seconda ondata- se così si può definire- ci avrebbe risparmiato.

Per fronteggiare questo vertiginoso aumento dei casi, il governo italiano ha varato o si appresta a varare una serie di misure restrittive che dovrebbero frenare il contagio.

Non circola ottimismo, tra gli ambienti più competenti. Le misure messe in atto dal governo italiano, sulla falsa riga di quanto successo a febbraio e sulla scia di quanto successo negli altri paesi, non porteranno l’effetto sperato e l’epidemia non frenerà.

Allo stesso tempo è tornato, come le ciliegie d’estate, un fenomeno assai pericoloso, stimolato per certi versi anche dalla politica: il contagio come colpa. Era già successo con le discoteche- che probabilmente non avrebbero nemmeno dovuto riaprire e questo errore, da parte ci certi presidenti di Regione, ci è costato caro- e sta succedendo di nuovo adesso. Così come il lockdown era stato accompagnato da immagini di giovani assembrati sui Navigli, allo stesso modo questo aumento dei casi viene imputato alla movida notturna in cui i giovani si gettano nel weekend, bevendo e fumando ammassati fuori dai locali o nei vicoli o nelle piazze. Se è giusto stigmatizzare i comportamenti imprudenti, allo stesso tempo è necessario non ricadere in una retorica da concistoro.

Il problema principale di questa tendenza è che porta a gestire la diffusione del virus in maniera moralistica e non scientifica. Un esempio: le mascherine all’aperto. Se sull’uso delle mascherine al chiuso e in caso di assembramenti il consenso della comuncità scientifica è unanime, sulla mascherina all’aperto la questione è dibattuta. Non è un caso infatti che, anche coloro i quali si sono schierati a favore della mascherina all’aperto l’hanno fatto più per motivi psicologici che per motivi scientifici. Non solo: come fa notare l’OMS nel suo report sull’uso delle mascherine, l’obbligo all’aperto potrebbe portare le persone a non rispettare le norme imposte dal distanziamento fisico. Su questo punto, la discussione andrebbe affrontata prendendola, come si suol dire, alla larga: gli obblighi e le costrizioni imposti devono essere compresi e non accettati senza diritto di replica. Il rischio, infatti, è che tra qualche settimana, quando la misura non allenterà la pressione del virus sul nostro paese, il comportamento delle persone torni al suo stato iniziale, reputando inutili le misure previste dal governo.

Qual è allora la strategia ottimale per il contrasto del virus?

Si è fatta sempre più spazio, nell’opinione pubblica, la via svedese al contrasto del Virus, ma declinata all’italiana. Di fatto, si afferma che poichè la maggior parte dei contagiati sviluppa il virus in forma lieve- asintomatica o paucisintomatica- la cosa migliore da fare sarebbe far contagiare buona parte della popolazione, tenendo in isolamento i più deboli, così da sviluppare una sorta di immunità di gregge. Questa scommessa rischia di costarci caro: se è vero che la letalità al di sotto di, per dire una cifra, 60 anni è molto bassa, lo stesso non si può dire degli effetti sul lungo periodo ancora oggi non abbastanza indagati. Inoltre si sottovaluta il contributo degli asintomatici nella diffusione dell’epidemia. Come fa notare un paper pubblicato sul The New England Journal of Medicine, proprio gli asintomatici sarebbero il tallone d’achille delle nostre strategie di controllo.

Su questo punto vorrei focalizzarmi per rispondere alla domanda, un po’ provocatoria un po’ pretenziosa, posta nel titolo.

Come possiamo contrastare l’avanzata del virus?

Abbiamo fino ad ora, nel mondo, dei paesi virtuosi che hanno combattuto il virus, in alcuni casi senza ricorrere allo strumento del lockdown. Infatti, questa misura estrema non tiene conto di vari fattori non soltanto di tipo economico, ma anche sociale e psicologico e deve quindi essere utilizzata con estrema parsimonia. Non solo: se il primo Lockdown poteva essere giustificato dalla nostra impreparazione e dalla situazione di incertezza, un secondo lockdown sarebbe interamente da additare alla gestione dei mesi di calma da parte dello Stato. Come hanno fatto certi paesi, come la Corea del Sud, a sconfiggere il virus senza ricorrere a un lockdown totale? La loro strategia si è basata su una efficace quanto massiccia campagna di test. La stessa strategia è stata proposta dal Prof. Crisanti fin dall’inizio della Fase 2. Purtroppo gli sforzi del governo, da questo fronte, sono stati infimi: abbiamo passato l’estate a parlare di banchi a rotelle mentre la programmazione per il duro autunno che ci avrebbe aspettato una volta conclusasi la tregua è stata deficitaria.

Ovviamente una campagna di tamponi risulterebbe di difficile applicabilità. I tamponi richiedono laboratori privati per essere analizzati. Fino a ora sono stati il nostro paradigma perchè, tra i vari test di cui disponiamo, sono quelli più affidabili. I test rapidi come quelli molecolari, che il CTS ha sempre snobbato, hanno sì una minore affidabilità ma permettono analisi più rapide e meno costose. Proprio sull’utilizzo massivo di questi test si basa l’articolo “How to end the Pandemic this year” recentemente pubblicato su Project Syndicate, scritto da Mariana Mazzucato. Il costo, per implementare questa strategia, è stimato globalmente attorno ai 5 mila miliardi, un quarto rispetto agli stimoli fiscali messi in essere dai governi per sostenere le imprese.

Ma se questi test sono poco affidabili, perchè usarli?

Una recente Perspective pubblicata sempre dal The New England Journal of Medicine spiega che l’affidabilità non deve essere considerata un ostacolo se la strategia di test diventa massiccia: se testiamo ogni singola persona sulla faccia della terra ogni 2 settimane, questo tipo di test ci aiuteranno a tracciare meglio i contagiati, individuarli e isolarli.

Si tratta di un concetto abbastanza comune in statistica e analisi dei dati: le nostre rilevazioni infatti sono sempre affette da errori. Affinchè un certo tipo di errori venga minimizzato bisogna procedere con più misurazioni e usare strumenti matematici per cercare di capire in che modo il fenomeno si sta comportando.

L’interruzione della catena dei contagi deve essere lo strumento principale per porre fine all’epidemia, molto più delle misure restrittive che vanno viste in funzione di questi. Infatti, l’andamento dell’epidemia segue, naturalmente, l’andamento esponenziale. La caratteristica intrinseca dell’esponenziale è che il suo andamento nel tempo dipende dalla quantità presente al passo precedente. Un numero elevato di contagiati, porta necessariamente a un aumento. Non solo: se noi ci riduciamo a testare solamente i sintomatici, come facevamo a inizio epidemia, non riusciremo a trovare gli asintomatici e paucisintomatici, che anche ad agosto hanno probabilmente funzionato da serbatoio per i contagi di questi giorni.

Perchè non stiamo assistendo a una strategia di questo tipo nonostante la sua importanza nel contrastare il virus sia in Corea del Sud sia in Cina?

Si tratta di una domanda molto complessa. Ma di certo ha influito una retorica che da 40 anni dipinge lo stato come un leviatano inefficiente, lasciando tutto al privato. In questo modo le persone più qualificate e competenti sono state indirizzate verso impieghi più redditizi nel settore privato. Questo circolo vizioso ha così spompato l’apparato statale, incapace di allocare efficientemente le risorse, deficitario nel campo delle capacità dinamiche e di gestione. Se vogliamo gestire in modo più efficace le epidemie che ci colpiranno in futuro c’è una punto da cui partire: migliorare lo Stato.

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CAT: Sanità

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