Giuseppina Pizzigoni, un esempio a cui guardare per un rinnovamento della scuola

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24 Dicembre 2020

Nel 1870 sono nate delle donne che sarebbero passate alla storia come grandi innovatrici del sistema scolastico: Maria Montessori, Carolina Agazzi, Giuseppina Pizzigoni.

Di esse colei che ha avuto maggior fortuna nei manuali scolastici e nella diffusione del metodo di insegnamento è stata senz’altro la Montessori, alla quale i libri di Pedagogia in uso nelle scuole dedicano decine di pagine, riservando uno spazio assai più ridotto alle altre. Merito anche della capacità di promuovere la propria immagine che contraddistinse la Montessori durante la sua lunga e proficua vita, nel corso della quale girò per il mondo diffondendo il suo metodo.

Che la scuola italiana abbia oggi bisogno di una profonda ristrutturazione è alquanto palese e l’emergenza didattica causata dalla pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che evidenziarlo con maggiore forza. Nel corso degli anni, ministri e tecnici che non hanno mai messo piede in una scuola e non hanno mai prestato ascolto alle esigenze di chi ci lavora, si sono limitati a calare dall’alto le loro decisioni al corpo docente e alle varie dirigenze (le uniche che, del resto, hanno goduto di un aumento dei loro poteri decisionali). L’unico risultato così ottenuto è stato di appesantire l’istituzione scuola di una serie di fardelli burocratici che caricano la professione docente oltre misura, sottraendo ore preziose allo studio e all’aggiornamento, alla faccia della tanto decantata libertà di insegnamento prevista dall’articolo 33 della Costituzione e dall’art. 1 del D.Lgs. 297/1994. Ragione per cui è abbastanza plausibile che le migliori sperimentazioni in ambito scolastico si siano avute quando la scuola era libera da quella “burocratizzazione del mondo” che tanto lucidamente aveva previsto Max Weber. Sperimentazioni che mettevano al centro sia il lavoro del docente che la persona dell’educando. Prima ancora dei banchi a rotelle intesi come panacea di tutti i mali, Covid compreso…

Un fulgido esempio di tale spirito innovatore fu quello di Giuseppina Pizzigoni, la quale comincia a entrare nei libri di Pedagogia in maniera più estesa rispetto al passato. Di buona famiglia borghese – figlia di un fine intellettuale quale fu Carlo Pizzigoni – Giuseppina nasce a Milano prima di quattro figlie femmine. Da adolescente mostra una spiccata inclinazione per il teatro, ma la famiglia la indirizza verso studi più tradizionali. Giuseppina si diploma così alle Magistrali e un anno dopo, nel 1889, comincia a insegnare. Nella sua attività di docente si porterà sempre dietro le sue idee intrise della sua vena artistica. E subito si rende conto di come la scuola italiana non sia al passo con i tempi. Di quanto sia ancora mnemonica e ancorata ai programmi e alla lezione tradizionale e di come, invece, vi sia la necessità di formare dei cittadini consapevoli. Come la Montessori, trova aberrante che i bambini siano mortificati per ore in uno stato di immobilità che li tiene legati ai loro banchi e così rivendica il diritto alla gioia per i bambini. Come il diritto di lavorare in un ambiente gradevole esteticamente. Nel 1931 in Le mie lezioni ai maestri d’Italia scrive: «Io porto in eredità il gusto per l’arte; e non so vivere e lavorare in ambiente brutto, e però era naturale che, creando una mia scuola, una scuola secondo il mio spirito, io la creassi bene. Ma la mia preoccupazione non si arrestò già alla linea architettonica e alla decorazione degli ambienti: essa si fermò sul diritto del bambino alla gioia; e siccome la gioia viene all’uomo da ogni forma di bellezza, così sentii il diritto del bimbo a una vera e propria educazione estetica».

Viaggia in Svizzera, in Alsazia e in Germania per studiare metodi di insegnamento e di apprendimento alternativi a quelli italiani. Si interessa all’attivismo pedagogico. Torna con nuove idee e così elabora il suo metodo sperimentale di insegnamento denominato, per l’appunto, Rinnovata. Nel 1911, grazie anche all’apporto di tanti partners di prestigio, crea la scuola Rinnovata-Pizzigoni nel quartiere della Ghisolfa a Milano, con la benedizione del Comune. La scuola include i bambini che provengono da famiglie di contadini e operai. Nella sua scuola – che vede aumentare in maniera vertiginosa il numero degli iscritti – entra in vigore il tempo pieno. Il bambino è molto a contatto con l’aperto, alternando le attività di studio con quelle manuali, coltivando un orto, con attività che riguardano la vendita dei relativi prodotti, con passeggiate, escursioni, visite a musei, visite guidate a fabbriche e attività produttive che danno lo spunto per apprendere nozioni di storia, geografia e scienze e stabiliscono uno stretto collegamento tra scuola e vita. Si tratta di un esperimento unico nella realtà di Milano che, se replicato in vasta scala, avrebbe forse conferito un aspetto diverso alla città.

Tutto l’impegno e la carica innovativa della Pizzigoni nel far conoscere il suo merito non ha eguagliato i traguardi raggiunti dalla Montessori. In effetti le due pedagogiste erano molto diverse, anche sul piano della formazione: medico la Montessori, donna di scuola a tutto tondo la Pizzigoni. Mentre le scuole montessoriane sono diffuse a livello mondiale, il fenomeno è assente per quelle pizzigoniane. Il motivo è forse da ricercarsi nel fatto che sotto il profilo economico la sua sperimentazione fosse troppo onerosa per le pubbliche amministrazioni, dovendo garantire alti standard di eccellenza ed in più il mantenimento di una azienda agricola. Cose impensabili, per una politica scolastica che nel tempo ha subito tagli sempre più incisivi, impoverendo la scuola come nessun’ altra istituzione.

La Pizzigoni rifiutò sempre di aderire al fascismo e non si legò mai a questa o quella ideologia. Nel 1929 Giuseppina lasciò l’insegnamento e diventò direttrice dopo aver superato un concorso pubblico. Due anni prima aveva fondato l’Opera Pizzigoni, trasformata in ente morale con regio decreto nel 1933 e trasformata in Associazione Opera Pizzigoni nel 2015. Oggi l’Associazione è attiva nel diffondere il metodo e nel mantenere l’archivio storico, nell’accogliere gli studenti dei Licei delle Scienze Umane e nel promuovere il raccordo con altre realtà scolastiche che vogliano sperimentarne il metodo.

Giuseppina Pizzigoni morì povera tra i poveri in un ospizio di Saronno, il 4 agosto 1947. Il Comune di Milano le ha intitolato una strada. Nel 1958 le ceneri vennero traslate per volontà del Comune nel Famedio del Cimitero Monumentale. Forse una incisiva riforma della scuola italiana dovrebbe ora guardare con rinnovato interesse alle esperienze messe in campo di Giuseppina Pizzigoni e di alcuni coraggiosi pedagogisti come lei. Sarebbe forse un modo per tirare fuori la scuola dalla palude in cui oggi si trova impantanata.

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