La Dad, il Coronavirus, il terremoto dell’80, la meritocrazia ieri e oggi

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7 Novembre 2020

Il discorso, da alcuni mesi a questa parte, si è polarizzato intorno a due posizioni opposte. La prima, quella di chi con forza sostiene il “diritto allo studio” dei propri figli e la loro necessità di “socializzazione”. L’altra, quella di genitori terrorizzati dall’idea di mandare i figli in ambienti ad alto rischio di infezione ed anche di chi in trincea ci sta tutti i giorni e conosce a menadito i meccanismi più reconditi della scuola italiana, e che, sicuramente senza sminuire il valore della scuola (che già sminuito lo è stato dai provvedimenti infausti adottati dai vari governi in carica), sa bene che in piena pandemia non si può essere superficiali con la salute propria e degli altri, anche perché spesso è difficile ottenere il rispetto delle regole igieniche e sociali imposte dal Coronavirus a scuola. Questo perché classi pollaio e spazi angusti, con tutta la buona volontà da parte di tutti, non garantiscono il distanziamento sociale e non evitano il diffondersi dell’aerosol nell’ambiente. Senza tener conto di quello che può succedere negli assembramenti su autobus stracarichi di studenti pendolari.

Eppure, le proteste da ambo le parti non si placano. Anzi. Alla faccia del “patto scuola-famiglia” ribadito in tanti documenti ufficiali. Mamme negazioniste che si disperano di non poter lasciare i propri figli a scuola, ormai considerata poco più che un parcheggio, a motivo del fatto che loro lavorano e che proprio non possono stare dietro alla prole. Persone di ogni estrazione sociale che vedono nei docenti quelli delle diciotto ore e dei tre mesi retribuiti di vacanze, dimostrando veramente con poco di non conoscere affatto la quantità di lavoro sommerso dei docenti, che è il triplo di quello che appare all’utenza, a fronte di una retribuzione ridicola e con un contratto bloccato da un decennio.

Purtroppo, tra i “si dice” e i “si fa” ed il chiacchiericcio di heideggeriana memoria, sono molti coloro che non si fermano neppure davanti ad una pandemia. Magari gli stessi pronti a fare assembramenti nelle pizzerie, in coda alla cassa dei supermercati e nelle passeggiate sul lungomare, pronti però a sparare a zero sull’istituzione scolastica, tanto per trovare un colpevole di una situazione catastrofica come quella che stiamo vivendo a livello planetario.

La demolizione del sistema scuola attuata dalla politica da un ventennio a questa parte, sembra così trovare il suo necessario completamento nella denigrazione sistematica di una categoria di lavoratori (docenti e Ata) da parte delle famiglie, che si sentono sempre autorizzate a mettere il becco nella gestione della didattica e del tempo scuola e ad utilizzare l’arma o il bieco ricatto del ricorso, semmai si verificasse una bocciatura o comunque qualche valutazione negativa dei propri figli.

Ma siccome, in tale ambito, quasi nessuno sembra ricordare quel detto che dice “a ciascuno il proprio mestiere”, ci si ritrova gli ambienti scolastici intossicati dalla presenza di adulti che, così intenti a fare le pulci ai docenti, quando non a denigrarli nelle famose chat (soprattutto delle mamme) dove si dice di tutto di più, forse hanno smarrito per strada la propria capacità genitoriale, senza neppure rendersene conto. Cosa oggi ben evidente sui social, dove la facilità di comunicazione mette a nudo il degrado in cui versa la società e che poi si riverbera nel vissuto della scuola.

In tempi difficili e inaspettati come i nostri, la scuola sta facendo un lavoro eroico garantendo il diritto all’istruzione attraverso la didattica a distanza che, seppure con tutti i suoi limiti e la sua natura emergenziale, non ha finora abbandonato nessuno. A giugno tutti gli studenti hanno dovuto essere promossi perché si temeva una valanga di ricorsi da parte delle famiglie, tant’è vero che Azzolina affermò chiaramente che tutti sarebbero passati alla classe successiva.

Nel 1980 ci fu un terremoto di gravi proporzioni che molti ancora ricordano. Le scuole furono chiuse. La didattica a distanza non c’era, ma tutti pensarono per prima cosa a salvarsi la pelle. Ci furono sfollati in quantità e gente che dormì all’addiaccio in tendopoli di fortuna. Ci furono territori distrutti dal terremoto. I ragazzi che non erano meritevoli furono rimandati a settembre senza pietà e senza sconti agli esami. Nessun genitore si lamentò o fiatò.

Nessuno invocò, come succede oggi, la giovane età, la fragilità emotiva o le situazioni familiari problematiche degli studenti. Le difficoltà tempravano il carattere, mentre troppa accondiscendenza tira su generazioni di persone deboli.

Altri tempi. La scuola era un’istituzione rispettata e non un parcheggio. I docenti una categoria preziosa con un lavoro importante da svolgere.

Poi, tra progetti, pof, pon, competenze, offerta formativa e quant’altro, anche la scuola è diventata un mercato come tutte le altre cose, dove si mercanteggiano i voti, i crediti formativi, le interrogazioni da svolgere in maniera “programmata” e finanche il tempo scuola (si entra e si esce quando lo si desidera) e dove chiunque, anche non avendo capacità, sa che andrà tranquillamente avanti.

Chissà che il virus non ci insegni che la strada da percorrere va cambiata. Facciamo tesoro di questo tempo doloroso per un rinnovamento della società dal profondo, dalle sue basi etiche. Ne trarrà di sicuro un gran giovamento anche la scuola.

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CAT: scuola

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