La scuola italiana: un ospedale che dimette i malati

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15 Luglio 2021

Le prove Invalsi 2021 hanno rivelato che alla Maturità gli alunni dimostrano competenze da terza media.

Forse, una novità per i politici abituati a decantare i loro fallimenti nel campo delle politiche dell’istruzione come grandi successi (almeno da una ventina d’anni) e delle famiglie, che ormai fanno i sindacalisti e gli avvocati difensori dei figli. Una notizia, forse, per i dirigenti scolastici, detti una volta presidi, ormai abituati a gestire in modo aziendalistico le “loro” scuole, i “loro” docenti e i “loro” studenti (clienti), e quindi, come tali, interessati al numero degli iscritti e alle valutazioni (alte) che sarebbero il risultato del “successo formativo”. Una non-novità per gli addetti ai lavori, i docenti, divenuti l’ultima ruota del carro di tutto quanto calato dall’alto e mortificati da interventi immaginifici per una scuola “al passo coi tempi”, ed interessata, invece, ad assecondare logiche di mercato, piuttosto che a coltivare lo spirito critico dei giovani e a formarli come cittadini.

Don Milani si starà rivoltando nella tomba e le sue parole potrebbero oggi essere sottoposte ad una revisione, che dà il senso dei tempi nei quali viviamo. In Lettera a una professoressa, i ragazzi di Barbiana scrivevano che la scuola, quella da loro vissuta, fosse come «un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile».

Oggi, invece, la scuola che sforna 100 a ripetizione agli esami di Stato, che promuove ragazzi che hanno il solo merito di respirare senza impegnarsi, è esattamente come un ospedale che dimette i malati.

Le politiche degli ultimi vent’anni hanno tagliato su tutte le materie, hanno burocratizzato a dismisura il lavoro degli insegnanti, hanno favorito le classi pollaio e poi? E poi si meravigliano delle prove Invalsi, un carrozzone che costa svariate centinaia di migliaia di euro all’anno che potrebbero essere impiegati per rifare scuole fatiscenti e destinare delle risorse ai magri stipendi dei docenti, la cui funzione, così indispensabile per la democrazia, è sempre di più svalutata da campagne denigratorie attuate con sistematicità negli anni.

Non è bastata nemmeno una pandemia a rivedere l’impianto complessivo della scuola, che va completamente riformato. E come al solito, i docenti non vengono mai interpellati in merito a ciò che li riguarda. La promozione è assicurata a chiunque, perché ci sono direttive ministeriali calate dall’alto, e perché, paradossalmente, è il docente a dover mettere in campo tutte le motivazioni possibili e immaginabili per dimostrare di avere fatto anche l’impossibile per recuperare e motivare chiunque, anche chi non porta a casa nessun risultato durante il suo intero percorso scolastico.

Tutto quello che succede si nasconde dietro ad espressioni tronfie quanto vuote come “competenze”, Pof, Pon, Bes, Dad, e chi più ne ha più ne metta, con tutto il ridicolo codazzo di persone interessate ad accaparrarsi questa o quella “funzione strumentale” di Istituto, questo o quell’incarico e incarichino pagato con mance dei fondi di istituto, ma tanto c’è sempre chi si sobbarca lavoro non previsto dal contratto di lavoro per anche meno.

Il docente parla al dirigente scolastico di libertà di insegnamento, peraltro garantita dalla Costituzione. Lui ti sbatte in faccia la nota ministeriale, ed il gioco è fatto. La replica è impossibile. Il dictat va eseguito. Stop.

La deriva rappresentata dai risultati dell’Invalsi, parla chiaro: i test andrebbero aboliti; le valutazioni dei docenti dovrebbero essere libere da qualsiasi pressione genitoriale e dirigenziale.

Ma ci sono altre cose che andrebbero riviste. La priorità della scuola è oggi quella di smantellare tutte le riforme portate avanti da Berlinguer in poi e restituire centralità alla cosa oggi più bistrattata: la lezione frontale, diventata la cenerentola del processo educativo – che si basa sulla relazione – e mortificata da una serie infinita di impegni burocratici “improcrastinabili”, riunioni a non finire (e per lo più inutili), Ptof altrettanto inutili, viaggi e viaggetti, attività di qua e di là, incontri con personalità di tutti i tipi, intromissioni di fuffa psico-pedagogica e altro che poco a che fare con il lavoro dell’insegnante. Per non parlare di un altro accidente che sono i corsi di aggiornamento e formazione portati avanti da agenzie a pagamento, che spesso non formano e non aggiornano e sottraggono tempo al reale aggiornamento di una professione intellettuale, per la quale oggi non solo non resta neppure più il tempo di leggere buoni libri (cosa veramente formativa), ma nemmeno di respirare.

Stendiamo, poi, un velo sui vari ministri che si sono succeduti al Ministero dell’Istruzione, perché per ciascuno parlano i rispettivi danni che hanno arrecato al settore dell’istruzione, ripeto, da almeno vent’anni.

Più di me, queste cose sono ben illustrate in un approfondito articolo uscito sul Manifesto, al quale vi rimando. Qui è contenuto il “Manifesto per la nuova scuola”, sottoscritto dal gotha della cultura italiana (intellettuali, accademici, scrittori, ecc.) per rivedere l’impianto complessivo della scuola italiana (un tempo fiore all’occhiello dell’Italia, oggi distrutta dalla politica che distrugge tutto ciò che avvicina). Tra i firmatari ci sono Alessandro Barbero, Mauro Biani, Luciano Canfora, Massimo Recalcati, Gustavo Zagrebelsky, Libero Tassella.

Come vi rimando anche ad una puntuale disamina di Alessandro Salerno su un gruppo che tratta di tematiche scolastiche.

Per chiudere, vi passo una notizia che non è diramata dai canali ufficiali e che è un altro dei buoni motivi per riconoscere ed apprezzare l’utilità del giornalismo partecipativo. La petizione su Change.org per aderire al Manifesto per la nuova scuola. Il link è qui.

 

Foto di copertina tratta da zoomscuola.it

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CAT: scuola

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