DIDATTICA A DISTANZA, FACCIAMO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

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13 Maggio 2020
Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. A capire che il tempo – e non il denaro – è la risorsa più preziosa. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. [David Grossman]

 

Per la prima volta in duemila anni di pedagogia stiamo parlando di didattica digitale. L’evento epocale che ha determinato questo suo improvviso irrompere nelle vite delle famiglie è stata, com’è noto, l’emergenza Covid19. Una nuova sfida che gli insegnanti italiani hanno retto bene, pur non essendo mai stati preparati ad hoc e neppure avendo per contratto un simile impegno. Fin dai primi giorni dell’emergenza Coronavirus, prima ancora che il Miur istituzionalizzasse questo tipo di didattica, i docenti si sono attivati con tanta buona volontà, predisponendo materiali e lezioni online, attraverso canali di comunicazione diversi, che vanno dalla email alle class room, in modo da far sentire vicinanza e interesse ai loro studenti. Un sondaggio di Skuola.net realizzato per Radio 24 ha evidenziato l’alto gradimento della componente studentesca verso l’operato dei loro professori in questo particolare frangente storico (la notizia è sul Sole24Ore, ed è consultabile su: www.ilsole24ore.com/art/didattica-distanza-piu-9-studenti-10-promuovono-prof-se-ne-parla-radio24-ADlZWIJ?refresh_ce=1).

La nuova modalità didattica, venuta improvvisamente a colmare un vuoto di rapporti diretti tra docenti e discenti, ha avuto e continua ad avere il suo spazio di animato dibattito in rete, più di preciso sulle pagine di siti specializzati come Orizzonte Scuola, ma anche su gruppi facebook molto attivi come Professioneinsegnante e Professionedocente. Si evidenziano qui brevemente alcuni aspetti di questo dibattito:

1)   La didattica a distanza non è una didattica vera e propria, in quanto se insegnare significa trasmettere conoscenze attraverso dei metodi che ogni insegnante mette in campo nel momento in cui entra in classe, ebbene, questo processo si realizza nella costruzione di relazione e di rapporto. “L’educazione è cosa del cuore”, diceva don Milani (lettera circolare Dei castighi da infliggersi nelle case salesiane del 29 gennaio 1883, ma pubblicata solo nel 1935). L’educazione è basata sull’”empatia”, afferma la pedagogia odierna, che significa coinvolgere anche e soprattutto emotivamente il discente (gli articoli e i lavori scientifici su quest’ultimo tema si sprecano, pertanto in bibliografia ne indichiamo solo alcuni di una miriade quanto mai vasta). In sostanza, resta valido il rinomato detto di Plutarco, che afferma: «I giovani non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere». Il calore di tale rapporto manca nella trasmissione via web, la quale genera anche dei notevoli cali di attenzione negli studenti;

2)  Non tutti gli studenti dispongono di una connessione web o di più pc e capita che nella stessa giornata i figli di una famiglia debbano connettersi a ore diverse, magari con lezioni sincrone di corsi e scuole diverse. La Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha quindi messo in campo un poderoso piano di risorse per la scuola digitale, già a partire dal prossimo anno scolastico. Anche perché è improponibile pretendere di svolgere esercitazioni e lezioni con il solo smartphone alla mano. Resta un fatto incontrovertibile: il web ha ormai acquisito piena cittadinanza nel mondo globale e tutte le discipline di studio sono coinvolte in tale ambito globale di saperi e conoscenze;

3)   Si segnala, anche in rete, l’invadenza delle famiglie che sbirciano attraverso gli schermi, in alcuni casi suggeriscono le risposte ai figli, hanno abbigliamento e comportamenti alle volte non appropriati. Certo, su questo punto non è il caso di generalizzare, anche perché ci sono genitori molto collaborativi. Tuttavia, nei resoconti dei docenti coinvolti nella nuova metodologia didattica, sono state raccolte moltissime testimonianze relative a queste situazioni “casalinghe”, mentre d’altro canto le famiglie reclamano il rispetto della propria intimità da un professionista che entra loro in casa, seppure attraverso uno schermo. Insomma, la reciprocità alle volte è un fatto davvero problematico e complesso;

4)  L’impegno richiesto da questo tipo di didattica è davvero oneroso, in quanto i docenti italiani, in molti casi e a seconda delle materie insegnate, hanno triplicato il tempo dedicato alla loro professione e ai ragazzi, che li contattano in qualsiasi ora del giorno, tutti i giorni, anche quelli festivi. La giornata passa tra preparazione e caricamento di schede e materiali, lezioni online, correzioni di elaborati che spesso arrivano tutti insieme e supporto anche psicologico agli studenti. In un primo momento, inoltre, parte del corpo docente, com’è stato notato dai docenti stessi, ha messo in campo una rincorsa a “strafare” per dimostrare ai dirigenti scolastici di essere bravi e di mandare avanti comunque i “programmi”. Ci sono dirigenti che hanno preteso riunioni via Skype e lezioni rimodulate e dirigenti che non hanno imposto nulla ai professori. Ci sono state classi che si sono lamentate per l’eccessiva mole di lavoro che questa nuova modalità ha loro richiesto. Una preside di Brindisi ha recentemente chiuso una nota piattaforma per problemi legati alla privacy degli insegnanti.

5)   La didattica a distanza è stato un semplice palliativo per fare fronte ad un’emergenza inaspettata e sarà destinata a scomparire, con tutti i suoi limiti (compresa la scontata promozione di tutti gli studenti a giugno, visto che le priorità ora sono altre e stante l’impossibilità di “valutare” online, a rischio di una pioggia di ricorsi), non appena l’emergenza sarà finita.

Insomma, sembrerebbe la didattica digitale ponga più problemi di quanti ne risolva, quindi, come sempre, un po’ di sano buon senso può aiutarci a districare i nodi di questa nuova realtà con cui nessuno, famiglie e docenti, avevano fatto i conti.

E’ quanto mai ovvio che entrambe le parti si aspettano che la didattica digitale sia un esperimento provvisorio, teso a sanare una situazione di estremo pericolo ed emergenza, che ci vede reclusi da almeno due mesi e non sappiamo per quanto tempo ancora, con l’auspicio che questa pandemia diventi quanto prima un brutto ricordo, con tutto il carico di morte e sofferenza che sta procurando a livello planetario.

La didattica digitale, pur con tutti i suoi limiti e la demotivazione che può ingenerare in docenti e studenti, è comunque servita finora a garantire il diritto alla formazione e allo studio degli studenti. Inoltre ha dato la possibilità agli insegnanti di mettersi in gioco utilizzando nuovi linguaggi di trasmissione del sapere. Freddi, asettici, ma meglio del vuoto assoluto.

A parte questo, è chiaro che il “dopo” dell’istruzione italiana va ripensato. E va ripensato ponendo di nuovo al centro le persone e la scuola come comunità educante, piuttosto come azienda nella quale gli studenti si sono trasformati in “clienti” e, come figli di famiglie paganti, hanno diritto sempre e comunque alla promozione, in barba a qualunque criterio di meritocrazia e impegno. Una azienda in cui i saperi tecnici sono privilegiati rispetto a quelli umanistici (perché per l’odierna società industrializzata è più importante “far funzionare” il mondo che “interpretarlo”: la prima è roba da intellettuali, la seconda da tecnici. Su questo si vedano i libri di Martha Nussbaum indicati in bibliografia). Una azienda in cui la figura del “preside” vecchio stampo (prestato alla professione docente, prima di diventare tale), ha lasciato il posto a quella dei “dirigenti scolastici” e, in diversi casi, alle loro brame di potere in un contesto prono alle proprie richieste, dove i docenti cosiddetti contrastivi” non hanno vita facile. Su quest’ultimo aspetto, che prende il nome di “burn out della professione docente”, cominciano ad esserci delle evidenze psichiatriche, con relativa (seppur scarsa) letteratura riferita al mobbing da parte dei capi ed anche alle pressioni e agli scontri con i genitori. Solo nel 2019 si sono registrate diverse aggressioni fisiche a docenti. Molte testimonianze relative al fenomeno si trovano in rete. Vittorio Lodolo D’Oria, responsabile dell’area scuola e sanità della Fondazione Iard e ideatore dello studio “Golgota”, a proposito del malessere che si registra nella categoria degli insegnanti sottolinea: «Il vero problema è che la famiglia è stata smantellata e tutte le responsabilità, ormai, pesano sulle spalle degli insegnanti. Alla scuola viene delegata l’intera crescita dei ragazzi, dalla prima infanzia all’adolescenza». (Laura Veroni, Lettera ad uno psichiatra, pag. 11). Ad acuire il disagio vi sono altre cause: bassa retribuzione, precariato, conflittualità sul posto di lavoro, scarsa considerazione sociale. Il susseguirsi di riforme che più che tali sono “convulsioni ministeriali” (secondo una espressione dello storico Giovanni De Luna su Professione Docente di gennaio 2020, «Il web e la sfida insidiosa alla Storia»). Oltre i problemi psichiatrici, sulla categoria dei docenti impattano altri problemi di salute come patologie laringee e tumori (Veroni, cit., Ibidem).

Per quanto riguarda il fronte dell’istruzione, poi, da almeno due decenni esso è stato caricato di sovrastrutture che nulla hanno a che fare con il rapporto docente-discente (sulla cui importanza siamo fermi ai tempi della Montessori e del sempre valido e dimenticato Giovanni Gentile), ma con una serie di obblighi e formule che parlano il burocratese: “l’offerta formativa”, i “progetti”, i “Pon”, i “Pof”, i “percorsi di alternanza scuola-azienda” poi ribattezzati “Pcto”, le costosissime “prove Invalsi”, le “griglie di valutazione” che vorrebbero rappresentare un argine al sindacare dei genitori rispetto alla promozione dei figli, e così via (Umberto Galimberti, “Che sbaglio difendere i figli dai prof severi”, La Repubblica, 15 febbraio 2014).

Quando parliamo di “nuova etica dell’educazione” intendiamo proprio auspicare che questa tempesta che si è abbattuta nelle nostre vite e che ha fatto di nuovo apprezzare a molti la scuola porti ad un ripensamento di pratiche e di modelli educativi al suo interno. E che di tale azione se ne faccia promotore il governo, ascoltando la base, cioè coloro che operano nel contesto scuola, i quali nel corso degli anni hanno visto calate dall’altro una serie di riforme, una più fallimentare dell’altra, senza mai essere ascoltati.

Il Coronavirus, proprio come la guerra “unica igiene del mondo” (cito Filippo Tommaso Marinetti), farà dolorosamente piazza pulita di tante consuetudini di vita che ci hanno condotto al punto in cui siamo. Un mondo impazzito dove si verificano tragedie per scattarsi un selfie; nel quale la prima causa di morte sono gli infarti perché si mangia troppo e troppa spazzatura; nel quale non ci si guarda più perché si sta incollati tutta la giornata ad uno smartphone; in cui la politica approfitta con cinismo anche delle disgrazie per costruire consenso e poltrone; dove il non amore si trasforma in distruzione dell’altro all’interno del contesto familiare; nel quale regna sovrana la contrapposizione tra gli esseri umani ed i linguaggi usati in maniera impropria; dove la violenza corre anche sul web.

Com’è ovvio che sia, la scuola è lo specchio ed il campo di osservazione privilegiato delle trasformazioni dell’umanità. Ed è fin troppo facile qui osservare che siamo in presenza di un rilassamento etico senza precedenti nel corso della storia umana.

La scuola chiede di liberarsi di tutte quelle sovrastrutture che abbiamo elencato prima e di ritornare ad essere comunità. Di porre al centro le persone. Tutte: docenti, studenti, Ata, dirigenti. Di liberarsi dei fardelli burocratici che ne hanno appesantito e snaturato la funzione e la missione in questi lunghi anni e di tornare a fare il suo lavoro, e cioè forgiare le menti dei giovani e coadiuvarli nel loro delicato processo di crescita. Che al centro si riporti la Didattica, quella con la “D” maiuscola, della quale da tempo immemore non sentivamo più parlare, perché messa all’angolo dalle valutazioni di sistema.

In un tempo in cui la società iperproduttiva e ipertecnologica scopre la sua vulnerabilità, dobbiamo fermarci a riflettere. La psicologa romana Francesca Morelli, in un suo post su facebook che è diventato virale, tra le altre cose scrive: «In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia». Un aspetto sul quale è possibile riflettere è proprio come, d’improvviso, sia cambiata la comunicazione pubblicitaria: famiglie al centro, profumo di casa, tempo prezioso trascorso tra le mura domestiche a fare cose alle quali, proprio per mancanza di tempo, non potevamo mai dedicarci. Un altro aspetto è che il confinamento sembra averci isolato gli uni dagli altri, eppure questa sfida la stiamo vivendo tutti insieme.

Sul “The Guardian” online ho visto una bella immagine con un titolo esplicativo: «Gli Himalaya sono visibili dall’India per la prima volta in 30 anni». Le persone possono vedere dal Punjab le cime innevate dell’Himalaya dopo che i livelli di inquinamento sono diminuiti a causa del blocco del coronavirus. La gente del posto afferma che è la prima volta in 30 anni che le cime delle montagne sono visibili a circa 125 miglia di distanza.

La Terra riacquista il suo respiro quando noi ci fermiamo e non imponiamo il nostro. Quell’immagine è bellissima ed emblematica. Questo tempo di ferma è prezioso. Ci sta dicendo che dobbiamo ritrovarci, perché abbiamo smarrito i nostri passi. Che la Natura ci manca. Che abbiamo bisogno di capire e di impegnarci. Che la vita ci richiede di farci spazio senza sopraffazione reciproca. Che, come dice lo scrittore David Grossman, dopo aver sperimentato tanta fragilità, le priorità di tutti cambieranno.

 

BIBLIOGRAFIA

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GARDNER HOWARD, Intelligenze multiple, Anabasi, Milano 1994

GOLEMAN DANIEL, Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici, BUR, Milano 1995.

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MASTROTOTARO GIUDITTA, Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica, Streetlib, Milano 2015

NUSSBAUM MARTHA, Coltivare l’umanità, Carocci, Roma 2006

NUSSBAUM MARTHA, Non per profitto, Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna 2014

SALVEMINI GAETANO, Che cos’è la coltura?, Guanda, Parma 1954

STEIN EDITH, Il problema dell’empatia, Edizioni Studium, Roma 2016

VERONI LAURA, Lettera ad uno psichiatra, Lulu, 2012

TAG: società, società digitale
CAT: scuola, società

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