La gig economy tra efficienza e lotta di classe: il caso Uber

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15 dicembre 2017

È notizia di qualche mese fa quella della causa che i due drivers di Uber UK hanno aperto contro la stessa azienda. Questi infatti hanno sostanzialmente chiesto al tribunale di Londra di essere riconosciuti dall’azienda americana come veri e propri lavoratori dipendenti, e non più solo come semplici lavoratori autonomi, ovvero come la società stessa è abituata a spacciare i propri autisti.

La sentenza in appello, arrivata una quindicina di giorni fa, è di portata storica. Il tribunale di Londra ha infatti stabilito come i due drivers in questione siano da considerarsi a tutti gli effetti figure professionali equiparabili ai lavoratori dipendenti, costringendo di fatto la stessa Uber a versare ai suoi autisti un salario minimo, oltre che a garantire loro ferie e riposi pagati. La “start-up” americana ha già annunciato il ricorso, mentre le conseguenze per Uber Uk si prospettano devastanti. Di fatto, è assai probabile – se non scontato – che  molti altri dei suoi 50mila autisti inglesi decideranno nei prossimi mesi di farle causa, rendendo sostanzialmente impossibile per la divisione inglese del colosso americano l’eventualità di fare quadrare i conti.
Una tragica notizia per i consumatori inglesi – che dovranno prevedibilmente tornare ad accontentarsi delle elevate tariffe dei taxi, come accade per altro già a Londra – o piuttosto un barlume di speranza per tutti i lavoratori del settore ?
Ad ogni modo, se è vero che quella inglese è certamente una situazione interessante per le conseguenze che potranno manifestarsi sull’economia britannica e sul resto di quelle occidentali, è altresì vero che l’importanza di tale conflitto è da intendersi principalmente nei termini della conflittualità che quest’ultimo esemplifica, con particolare riferimento al rapporto che esiste tra l’efficienza, intesa in senso economico, e l’equità e la giustizia, intesa in senso sociale.

Il modello-Uber, fondendo infatti in sé entrambe queste caratteristiche, esemplifica perfettamente la difficoltà (propria di qualunque meccanismo di mercato?) di raggiungere insieme risultati soddisfacenti in termini di efficienza del mercato e in termini di giustizia sociale.
Sarà dunque utile, prima di concentrarsi sulle possibilità di superamento di tale conflitto, approfondirne entrambi gli aspetti

Garret Camp e Vilfredo Pareto

Se chi legge si è mai trovato nella situazione di prendere un Uber (a chi scrive è capitato per la prima volta poche settimane fa, a Parigi), questi riuscirà perfettamente a concettualizzare la straordinaria capacità dell’interfaccia dell’applicazione di evidenziarne gli straordinari risultati in termini di efficienza. Il prezzo di una corsa Uber non è infatti soltanto basso, ma, essendo di fatto infinitamente sensibile alle variazioni della domanda di passaggi, corrisponde al più basso possibile in grado di essere offerto dal driver e, contemporaneamente, al più alto possibile in grado di essere accettato dal consumatore.
Per dirla in maniera tecnica, quello che viene a determinarsi tramite l’algoritmo di Uber corrisponde (in maniera quasi univoca) al solo ed unico vettore di prezzi nei confronti del quale si può instaurare un equilibrio concorrenziale e dunque una situazione di ottimo paretiano. Ciò nonostante, pur trattandosi evidentemente di un modello enormemente più efficiente di quello dei “vecchi” taxi, tale sistema non può dirsi esente da degenerazioni. È questo il caso di quanto accaduto a Londra il 3 giugno scorso, quando, nel corso degli attacchi terroristici, il prezzo di una corsa Uber che accompagnasse i cittadini verso areoporti e stazioni è salito fino a alle 300 sterline, palesando di fatto le conseguenze di un mercato lasciato libero a sé stesso. Questo scandalo è accaduto perché semplicemente, permettendo di fatto agli agenti stessi di contrattare sul prezzo all’interno di un regime di concorrenza perfetta, non ci sarà altra determinante per il prezzo se non quella relativa alla domanda di passaggi.
Tramite un algoritmo, Uber è riuscito dunque a generare dal nulla un mercato così efficiente, sia nell’allocazione dei servizi sul mercato stesso (basta un semplice clic perché la app scelga automaticamente quale autista possa raggiungerci nel minor tempo possibile) che nello scambio, da potersi tranquillamente configurare come un mercato quasi perfettamente concorrenziale, nonostante sia esso stesso dominato da una sola impresa.
Si tratta nei fatti di un mercato concorrenziale dove una sola impresa, capace di estrarre profitti dal lavoro dei propri dipendenti (a questa precisazione si riferisce l’avverbio “quasi” della frase precedente), riesce a mantenere solido il proprio potere di mercato, non attraverso pratiche monopolistiche, ma applicando regimi di concorrenza spietata al proprio interno.

L’ “uberizzazione” del lavoro

Nella pratica dunque la concorrenza non è di fatto esercitata tra diverse imprese, quanto piuttosto tra diversi lavoratori della stessa impresa, costretti a competere al ribasso l’uno contro l’altro. L’algoritmo di Uber (e quelli a lui affini) è dunque da intendersi, nella maniera più distante possibile dai modelli virtuosi di sharing economy che dominano l’immaginario collettivo, come l’ennesima potenza della divisione scientifica del lavoro. Le nuove tecnologie hanno dunque di fatto isolato i lavoratori, annientando qualunque prospettiva di classe e ponendoli in una competizione per la sopravvivenza nel mercato. Si tratta di un mondo diametralmente opposto a quello del “contratto nazionale”, cui noi ancora siamo abituati. Un mondo dominato dalla retorica che vuole l’operaio trasformarsi in “imprenditore di sé stesso”, ma che, di fatto , funziona esattamente come il vecchio. I drivers di Uber, al pari degli operai della Ford del 1860, sono costretti a lavorare al ribasso, comprimendo il proprio “costo”, non per via delle richieste dei padroni, come accadeva in fabbrica, ma per via delle richieste dei consumatori, il che, pur rendendo questo modello evidentemente più efficiente, resta ugualmente crudele. Niente di diverso dalla più capitalistica delle imprese, in barba alla sharing economy.

Quale futuro per la gig economy?

La configurazione di un trade off tra efficienza ed equità – main topic della letteratura economica – come in questo caso pare affermarsi, predispone il decisore pubblico nella condizione di dovere compiere una scelta. In particolare, nei prossimi anni, le nostre Istituzioni saranno chiamate a regolamentare tali settori, oggi notevolmente in espansione, aprendo di fatto a nuovi scenari.
Da una parte infatti esiste la possibilità che le autorità pubbliche, interpretando le contraddizioni esposte nei paragrafi precedenti dell’articolo, dispongano nel senso di maggiori tutele e regolamentazioni del marcato, causando sì una perdita netta di efficienza per il sistema, ma accogliendo le legittime richieste dei lavoratori.
D’altro canto, avallando una lettura marxiana e quindi materialistica dei fenomeni, questo potrebbe dimostrarsi insufficiente.
Secondo una lettura materialistica della storia, tipica del filosofo tedesco, quelle descritte nel resto dell’articolo potrebbero infatti non essere interpretate solo come un problema di politica economica, ma anche come un perfetto esempio di quelle che lui stesso identifica come le pre-condizioni necessarie affinché emerga un momento di cambiamento profondo della società e dell’ economia. Nel dettaglio, secondo Marx, lo sviluppo di una contraddizione crescente tra lo sviluppo delle forze produttive (per “forze produttive” si intendano l’insieme di forza lavoro e mezzi di produzione) in senso dinamico – perfettamente rappresentato dai meccanismi descritti precedentemente – e rapporti di produzione statici è la precondizione fondamentale perché subentri un’epoca di rivoluzione sociale.
Quello di Uber – e evidentemente di decine di altre piattaforme analoghe – è un caso che si adatta perfettamente a una lettura di questo tipo: i rapporti di produzione instauratisi tra le forze produttive sono caratterizzati da meccanismi estremamente concorrenziali, mentre la loro traduzione giuridica, ancora ferma a modelli produttivi post-fordisti, ignorando completamente questo aspetto, genera un cortocircuito continuo.
Si noti in tal senso che la sentenza di Uber citata in apertura di articolo è espressione proprio di tale contraddizione: se i drivers fossero davvero imprenditori di sé stessi, che incentivo avrebbero a fare causa alla propria stessa azienda? Si tratterebbe di un comportamento completamente irrazionale, quando in realtà le loro richieste non sono solo perfettamente razionali, ma anche pienamente legittime.
I vecchi rapporti negando dunque di fatto le nuove forze produttive (o meglio, le nuove forme organizzative delle forze produttive), generano la necessità di un cambiamento estremamente più radicale di quanto potrebbe accadere procedendo con un “semplice” intervento pubblico nel settore.
Se questo accadra, ovvero se le forze produttive, intese nel senso di un’“alleanza” tra forza lavoro e nuove tecnologie, romperanno i vecchi rapporti di produzione, non ci è dato saperlo. Allo stesso modo in cui non ci è dato sapere quelli che saranno gli sviluppi di tale rottura. Ad oggi, quel che è certo è che il capitalismo stia profondamente cambiando.

TAG:
CAT: Sharing economy, Teoria Economica

2 Commenti

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  1. silvia-bianchi 1 anno fa
    credo che lo sviluppo successivo auspicabile è l'appropriarsi dell'algoritmo da parte dei lavoratori, per costruirlo in modo da conciliare l'efficienza con l'equità nei suoi stessi meccanismi. Credo si chiami Platform Cooperativism
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  2. matteo-broso 1 anno fa
    Sono perfettamente d'accordo. Credo che tale sorte non possa però prescindere da uno scontro sociale.
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