“11 milioni di italiani hanno una pistola”: benvenuti nel futuro

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15 marzo 2019

L’attuale disegno di legge sulla legittima difesa è stato approvato dalla commissione Giustizia del Senato, che ha dato il mandato al relatore per riferirne in Aula. Fa riflettere come l’ordinamento in merito possa cambiare e apre il dibattito sul possesso e l’uso delle armi in Italia. Per quanto riguarda questo punto, abbiamo un codice delle armi e degli esplosivi che ha tutta un’articolazione che va da una legislazione che parte dal 1910 fino ad arrivare ai giorni nostri. La parte predominate è il testo con le leggi di pubblica sicurezza dove varie normative che si sono susseguite arrivano al recepimento di direttive europee. La nostra rimane una delle più rigide, a causa dei fatti storici che ha visto il nostro paese protagonista. Sorprende, però, venire a conoscenza del fatto che l’italia sia uno dei maggiori esportatori e produttori di armi a livello mondiale, soprattutto quando parliamo di armi piccolo-leggere.

Il commercio di armi in Italia è uno dei più floridi

Cosa spinge gli italiani a possedere un’arma? Ci sono le passioni come la caccia e la tendenza in crescita del tiro sportivo sulla scia delle vittorie dei nostri atleti azzurri. L’altra faccia della medaglie però è quella della criminalità organizzata, dell’uso violento oltre che la detenzione illecita di armi difficili da monitorare negli spostamenti. Pochi dati e poco aiuto dallo Stato che nei rapporti che fornisce a volte pare vanesio e impreciso soprattutto sulle esportazioni. Nell’ultimo rapporto Censis del 27 giugno 2018 si è evidenziata una riduzione dei reati, ma comunque una crescita dell’insicurezza che porta ad una “corsa agli armamenti” domestica. Senza poi dimenticare le già citate decisioni dei legislatori di mettere mano alle normative vigenti sulla legittima difesa: si potrebbe arrivare ad una legittima difesa illimitata, che porterebbe alla proliferazione delle armi e dei loro possessori.

Francesco Vignarca, coordinatore della rete italiana sul Disarmo su “Disarmo e pace” ha precisato che: «La situazione dal punto di vista della produzione ci vede tra i principali produttori, ma soprattutto tra i principali esportatori. L’Italia è sempre stata nelle prime posizioni riguardanti l’export internazionale. L’arma italiana ha una grande tradizione non solo da un punto di vista dell’utilizzo per polizie e corpi di sicurezza, ma anche per quanto riguarda fucili da caccia e armi ad uso venatorio o sportivo. La produzione è stra dominata sul territorio dalla Beretta, che produce per sé e già per altri all’estero, in America, ad esempio, ha qualche impianto. È un brand molto forte sugli Stati Uniti, ma è difficile che lì vengano vendute armi prodotte in Italia. Solitamente le Beretta che sono vendute negli USA sono prodotte in loco».

Francesco Vignarca, coordinatore della rete italiana sul Disarmo su “Disarmo e pace”

Difficile però sapere in quali Paesi esportiamo:« Non è facile saperlo. Si hanno dati più certi per le armi militari. Queste passano, così come le munizioni, altra grande produzione italiana, attraverso un percorso autorizzatorio che confluisce in una relazione annuale che deve essere prodotta dal Governo e mandata al Parlamento. Anche se ha perso di trasparenza negli anni, ci permette di capire dove vanno a finire certi tipi di armamenti. Per quanto riguarda invece l’export di armi comuni non esiste un dettaglio del genere e quindi non è così facile sapere dove vengono vendute le armi – continua Francesco Vignarca – Siamo riusciti a scoprire che l’Italia aveva venduto alle forze di sicurezza di Gheddafi, poco prima di partecipare alla coalizione che lo ha bombardato, circa 11.500 tra pistole e fucili non catalogate come militari nonostante alcuni fossero sviluppati appositamente per i Marines degli Stati Uniti. Queste, per un errore di catalogazione, furono vendute tranquillamente da Brescia e autorizzate dalle autorità locali. Se non ci fosse stato questo caso particolare noi non l’avremmo mai saputo. Quello che abbiamo sono stime che vengono fatte incrociando vendite e acquisti».

Nel 2017 nel nostro Paese c’erano 1.398.920 licenze per porto d’armi, cresciute del 20,5% dal 2014 e del 13,8% solo lo scorso anno. Due sono le tipologie di licenza più richieste, che insieme assommano ad oltre il 94% del totale: quella per uso caccia, per cui nel 2017 si contano 738.602 licenze, aumentate del 7,2% negli ultimi 3 anni e dell’8,8% nel solo ultimo anno; e quella per uso sportivo, detenuta da 584.978 italiani, con una crescita del 47,2% dal 2014 ad oggi e del 21,1% nel solo ultimo anno. Si tratta di circa 200.000 italiani che negli ultimi 3 anni hanno scoperto di avere la passione per i poligoni di tiro insomma.

Sostiene l’Avvocato Antonio Bana, specialista in diritto penale e presidente di Assoarmieri che le armi non devono fare paura:  «Le armi non fanno paura e non devono farne, perchè il mercato civile delle armi è un mercato lecito. A chi fanno paura le armi? Forse in questo momento soprattutto a prefetture e questure, che comunque si trovano addosso il carico di rilasciare le licenze che a volte va a infangare la macchina burocratica e quindi a rallentare anche le varie concessioni. Se c’è un drastico calo nel rilascio delle licenze è dovuto anche alla revisione dei requisiti psicofisici per i detentori di armi, in un atteggiamento molto rigoroso sulla concessione e rinnovo del porto d’armi, soprattutto nel caso di precedenti penali, anche dopo un’intervenuta riabilitazione».

Avvocato Antonio Bana, specialista in diritto penale e presidente di Assoarmieri

Azzarderei ipotizzare però, che oltre alla passione sportiva, ci sia anche un cavillo: questo tipo di porto d’armi è più facile da ottenere rispetto agli altri, anche se limita l’utilizzo solo nei poligoni. Da aggiungere a questa folla di appassionati anche i 18.452 cittadini che hanno una licenza per difesa personale, motivazione per cui si deve presentare valida documentazione. Si tratta di un sottoinsieme che è in diminuzione negli ultimi anni. Infine, sono 56.062 le guardie giurate che hanno licenza di arma corta per esercitare la professione e 826 quelle che possiedono un’arma lunga. Se agli italiani che hanno una regolare licenza si aggiungono gli operatori dei corpi di polizia e delle Forze armate, che sono quasi 500.000, abbiamo circa 1,9 milioni di italiani che possiedono regolarmente almeno un’arma da fuoco. Almeno una, perché la normativa stabilisce che, una volta ottenuta la licenza, si possono tenere in casa tre armi da sparo, sei armi ad uso sportivo, un numero illimitato di fucili e carabine, otto armi antiche o artistiche, nonché munizioni e polvere da sparo. Considerando che ogni famiglia italiana è composta in media da 2,3 individui, il conto è presto fatto: ci sono quasi 4,5 milioni di italiani, tra cui oltre 700.000 minori, che hanno un’arma a portata di mano e che, per gioco, per sbaglio, rancore o follia potrebbero essere indotti a sparare e ad uccidere.

Del resto, numerosi fatti di cronaca avvenuti di recente dimostrano che avere un’arma in casa rappresenta una formidabile tentazione di usarla e che molti assassini sono in possesso di regolare licenza. Per questo motivo è fondamentale che la disponibilità di un’arma sia subordinata ad un addestramento adeguato, nonché alla valutazione, ripetuta nel tempo, delle condizioni psicofisiche del possessore. Che ci sia una pericolosa propensione degli italiani a difendersi con le armi lo dimostra il dato per cui il 39% della popolazione è favorevole a modificare la legge sul porto d’armi, rendendo meno rigidi i criteri per poter disporre di un’arma da fuoco per difesa personale. I rischi che una proliferazione delle armi porti ad un aumento dei morti è reale: basti pensare a quanto accade in America, dove le armi da fuoco sono vendute liberamente e si è affermato un utilizzo molecolare, fisiologico, diffuso delle armi da fuoco.

Il Professor Maurizio Simoncelli è vicepresidente e cofondatore dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD), ente attivo nello studio e il monitoraggio del fenomeno armi. Sostiene che anche l’influenza dei media sia determinante, accanto ad un senso di insicurezza: «Da un lato c’è una sfiducia nelle istituzioni per cui si tende a farsi giustizia da sé e a risolvere i problemi direttamente senza rivolgersi invece alle autorità che possono essere la magistratura o le forze dell’ordine. Dall’altro lato c’è anche un forte battage pubblicitario a vari livelli, non solo delle aziende, che da anni stanno attivando delle vere e proprie fiere delle armi. Vediamo anche un messaggio che ci giunge da molti canali televisivi su cui vengono trasmessi da anni programmi cinematografici che mettono in evidenza l’utilizzo dell’arma come movimento risolutivo – spiega il Professore – Nella mia gioventù noi vedevamo i film di cowboys in cui c’era il duello finale tra buoni e cattivi. Tutto considerato è rimasto lo stesso meccanismo anche se oggi vediamo come protagonisti altri personaggi. Inoltre c’è una spinta continua anche di certi mass media di mettere in evidenza ogni giorno un delitto e se non c’è andando a prenderne uno di anni fa. Questo tipo di messaggio che viene mandato anche alle giovani generazioni, nel corso degli anni, produce spesso conseguenze».

Se, infine, immaginassimo di avere le stesse regole e la stessa facilità degli statunitensi di entrare in possesso di un’arma, in Italia le famiglie con armi in casa potrebbero lievitare fino a 10,9 milioni e i cittadini complessivamente esposti al rischio di uccidere o di rimanere vittima di un omicidio sarebbero 25 milioni. Con il cambio delle regole e un allentamento delle prescrizioni, ci dovremmo abituare ad avere tassi di omicidi volontari con l’utilizzo di armi da fuoco più alti e simili a quelli che si verificano oltre Oceano. Le vittime da arma da fuoco potrebbero salire fino a 2.700 ogni anno, contro le 150 attuali, per un totale di 2.550 morti in più.

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CAT: società

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