Meglio carbonari che napoleonici

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6 Maggio 2020

La notizia ha già fatto storcere il naso ad intellettuali ed accademici e sicuramente farà discutere nei prossimi mesi. Il 5 maggio 2021 cade il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte e nel frattempo, sotto la presidenza del critico d’arte Philippe Daverio, si sta costituendo un Comitato nazionale che vuole chiedere al Ministero dei Beni Culturali l’istituzionalizzazione in vista delle celebrazioni. Ad insorgere per primo è stato l’assessore leghista alla Regione Lombardia Stefano Bruno Galli, storico e docente di chiara fama, il quale, con un articolo sulla stampa nazionale (che viene riportato anche sulla sua pagina facebook), invita a non tenere siffatte celebrazioni, in quanto il generale còrso, che pure ha cambiato i destini della storia d’Europa, è autore delle maggiori spoliazioni perpetrate ai danni del patrimonio artistico italiano. Infatti Galli afferma che Daverio dovrebbe essere preparato su questo tema e ribadisce che la sola idea di costituire un comitato del genere è sintomo di una “desolante povertà d’intelligenza storica”. La promozione di questo Comitato vede coinvolti il Consolato francese di Milano, l’Assessorato alla cultura di Milano, la Biblioteca Nazionale Braidense, il Centro studi residenze reali sabaude.

Quello che rimane del forte della Brunetta a Susa oggi. La fortificazione fu fatta distruggere da Napoleone dopo l’armistizio di Cherasco

Grande stratega e grande innovatore delle strutture dello Stato, Napoleone fu però anche un dittatore, sotto la cui dominazione l’Italia visse un periodo di violenze e saccheggi senza precedenti, come ricorda Galli nel suo accorato articolo. Quadri, sculture, beni archeologici, archivistici e librari, collezioni numismatiche, mineralogiche e anche botaniche caddero fra le grinfie del conquistatore francese. Il quale, come se non bastasse, dal 1796 al 1799 impose un regime di stampo giacobino accentratore, destinato a peggiorare quando Napoleone divenne imperatore. Non a caso fin dall’inizio della Campagna d’Italia del 1796 e fino alla fine della dominazione napoleonica nel 1814, le insorgenze antifrancesi furono numerose in tutta la Penisola. La delusione per il generale che si era presentato come il liberatore dell’Italia fu tale che, come affermò Ugo Foscolo, Napoleone aveva venduto Venezia all’Austria. La storia ricorda, infatti, che con l’armistizio di Cherasco del 1796, l’Italia cedeva alla Francia Nizza e la Savoia; il Regno Sardo era dichiarato neutrale; le truppe francesi avevano libero passaggio nei territori della Penisola, con la distruzione di tutte le fortificazioni del regno sabaudo, tra le quali un gioiello dell’architettura difensiva sabauda come il forte della Brunetta a Susa (TO), con relativa apertura della strada del Moncenisio; e, inoltre, 110 opere d’arte appartenenti alla corte sabauda, enti religiosi e collezioni nobili del regno di Sardegna venivano cedute alla Francia a titolo di indennizzo.

Circa l’inopportunità di queste celebrazioni si è levata anche la voce dello storico torinese Pier Franco Quaglieni, direttore del Centro Pannunzio (laico e apartitico) del capoluogo piemontese, il quale, nel ricordare che si tratterebbe di una spesa superflua viste le ristrettezze dei tempi attuali, ha provocatoriamente rilanciato: «Se si vuole fare qualcosa, ricordiamo invece  nel 2021 il bicentenario dei moti carbonari del 1821 che ebbero protagonista il grande patriota Santorre di Santarosa, ingiustamente dimenticato».

A causa delle campagne napoleoniche furono saccheggiate Milano, Roma, il Vaticano, Parma, Modena, Napoli, Monza, Pavia, Mantova, Venezia, Bologna, Ravenna, Pesaro, Perugia, Loreto. Presero la strada verso la Francia ed i suoi musei opere firmate da Guercino, dal Perugino e dal Veronese, da Cimabue e da Giotto, dal Ghirlandaio e da Rubens, da Mantegna a Leonardo da Vinci, da Giulio Romano, Beato Angelico, e Giorgio Vasari. A Venezia fu asportato il Leone alato e i cavalli di San Marco realizzati da Lisippo, il grande scultore greco che lavorò per Alessandro Magno.

Galli non omette di notare che ancora oggi, il visitatore italiano che osservi i quadri esposti nelle sale del Louvre, venga assalito da un violento moto di indignazione interiore. Per la serie: invece di chiedergli i danni, a questi francesi gli facciamo pure la festa.

Porta Savoia a Susa

TAG:
CAT: società, Storia

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