Riservare il viaggio ad esperienze rare secondo il sociologo Rodolphe Christin

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11 Luglio 2020

Il sociologo e saggista Rodolphe Christin è un attento studioso dei fenomeni riguardanti l’industria turistica, soprattutto nell’impatto negativo che l’antropizzazione dei territori comporta. E’ autore di opere come “L’immaginario del viaggiatore o l’esperienza esotica” (2000), “Manuale dell’antiturismo” (2008), “Il turismo: emancipazione e controllo sociale” (2011), “Turismo di massa e usura del mondo” (2019), fino al recente “La vera via è qui: viaggiare ancora?” (2020)

Dopo la pandemia è possibile concepire un nuovo modo di viaggiare? Questa domanda di fondo, presente nell’ultimo lavoro, si inserisce in un lungo percorso di ricerca che si interroga anche filosoficamente sulla necessità di viaggiare insita nell’uomo. Christin ha denunciato per anni le devastazioni legate all’industria del turismo ed in quest’ultima fatica chiede al lettore di (ri) trovare un gusto per il viaggio, quello del lungo periodo, della sobrietà e della meraviglia, altrove, ma anche vicino a casa. Il turismo deve tornare a essere una particolare esperienza del corpo e della mente che le infrastrutture turistiche stanno minando e che dovrebbe comunque essere salvata.

Già in “Turismo di massa e usura del mondo” Christin aveva affermato che il turismo è “mondofago”, cioè uccide ciò che lo fa vivere, distrugge il mondo che dice di amare.
Una costa incontaminata comincia ad essere urbanizzata selvaggiamente e si imbruttisce. Il turismo la
espelle e cerca un altro posto. Il turismo è, dunque, una pratica che se non controllata tende a tagliare il ramo su cui è seduto.
Ed ancora: il turismo oggi solo per caso è frutto di una storia culturale. Nella maggior parte dei casi è il risultato di operazioni da parte di esperti di marketing su territori che vengono specificatamente indirizzati verso quel tipo di sviluppo. Il turista, che non si pensa più cittadino, viene indotto a spendere in quel territorio, anche se negli ultimi tempi sbandiera una sorta di coscienza etica, forse per espiare il senso di colpa causato dalle proprie azioni.
Pur di indurre il turista a spendere, le località simulano le tradizioni locali, allestendo spazi in cui viene
rappresentata in forma stereotipata il cosiddetto “colore locale”.

In “Manuale dell’antiturismo”, invece, egli afferma che il turismo di massa trasforma “la vita quotidiana degli abitanti in un circo”. E porta degli esempi: Il quarto distretto di Parigi perde abitanti, ma guadagna turisti. A Barcellona, ​​sulle Ramblas, dei manifesti affissi sulle mura cittadine invitano i turisti a “tornare a casa”. A Lisbona, la gente del posto si ribella al turismo di massa che li espelle dal centro della città.

La standardizzazione del mondo operata dall’industria turistica distrugge le preziose diversità ed esibisce prodotti atti a soddisfare lo spettatore consumatore. I prezzi degli immobili esplodono e la vita cittadina subisce un degrado tale da far sentire il residente locale un intruso. Il cammino di questa “irrazionalità turistica” comincia nel XVIII secolo, quando da pratica elitaria riservata all’aristocrazia il turismo arriva nelle mani della borghesia, che se ne impadronisce, e da lì comincia a far sognare l’intera popolazione. In Francia, aggiunge Christin, nel 1936 viene creata la pratica delle ferie pagate e questo fa del turismo un vettore dell’educazione popolare. La domanda comincia a svilupparsi, portando guadagni agli operatori privati, fino a diventare un settore a sé stante. Come tutte le industrie, il turismo ha gli obiettivi puntati sul profitto. Nel 1950 c’erano 25 milioni di turisti, 279 milioni nel 1980 e un miliardo nel 2015, con un fatturato di 1.260 miliardi di dollari. Tra tutte le industrie presenti al mondo, il turismo sembra l’industria meno attaccabile di altre. Sembra possedere solo virtù e nessun vizio. E’ diventata parte di un racconto mitologico che ha fatto della produzione la chiave della felicità delle nazioni. Oggi sappiamo bene che non è così, dice ancora Christin. Proprio per una serie di problemi quali congestione di strade e città, aumento dei prezzi degli immobili, vari tipi di inquinamento (il turismo contribuisce all’8% delle emissioni di gas serra). Come si vede, al centro della critica di Christin c’è il turismo, non il turista: “Il cuore della questione non è il turista, ma il sistema turistico locale e globale che è stato messo in atto. Perché, alla fine, siamo tutti turisti quando viaggiamo per piacere”.

Naturalmente, con il fatturato che questa industria produce è impensabile per gli Stati rinunciare ad una tale fonte di reddito.

A proposito del suo ultimo libro “Viaggiare ancora?”, Christin, intervistato da Le Monde, parla della più grossa trasformazione subita dal settore del turismo. Infatti dice: “Un processo ci ha portato dal turismo sociale, che ha avuto una dimensione di auto-elevazione attraverso la scoperta di altri orizzonti, al turismo come atto di consumo di massa. Questa logica ha trasformato i luoghi turistici in gallerie commerciali. Dall’edonismo dello sfollamento, siamo stati convertiti in una logica di consumo totale. La trasformazione del turismo in prestazione di servizi uccide l’esotico, provoca una pianificazione spaziale estremamente stretta, in modo da rendere i luoghi turistici invivibili per i nativi: aumento del costo della vita, fastidi durante l’alta stagione, ecc.”. E chiosa: “Il turismo accettabile è il turismo invisibile che non funziona commercialmente: una persona va in un luogo che non interessa molte persone”.

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CAT: tutela del territorio

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