La vendita di Alitalia è una tela di Penelope

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22 Ottobre 2017

Il 2017, come il precedente, sarà ricordato come un ottimo anno per l’aviazione europea, favorita dal costo del carburante ancora basso, dall’assenza di attentati terroristici più gravi di quelli a cui ci siamo purtroppo abituati e da una leggera, ma costante crescita del PIL.

Tutte le principali linee aeree europee, sia le tradizionali sia le low cost, chiuderanno ancora bilanci record, ma in questo quadro roseo gli ultimi della classe, tra cui Alitalia, sono sempre più nei guai. La britannica Monarch, legata all’epoca dei charter che le low cost hanno ormai seppellito, dopo anni di perdite ha chiuso. La prossima settimana chiuderà anche Air Berlin, seconda linea aerea tuttofare tedesca, per anni come Alitalia tenuta in piedi finanziariamente dall’araba Etihad, che si è stancata dell’emorragia di perdite che non ha mai dato segno di arrestarsi.

Alitalia invece non chiude, perché il Governo italiano a maggio le ha concesso un finanziamento di 600 milioni da restituire dopo sei mesi, che adesso è diventato di 900 milioni con scadenza settembre 2018. Il finanziamento è definito “ponte” perché dovrebbe permettere di attraversare un mare di turbolenze e far approdare Alitalia nelle braccia di un nuovo sposo, dopo i matrimoni falliti prima con KLM, poi con Air France e infine con Etihad.

Proprio la storia con Etihad ha mostrato che non può essere una soluzione unirsi ad un vettore extracomunitario, perché le norme internazionali gli vietano di prendere la maggioranza e il necessario 51% in mano a investitori italiani estranei al settore, prima Colaninno e i suoi capitani coraggiosi (Ligresti, i Riva dell’ILVA e compagnia cantando), poi IntesaSanpaolo, UniCredit e le Poste lascia l’azienda senza una guida effettiva e competente.

Il prestito ponte è nelle dichiarazioni ponte fino alla vendita, ma né ad Alitalia, né al Governo piace alcuna proposta ricevuta. “Vogliamo vendere e non svendere”, dice il ministro Delrio, ma proprio non si riesce a capire da chi mai potrebbe arrivare un’offerta migliore di quella che ha fatto ufficiosamente Lufthansa.

Non solo non si vuole “svendere”, ma si rifiuta sdegnosamente il cosiddetto “spezzatino”, ammettendo soltanto che le attività di handling a Fiumicino possano essere vendute separatamente. Il resto dev’essere ceduto in blocco e qui sta il problema, perché senza lo spezzatino il compratore dovrebbe prendere un’azienda che ha molte migliaia di lavoratori in esubero e non perché il settore in cui opera sia in crisi, ma perché Alitalia è da sempre un’azienda grassa, residuo dei tempi in cui le alte tariffe permettevano di sopravvivere anche con un eccesso di dipendenti, tempi che per tutte le altre linee aeree europee sono finiti da tempo, per British Airways addirittura da più di trent’anni.

Alitalia è una linea aerea ma soprattutto è un “postificio” di Roma, esiste e resiste per mantenere posti di lavoro che il mercato ha già cancellato. Tutti sanno che non potrà mai e poi mai tornare in equilibrio economico senza essere sgravata delle migliaia di dipendenti in eccesso che, nonostante i tagli effettuati nelle ultime crisi, le restano in groppa.

Nessuno ha presentato offerte per compare Alitalia intera, nessuno lo farà, proprio perché è un postificio. Dei tre grandi gruppi europei, IAG capitanata da British Airways sta alla larga anche perché già non saprebbe come affrontare una hard Brexit che diventa sempre più probabile, Air France e KLM stanno alla larga perché “abbiamo già dato”, hanno perso tutti i soldi investiti in Alitalia all’epoca di Colaninno.

In alternativa a Ryanair, cui l’Italia in coro ha intimato vade retro e a easyJet, disponibile solo allo spezzatino, resta solo il gruppo Lufthansa.

Immaginate che la linea aerea tedesca prenda il controllo di Alitalia e decida di licenziare le migliaia di persone che ad Alitalia non servono. A parte gli scioperi che bloccherebbero i nostri aeroporti a oltranza, è ovvio che tutti i talkshow crocifiggerebbero i Teteski kattivi, che già ci affamano con l’euro e ci impediscono di fare i debiti che noi vorremmo fare. Immaginate i Salvini, i Di Maio, le Meloni, i Brunetta, i Tremonti e Renzi.

È chiaro che nessuno in Lufthansa è così sciocco da volere Alitalia intera. Lufthansa di Alitalia comprerebbe lo spezzatino e naturalmente spetterebbe al Governo fare il macellaio. Già, la “macelleria sociale”, con l’aggravante che, grazie alle nuove norme, non sarebbe più possibile concedere una Cassa Integrazione speciale da 80% dell’ultimo stipendio, senza limiti di ammontare, per sette anni che diventano dieci o più, come si fece nei precedenti ridimensionamenti. Gli espulsi da Alitalia avrebbero al massimo i circa 1.100 euro al mese che hanno le altre categorie e, come loro, per soli due anni.

Quindi no allo spezzatino e no a Lufthansa, in attesa dell’arrivo del principe azzurro. Può darsi che si azzardi un bis dell’operazione Etihad, magari con un fidanzato cinese e il 51% in mano a entità pseudo-privateitaliane, come le Ferrovie o la Cassa Depositi e Prestiti, per aggirare la norma con cui quei cattivoni di Bruxelles vietano agli Stati di ripianare le perdite delle linee aeree, norma che tutti gli altri Stati rispettano e che formalmente rispetta anche l’Italia, perché i soldi che ha dato ad Alitalia sono solo un prestito ponte, con il tasso punitivo di ben il 10%.

Potremo dire che si è veramente trattato di un prestito ponte e non di un aiuto di Stato, se verrà restituito. Ma che cosa è successo? Non è arrivata nessuna offerta di acquisto dunque, prima della scadenza del 2 novembre, il suo ammontare è stato incrementato da 600 a 900 milioni, la scadenza stessa rimandata alle calende greche del settembre 2018

E altrove? In Germania Air Berlin ha sì ricevuto un prestito ponte di 150 milioni di euro, ma verrà restituito usando i soldi incassati con la vendita parziale a Lufthansa. In Gran Bretagna, Monarch ha chiuso e il Governo ha soltanto pagato il rientro a casa dei vacanzieri, abbandonati qua e là nel Mediterraneo.

Alitalia restituirà il prestito ponte? Non ci crede nessuno, il prestito ponte è un aiuto di Stato che verrà utilizzato per tenere in vita Alitalia non fino alla vendita, ma fino a quando il governo Gentiloni potrà lavarsene le mani. ‘Ccà nisciuno è fesso, ma nemmeno a Bruxelles. Il Governo italiano ha agitato la muleta rossa, licenziamenti in massa o chiusura di Alitalia spalancherebbero le porte ai populisti e allora la UE chiude un occhio, anzi due, davanti alle scelte populiste di Delrio.

Tuttavia Bruxelles terrà gli occhi chiusi finché ci sarà qualche probabilità che Alitalia metta la testa a posto e finisca a Lufthansa, dopo l’intervento del macellaio. Altrimenti la UE imporrà la resa dei conti e già immaginatevi tutti i talkshow a gridare contro i cattivoni di Bruxelles.

Monarch è stata chiusa, i suoi dipendenti sono stati licenziati, Air Berlin chiuderà fra una settimana, buona parte dei dipendenti passerà a Lufthansa, molti altri probabilmente a easyJet, tuttavia il settore è in buona salute, dalla stampa tutti sappiamo che a Ryanair mancano piloti, quindi tanti, anche se non tutti, i dipendenti di Monarch e Air Berlin troveranno un padrone migliore.

Il comportamento del Governo italiano risponde alle logiche della politica italiana e aggira le regole europee. Si finge di voler vendere, con l’obiettivo di non vendere. Non si licenzia nessuno per calcolo elettorale, si tira a campare con i prestiti ponte, si tesse di giorno la tela della vendita che viene disfatta la notte, mentre Alitalia, che il Governo dice dover essere venduta, annuncia l’apertura di nuove rotte intercontinentali. Anche per la migliore delle linee aeree, nuove rotte generano perdite nei primi anni dell’ avviamento, che senso ha la scelta di Alitalia, se veramente deve essere venduta in primavera?

Ogni settimana Alitalia lancia offerte promozionali, come Poltrone & Sofà, perché i soldi dello Stato le permettono di vendere in perdita biglietti a prezzi più bassi delle linee aeree che devono fare i conti solo su se stesse. Alitalia fa esattamente quello che le cattivissime regole di Bruxelles vogliono evitare e che si chiama concorrenza sleale.

Allargando e allungando il prestito ponte ad Alitalia e rifiutando la vendita al miglior offerente, il Governo ha buttato la palla in tribuna, lasciando la patata bollente a chi vincerà le prossime elezioni. Nel frattempo la piaga Alitalia, non curata dal Governo che rifiuta di intervenire col bisturi, diventerà ancora più cancrenosa, mettendo a rischio anche quei posti di lavoro che, intervenendo oggi, potrebbero essere salvati.

TAG: alitalia
CAT: Governo, trasporti (aerei, ferrovie, navi, bus)

3 Commenti

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  1. panico2006 7 anni fa

    il paragone con Monarch e Air Berlin mostra la cifra omologata a otre che del tutto inconcludente del pezzo, si tratta di compagnie non nazionali nel senso di Lufthansa che ad esempio ha avuto più miliardi di Alitalia nel corso degli anni anche se nessuno lo dice, perché è un asset nazionale, ma siamo in Italia e su un portale che trasuda di cultura longobarda quindi continuiamo di dire mezze verità è mezze falsità che ci suggerisce la pancia

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  2. panico2006 7 anni fa

    il paragone con Monarch ed Air Berlin mostra la cifra omologata e inconcludente del pezzo, si tratta di compagnie non nazionali nel senso di Lufthansa che nel corso degli anni ha avuto più miliardi di Alitalia (sicuramente gestiti alla fine meglio) perché è un asset nazionale, ma siamo in Italia e su un portale che trasuda cultura longobarda quindi continuiamo a dire mezze verità è mezze falsità suggerite dalla pancia

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  3. dionysos41 7 anni fa

    Il punto non sta nel distinguere se la linea sia nazionale o no, ma nel capire come debba essere amministrata un’azienda che rischia di fallire. Su questo l’articolo è lucidissimo. E da parte mia confesso che prima liquidano Alitalia e più felice sono, perché non mi va de vedermi depredato per mantenere in vita un’azienda pessima che offre oltretutto un servizio pessimo, peggiore di quello delle peggiori low cost.

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