Siamo workaholics e ci piace: l'”assurdo stigma” di chi abbandona la net economy

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26 gennaio 2016

Katie Stanton è l’unica donna tra i quattro alti papaveri di Twitter di cui il CEO Jack Dorsey ha recentemente twittato le dimissioni (anzi, il “well-deserved time off”). Ognuno di loro ha aggiunto un proprio tweet per sostanziare l’addio e informare la propria platea della rispettiva nuova collocazione (Google, anyone?), ma per Katie non si tratta di un lavoro. O forse sì, e del più impegnativo di tutti: Katie ha scelto di volersi dedicare alla famiglia. “Ho sempre messo anima e corpo in Twitter – ha fatto sapere – ma ho optato per le dimissioni perché è ora che io impegni più energia per la mia famiglia. La vita corre veloce, e io voglio godermi il tempo coi miei bambini prima che sia troppo tardi. C’è quest’assurdo stigma quando uno decide di prendersi una pausa per passare del tempo con la famiglia… ma in fin dei conti cosa c’è di più importante?”.

Non c’è dubbio che l’“assurdo stigma” di cui parla la Stanton penda davvero su coloro che scelgono di staccarsi dal treno dell’iperproduttività in perenne corsa, dallo splendente e meritocratico carrierismo che aziende come Google & C. propongono come modello di impiego e di vita. Ma quanto può reggere una routine così impegnativa e totalizzante? Facile: finché chi lo promuove si dimostra specchiato ed affidabile al punto da farti devolvere ogni minuto, ed ogni libertà, all’ideale e agli obiettivi che comunica.

E molte aziende che fino a qualche tempo fa sembravano paradisi in terra oggi fanno i conti con spiacevoli indiscrezioni: è di pochi mesi fa, ad esempio, lo scioccante reportage del New York Times sulle condizioni di lavoro intollerabilmente competitive all’interno di Amazon, che ha fatto tremare i piani alti del megaimpero di Bezos. L’articolo riportava dichiarazioni come “Esci da una sala conferenze e ti ritrovi davanti un uomo fatto che si copre la faccia con le mani. Quasi tutti quelli con cui ho lavorato, li ho visti piangere alla scrivania”: certo, è difficile scuotere il sentiment adamantino di cui gode il gigante buono che ormai ci consegna in due ore anche i pannolini per il piccolo, ma alla fine della lettura più di un dipendente Amazon si è chiesto: “a che prezzo?”. E che la percezione dei monopolisti dell’informazione e dei processi non sia più così univocamente positiva lo dimostra anche il successo di un testo come “Il Cerchio” di Dave Eggers, caposaldo di una nuova narrativa distopica che scava sotto la polvere d’oro di una “Google in disguise” per mostrare quanto possa essere temibile l’affidarvisi totalmente.

Ma non serve lavorare in Amazon per essere affetti da iperproduttività: la malattia ha contagiato anche noi comuni mortali nel momento stesso in cui aziende come Uber ed AirBnB ci hanno suggerito che si può monetizzare – almeno potenzialmente – ogni passione, bene o momento libero a nostra disposizione. Perciò, complice una crisi mal gestita e un welfare sempre più carente, ci siamo trasformati in individui alla costante ricerca di nuovi lavori… e di nuovo lavoro.
E’ vero che l’orario medio dei nostri impieghi, a leggere i freddi numeri, sembrano contrarsi stabilmente: dal 2002 al 2013 noi Italiani in media abbiamo lavorato 2,2 ore in meno alla settimana, contro le 0,6 della Svezia e le 0,1 del Portogallo. Ma è altrettanto vero che quel tempo guadagnato molti di noi lo investono per necessità in un secondo impiego, regolarizzato o meno: a dicembre scorso AirBnB vantava 640.000 affittuari in 57.000 città, mentre nello stesso periodo i famigerati “Uber drivers” erano 160.000 solo negli Stati Uniti, con un aumento di 50.000 unità al mese. E’ la consacrazione della cosiddetta “Gig economy”: lavoretti on-demand, come era un tempo il garzone della pizza per i fuori sede universitari, che oggi coinvolgono però necessariamente ogni fascia d’età e arrivano a interessare quel magma indistinto e spesso in costante bilico che è il “ceto medio”. Il Time stima che vi rientri il 22% della popolazione americana, ma a far riflettere è il dato secondo cui quel 22%, per tre quarti, ne sia assolutamente soddisfatto.

Insomma: sebbene la nostra ricchezza pro capite aumenti, sebbene le ore lavorative diminuiscano, una larga parte di noi sceglie di immergersi in lavori aggiuntivi per puro piacere, inebriata dalla prospettiva di poter gestire il proprio tempo e controllare i propri guadagni. E, quanto più il datore di lavoro è “cool”, tanto più scegliere di mollare il colpo per dedicarsi a occupazioni tradizionali – e meno redditizie – ci pare assurdo. Un “assurdo stigma”, per tornare alle parole della Stanton. Che potrebbe essere la prima crepa in un sistema di workaholics a cottimo.

TAG: airbnb, amazon, gig economy, google, jack dorsey, sharing economy, twitter, uber, uberizzazione del lavoro, UberPop, workaholics
CAT: Lavoro autonomo, Sharing economy

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