Il coworking è un atto politico

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9 luglio 2015

Tra le tante manifestazioni di sharing economy, c’è un fenomeno in continua espansione che vede sempre più persone scegliere di lavorare in un ufficio condiviso. Ad oggi, solo a Milano, sono quasi un centinaio gli uffici in cui freelance, startup e giovani professionisti scelgono di lavorare condividendo spazi, attrezzature, ma sopratutto conoscenza e reti di relazioni. I coworking si stanno imponendo come il luogo fisico e mentale in cui l’innovatività inclusiva trova lo spazio per trasformarsi in un fenomeno dirompente. Partendo dal postulato che l’innovazione per l’inclusione sociale non è mai un campo neutro, ma un campo politico, questo articolo offre quattro tesi sul perchè il coworking sia un atto politico.

1. Il coworking è un atto politico perchè attua un ribaltamento nel rapporto tra capitale e lavoro. Secondo lo schema classico abbiamo che lavoro = fatica e salario = compensazione del danno.
Secondo lo schema che si sta forgiando nel mondo dei coworking abbiamo invece che lavoro = compimento del sé = felicità personale. Qualsiasi considerazione economica viene dopo, prima ci sono le persone, le loro aspirazioni, la loro creatività. Negli spazi di coworking la cooperazione è alternativa sociale ed economica al paradigma capitalista, ovvero quel modo di organizzazione della collettività basata sulla generazione di sempre più alto plusvalore economico, a prescindere da tutti gli altri valori.

2. Il coworking è un atto politico perchè definisce un nuovo soggetto sociale che potenzialmente può generare conflitto con lo status quo. Volutamente non uso il termine classe sociale, perchè ritengo siano necessari nuovi termini per nuovi pensieri. Scalzare una classe dirigente vecchia e non disposta a cessioni di sovranità, non è mai semplicissimo e la strada per pesare nella società è ancora lunga, però è necessario definire il campo e anche in qualche modo il luogo fisico in cui le nuove leve si possano ritrovare, riconoscere e allenare all’azione. Questa delicata opera collettiva non mira oggigiorno ad una sostituzione di classe dirigente, sembra invece operare tramite infiltrazione. Come nel caso del recente successo della start-up di servizi domestici Helpling che ha visto l’immissione di venture capital per più di 50 milioni in meno di un anno, bisogna maturare la capacità di far atterrare la grande finanza dentro l’economia reale delle piccole startup. Solo con questa iniezione di capitali il nuovo soggetto sociale avrà la forza economica per diventare egemonico o quanto meno iniziare a pesare nei grandi processi globali.

3. Il coworking è un atto politico perchè portatore di giustizia sociale e di inclusività. In esso le soglie d’accesso al fare impresa vengono abbassate enormemente: non serve più un capitale d’investimento iniziale, spesso di origine famigliare, basta una buona idea e la capacità di implementarla in un meccanismo d’impresa efficace. In questo il coworking è rivoluzionario, ti basta un computer e tutto il resto dei servizi “aziendali” è già a disposizione, in ogni opzione di tempo e scalabilità.

4. Il coworking è un atto politico perchè porta trasparenza in un mondo, quello dell’impresa, dominato tradizionalmente dall’opacità. Come nelle “cucine a vista” dei ristoranti, nel coworking si fa “innovazione a vista”: tutti i processi sono assolutamente visibili e ciò rende responsabili non solo sul cosa si fa ma anche sul come. Una delle cose più belle che in queste “case di vetro” si può notare è che le persone e lo sviluppo delle loro competenze è al centro di tutto. Ciò è davvero l’antipolo di quello che succede nelle imprese di impostazione capitalista classica, in cui il capitale lavoro deve essere sfruttato per essere conveniente.

TAG: coworking, Cultura, economia, finanza, inclusione, Lavoro, lavoro autonomo, start up, trasparenza
CAT: Lavoro autonomo, Milano

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