Le primarie di Milano viste dalla luna (e perché sono importanti)

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3 febbraio 2016

Sono atterrato a Milano una bella mattina di gennaio. Non proprio dalla luna ma dalla Puglia, dove per una decina d’anni mi sono occupato di giovani, innovazione sociale e rigenerazione urbana dentro una pubblica amministrazione.

A Milano sono nato e in questi anni l’ho vista cambiare da lontano. Conclusa l’esperienza in Puglia, sono finito un po’ per caso  e un po’ per curiosità nel bel mezzo delle primarie del centro sinistra milanese.

Anticipo subito le conclusioni. Secondo me, a Milano, sta succedendo qualcosa di bello e di importante.

Lo so, non conosco molto delle complesse dinamiche della politica cittadina. E, viste dall’esterno, le cose possono sembrare più semplici e brillanti di quel che sono.

Però, in questa gara milanese, ci sono degli aspetti che mi hanno colpito (in positivo). E può darsi che uno sguardo forestiero possa cogliere ciò che da vicino non si riesce più a vedere.

Ecco cosa ho visto.

 

Per prima cosa ho visto delle primarie vere. E le ho viste ovunque.

Non conosco personalmente nessuno dei candidati ma in poco più di 20 giorni ho potuto seguire tre confronti: uno dal vivo, uno in radio e uno in televisione.

Molto altro l’ho capito parlando con gli amici, un po’ di tutte le età, coinvolti nei diversi schieramenti. Anche perché, ogni volta che sono uscito a bere un bicchiere, si è finiti a parlarne. Sempre negli ultimi 20 giorni mi sono seduto a tavola con un paio famiglie spaccate dalle diverse appartenenze (bambini compresi che mi hanno detto in un orecchio per chi fanno il tifo). Poi mi hanno raccontato storie di mariti che protestano perché le mogli seguono il confronto in streaming durante la cena. Ho incontrato per strada i consueti banchetti elettorali, ma che bello vedere le persone fermarsi a discutere con i volontari.

Insomma, le primarie che passione. E scusate se è poco. In un momento di stanca generale – verso la politica e verso le primarie in particolare – a me sembra un bellissimo segnale di vitalità democratica.

Ho visto anche un pezzo di popolo della sinistra milanese scuotere la testa per l’inasprimento del clima tra i contendenti. Secondo alcuni starebbe rovinando le primarie più belle del mondo. Per quanto ne so di competizioni elettorali, temo sia un gioco a mosse obbligate. Se c’è un favorito, le parti in svantaggio devono alzare il livello dello scontro per recuperare. L’alternativa, per questi ultimi, sarebbe arrivare sconfitti in un clima di generale concordia.

In fondo, non credo stia accadendo nulla di irreparabile.

 

Il secondo aspetto che mi ha colpito riguarda i contenuti. E non mi riferisco solo ai programmi pubblicati sui siti dei rispettivi candidati (del resto, le primarie sono necessariamente un confronto su ipotesi abbastanza generali), ma di ciò che si considera acquisito e che nessun contendente sta mettendo in discussione. Il dibattito mi pare concentrato su come fare di più e meglio. Parole chiave: alzare l’asticella; andare avanti; più di prima etc.

Anche questo è un dato da non sottovalutare. Vale la pena di citare  il rapporto Eurispes 2016 presentato pochi giorni fa: l’Italia è un paese afflitto dalla sindrome del Palio di Siena, dove sabotare i successi altrui sembra più importante che conseguirne di propri.

Che, per i cittadini, significa guardare con preoccupazione ad ogni cambio di amministrazione e rassegnarsi a veder demolito quanto fatto in precedenza, magari cominciando proprio dalle cose migliori, e dover ricominciare sempre tutto da zero. Se in queste primarie non sta accadendo è segno che Milano oggi è una felice eccezione e che il cambiamento avviato, almeno in questa comunità politica, ha messo radici. Per usare un’espressione retrò, potremmo dire che la spinta propulsiva della rivoluzione arancione non è per nulla esaurita.

 

Terzo punto: al netto di alcune proposte che mi sono sembrate utili a delimitare il territorio delle diverse parti in campo – i mezzi gratuiti, la riapertura dei navigli, zero auto – la questione di merito che mi pare centrale nel dibattito delle primarie è ben sintetizzata nel binomio inclusione / innovazione.

Magari usando parole diverse, ho visto tutti i candidati impegnati a dare risposte su come coniugare modernità e solidarietà, diritti e opportunità, apertura e sicurezza sociale.

Non si tratta solo di includere nei programmi gli immancabili passaggi sulle nuove forme di innovazione dal basso (startup, coworking, fablab etc.) e su vecchie e nuove fragilità sociali (periferie, casa, migrazioni) ma di considerare i due temi insieme, l’uno come imprescindibile complemento dell’altro. Sempre vista da lontano, mi pare questa l’intuizione più interessante e l’eredità più preziosa dell’esperienza Pisapia.

E non sembra un’eredità fatta solo di petizioni di principio quanto di pratiche politiche e amministrative. Per adesso, è vero, in queste primarie si parla più di politics che di policies, ma nel confronto tra le diverse visioni di città ho visto un riferimento costante ai felici esperimenti realizzati in questi anni: la cessione del patrimonio pubblico sottoutilizzato, la mobilità dolce, l’apertura di spazi sociali e incubatori in periferia, la condivisione delle risorse comunitarie per rispondere alla scarsità di fondi per il welfare.

In particolare, mi colpisce il modo in cui la comunità del centro sinistra milanese, e i candidati che oggi si battono per rappresentarla, affronta il tema dell’accoglienza dei nuovi cittadini considerati non come problema da risolvere ma come risorsa per la crescita felice della città. Siano essi studenti fuori sede, giovani inattivi, talenti ad alta qualificazione, donne e madri da (re)includere nel mercato del lavoro, migranti in cerca di opportunutà o profughi in fuga dalla guerra. “Dopotutto – ha ricordato Salvatore Veca qualche giorno fa al Piccolo – Leonardo era un immigrato di un certo talento”. Applausi scroscianti.

 

C’è di più. La qualità del dibattito politico è funzione soprattutto della qualità delle domande che vengono rivolte alla politica. E coniugare inclusione e innovazione vuol dire affrontare una serie di temi spinosissimi. Anche su questo, mi pare che la durezza del confronto tra i candidati non stia addomesticando gli argomenti che vengono posti alla loro attenzione. Mi vengono in mente tre sfide che negli scorsi giorni sono state lanciate, direttamente o indirettamente, al futuro sindaco di Milano.

Penso, ad esempio, alla domande scomode poste ai candidati da Alessandro Rosina sulle pagine di Repubblica Milano sul tema del conflitto tra generazioni: per governare una città non basta rispondere ai bisogni qui e ora, visto che il futuro della comunità urbana è affidato a chi ancora non c’è o è appena arrivato è magari troppo giovane per far sentire la propria voce. Cosa proponete – chiede Rosina – per stipulare una nuova alleanza tra generazioni?

Penso anche ai risultati della ricerca promossa dal laboratorio “Milano In” e realizzata da Aaster sugli innovatori diffusi a Milano, presentata la settimana scorsa nel coworking Barra A da Aldo Bonomi e Salvatore Cominu. La ricerca contiene un ritratto molto interessante dei nuovi protagonisti dell’economia leggera, interpreti più o meno consapevoli della transizione tra passato in crisi e futuro tutto da costruire; tra il non più e il non ancora. E allora – è emerso dal dibattitto – quali politiche urbane possono liberare questo potenziale di innovazione ma anche garantire ai protagonisti di queste pratiche condizioni più sostenibili di vita e di lavoro?

Penso all’intervento di Stefano Micelli durante la presentazione della XXI Triennale Internazionale: prospettive del nuovo artigianato digitale ma anche un’idea di Milano come piattaforma internazionale a servizio di tutto il Paese per lanciare la via italiana alla manifattura 4.0. La domanda sottintesa era: come possiamo creare un ponte stabile tra l’intelligenza distribuita dei makers e la nostra grande tradizione industriale?

Sono questioni di portata globale che scaturiscono da una profonda conoscenza della realtà e non da teorie astratte, ma che alludono ad un ripensamento del nostro modello di sviluppo.

Per evitare le trappole e cogliere le opportunità del cambiamento, la politica sarà chiamata non solo ad amministrare bene ma soprattutto ad assumere un ruolo di guida delle comunità attraverso la tempesta.

Ecco, mi pare questa la vera posta in gioco delle primarie di Milano 2016: candidare la città nei prossimi 5 o 10 anni a diventare il laboratorio italiano per sperimentare possibili soluzioni.

Chiunque vinca domenica prossima, dovrà immaginare risposte creative e originali a partire da lunedì mattina. Se adesso siamo al confronto tra visioni, i mesi che mancano alle elezioni vere e proprie possono essere una straordinaria occasione per accorciare la distanza tra politics e policies ed elaborare proposte operative e di dettaglio. Magari coinvolgendo i protagonisti di queste trasformazioni con modalità di innovazione aperta.

 

In bocca al lupo a tutti. Soprattutto a chi vincerà.

Servirà molto coraggio e un bel po’ di fantasia.

Vista dalla luna, la politica mi sembra una volta tanto all’altezza della sfida.

TAG:
CAT: Innovazione, Milano

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