La solitudine di oggi: è morto a Parma il teologo padre Nicola Masi. Mio zio

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13 Marzo 2020

Nato a Priverno, in provincia di Latina, è morto stanotte nella casa dei Missionari Saveriani, dove era tornato a vivere da qualche tempo, padre Nicola Masi. Una vita lunga la sua e tutta dedicata a quanto aveva scelto di fare da giovane: il missionario. Portava benissimo i suoi 92 anni. Aveva una mente straordinaria e vivace, arguta e brillante. Ieri lo avevamo sentito. Stava bene.

Ma di questi tempi tutto è possibile. Tutto è ipotizzabile. E nulla è trascurabile.

Noi, le mie sorelle ed io, ovviamente non potremo andare. I funerali saranno privati. Allora non potendoci abbracciare e non potendolo fare anche con voi che siete i suoi tantissimi amici, sparsi in tutto il mondo, lo saluteremo a distanza raccontando a chi non sa del suo impegno nel mondo, perchè ne diventi un esempio.

La sua storia

Aveva 11 anni quando un missionario saveriano reduce dalla Cina andò a Priverno per sollecitare i giovani a scegliere il suo stesso cammino. La cosa fece breccia nel cuore di Nicola, tanto che qualche giorno dopo il parroco si presentò a casa per chiedere alla madre se avesse avuto qualcosa in contrario a far andare il figlio nei propri istituti a studiare. “Nulla. Se lui vuole, io sono contenta” rispose Filomena D’Arcangelis. Cominciò così per Nicola il suo lungo viaggio in Italia e nel mondo.

Si laureò in teologia e poi in diritto canonico all’università Gregoriana.

Mentre era a Roma a studiare, alcuni ragazzi scouts del quartiere Parioli gli chiesero se avesse avuto piacere di diventare assistente del loro gruppo: “Roma28”. Padre Nic accettò e per tre anni seguì questi giovani. Nel gruppo c’era anche il giudice Adinolfi, scomparso improvvisamente nel nulla ormai da tempo e di cui si è, inutilmente, molto interessata anche la cronaca di giornali e tv.

I ragazzi di un tempo e il loro padre spirituale, sono rimasti sempre molto legati tra loro.

Finiti gli studi, dunque, padre Masi va a Parma, nella casa madre, dove gli viene affidato l’incarico di “ministro” degli esteri. Un compito molto importante, perchè si sarebbe dovuto occupare di tutti i missionari sparsi per il mondo. E anche di cercare risorse per far fronte alle tante spese che servivano a far studiare i ragazzi che decidevano di diventare missionari. Non ho mai dovuto chiedere nulla, diceva sempre. Erano sempre le persone a donare spontanemente.

In Scozia e Germania

Cominciarono i suoi continui viaggi oltr’Alpe. Soprattutto in Scozia e Germania dove macinava chilometri e chilometri di strade tra neve e gelo per incontrare parroci e vescovi. Conobbe tante persone e il risultato fu che molte famiglie tedesche adottarono ognuna uno studente per accompagnarlo negli studi.

Molto spesso autobus pieni di tedeschi scendevano a Parma per stare con i loro “ragazzi”. La “famiglia” missionaria, grazie a lui e al suo impegno si allargò sempre di più. Zio Nic che si definiva “un inquieto” era sempre pieno di idee e sempre molto attivo, tanto che le iniziative da lui avviate non si contavano e non si contano.

A Parma per esempio, tra le tante cose che fece, riuscì anche a mettere su un gruppo di medici che aiutavano chi non poteva permetterselo.

Nel mondo e poi in …missione

Con il Concilio Ecumenico di Giovanni XXIII lui ebbe il compito di informare dei cambiamenti della Chiesa i tanti confratelli, che vivevano in realtà sperdute. Attraversò così gli altri continenti. All’epoca non c’erano certo i social o le mail. Bisognava andare di persona a fare i corsi di aggiornamento. Iniziò il suo lungo giro dal Bangladesh, a quel tempo conosciuto come Pakistan orientale. Lì lo accolse padre Valeriano Cobbe. Un missionario che qualche anno dopo venne trucidato.

Il suo viaggio proseguì per l’Indonesia, India, Congo, Burundi, Messico, Brasile, Sierra Leone etc.

Dopo qualche anno arrivò anche per lui il tanto atteso momento della vera “missione”. Vale a dire, la partenza definitiva per un luogo solitamente difficile e impegnativo.

Partì per Belem. Amazzonia.

Lui conosceva già molte lingue. Parlava benissimo l’inglese, il tedesco e lo spagnolo. Era arrivato il momento di imparare il portoghese. Non ci mise molto. “Ma ho dovuto imparare ben presto anche un’altra lingua: quella della vita”, era solito dire.

A Belem si sistemò in una casetta della periferia e riprese anche lì ad insegnare teologia morale e diritto canonico all’università. Non c’era molto da fidarsi di quei luoghi e alcuni amici gli regalarono un bellissimo bulldog, che la sera al suo ritorno lo accoglieva festante. “E’ stato il mio compagno per molto tempo, fino a quando non è saltato fuori ed è finito sotto un camion”.

La scoperta della palude e delle palafitte

Un giorno, allontanandosi dal centro e percorrendo un viottolo… arrivò all’”inferno”. Di fronte a sé un’ intera palude di palafitte, tantissima gente ammucchiata e un mare di scoli d’acqua putrida e fango. Uno spettacolo desolante. Le case erano unite una all’altra da tavole o tronchi d’albero scivolosi e pericolanti. Era la favela di Belem, abitata da 30mila persone. Lui si ferma a parlare con loro, informandosi della loro vita. E quando stava per andar via un giovane a bruciapelo gli chiese …perchè non rimani con noi? Lui ammutolì. Era confuso. Non se l’aspettava proprio e neanche l’aveva messo in conto. Non sapeva che rispondere perchè pensava di non farcela. Era una prova troppo difficile per lui, non proprio “giovincello”. Ma poi pensando a Cristo che si era fatto povero tra i poveri, accettò.

Con pochi soldi comprò una baracca da una signora che voleva scappare da lì e ne fece la sua residenza. E come tutti dormì per tanti anni su un’amaca appesa al soffitto.

Di diritto diventò un abitante di quella favela. “Ero solo”, ci raccontava sempre con molta ironia, e infatti poi aggiungeva. Solo, se escludiamo serpenti, topi, zanzare. Nella favela non c’era l’acqua potabile. Non c’era l’ elettricità e tutte quelle fogne a cielo aperto emanavano una puzza insopportabile, specie quando il calore superava i 30 gradi.

Un giorno sentì urlare una donna. Era la mamma di un bambino di un anno e mezzo che era affogato nella melma. Aveva seguito la madre che era andata a prendere l’acqua. Nic, a quel punto decise che era ora di fare qualcosa per quella gente. A capo di un gruppo di persone si recò dal sindaco, che li ascoltò, promettendo che il giorno dopo sarebbe andato a verificare di persona.

E infatti. Appena si rese conto della drammatica situazione, mandò immediatamente una squadra di carpentieri a rifare tutti i ponticelli di legno. Fu l’inizio delle conquiste. Poco dopo riuscirono ad ottenere anche la luce e l’acqua potabile. Una vera bonifica della palude.

Zio Nic rimase lì 18 anni. In tanti lo aiutarono con aiuti in denaro dall’Italia, dalla Germania e da tanti altri paesi dove aveva instaurato nel tempo rapporti di amicizia e stima. I suoi scouts pariolini diedero vita a una Onlus. Con l’aiuto di tutti riuscì a far costruire tre centri comunitari, una chiesa e un centro per corsi professionali, dove in tanti hanno appreso un mestiere. Ed è stata la salvezza per tanti giovani, ripeteva sempre.

La dittatura

In Brasile in quegli anni arrivò la dittatura. E con la dittatura anche la vita dei preti diventò difficile. Tutto veniva passato al vaglio della censura. Anche la posta personale. Padre Nic e gli altri preti diventarono dei sorvegliati speciali. Venivano accusati di tutto per inezie e con giudizi farsa venivano condannati ad anni di prigione. Un giorno in una causa in cui gli imputati erano tre preti e alcuni contadini, si ritrovò vicino Lula, futuro presidente del Brasile. Gli imputati vennero condannati tutti a diciotto anni di prigione. Fu la scintilla che avviò la rivolta sociale. Migliaia di manifestanti arrivarono da ogni dove e si ritrovarono nella piazza di Belem. I militari ovviamente li attaccarono. E un gruppo, tra cui lui, si rifugiarono nella vicina chiesa. I militari li chiusero dentro e tagliarono le tubature dell’acqua. Dopodichè arrestarono tutti quelli che fuori tentavano di liberarli e portare del cibo. Non fu certo quella la prima volta che padre Nic rischiò la vita, perchè di episodi se ne potrebbero raccontare tanti. Furti e rapine compresi.

Abaetetuba

Nel 1994 venne spostato ad Abaetetuba, sempre in Amazzonia. Una città di 70mila abitanti, con tantissimi poveri e disoccupati. Abaetetuba è conosciuta come “la città degli uomini valenti”. Per lui si trattava di ricominciare tutto daccapo. Muovendosi con le barche andava spesso a Belem per insegnare. Nessuno lo lasciò solo. Neanche qui. E infatti sempre con gli aiuti dei suoi benefattori, scouts e altri, partirono anche qui i progetti sociali. E infatti potè realizzare un centro medico, tre scuole elementari e medie, un centro professionale, un centro per la difesa e la promozione della donna, un centro per il recupero dei giovani drogati e decine di altri centri, tra cui quello per i “meninos de rua”…i famosi bambini di strada.

Una storia bellissima: “Il Centro Padre Nicola Masi”

 

Zio Nic ogni tanto tornava in Italia. E andava un po’ dappertutto. A trovare noi e tutti quelli che conosceva. Una volta era sul lago Maggiore a festeggiare i 40 anni di sacerdozio di un carissimo amico missionario. A pranzo si ritrovò seduto vicino a un signore alto e distinto. Era un famoso medico di Milano. Iniziarono a parlare. Il medico era molto curioso di conoscere cosa stesse facendo lì in Amazzonia. Nic gli descrisse tutte le attività che era riuscito a realizzare, a Belem prima e ad Abaetetuba, poi. E alla domanda su cosa avrebbe voluto fare in seguito, lui rispose: “mi piacerebbe costruire un centro per corsi professionali”. Finì lì e si lasciarono. Prima di andar via però il medico lo cercò e gli chiese: “ Padre, avete già un progetto per questo centro?” “Si, si, ne abbiamo tre”, rispose zio Nic. “Come tre?” “Si, uno piccolo, uno medio e uno grande”. “ E qual è il costo di ognuno?” “ Quello piccolo costa cento milioni di lire, quello medio, duecento e quello grande trecento”. Bene, gli fece il medico battendogli sulla spalla…”facciamo quello grande”.

Quel Centro, grazie a questo medico, è stato costruito e ha già formato migliaia di giovani. Lo hanno inaugurato qualche anno fa. Hanno invitato il medico-benefattore, che aveva acconsentito ad andare, ma poi si è ammalato e non ha potuto più. Lui, invece, Padre Nic, che era tornato in Italia per un breve periodo di riposo, per problemi di salute, non è più riuscito a tornare lì. E’ stato il suo più grande cruccio perchè l’aspettavano migliaia di impegni e un mare di lavoro. Rimase qualche anno a Priverno a casa di mia madre, sua sorella. Ma poi morta lei è andato a vivere Roma e quindi a Parma.

Il Centro di Abatetuba lo hanno chiamato “Centro padre Nicola Masi”.

Zio Nic che in questo periodo ha scritto un bellissimo libro dal titolo: “ Ho prestato i miei piedi a Gesù”, ha attraversato tante difficoltà, tante incertezze e tante avversità nei mondi poco sviluppati. Mai avremmo però pensato che qui, noi, non avremmo avuto la possibilità di poterlo accarezzare un’ultima volta e dirgli….grazie di tutto zio Nic. Grazie per quello che ci hai fatto diventare con il tuo esempio e il tuo stile di vita. Grazie e ciao.

TAG: coronavirus, missionario saveriano, padre nicola masi, Parma
CAT: Medicina

3 Commenti

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  1. evoque 7 mesi fa

    Anch’io gli dico grazie.Non l’ho mai conosciuto, ovviamente. Ma da quanto ho letto in questo articolo, penso che persone come lui siano indispensabili, fondamentali, poiché rendono il mondo un posto migliore.

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  2. andrea-lenzi 6 mesi fa

    in controtendenza, ed a rischio di impopolarità: innanzitutto chi vuol fare del bene non ha bisogno della religione e questa persona sarebbe stata perfetta per Emergency, o altra valida onlus. In secondo luogo, è imperativo ricordare che il primo dovere dei missionari è EVANGELIZZARE, cioè fare proselitismo, col chiaro intento di trovare nuove braccia per la causa cristiana (l’aiuto è secondario e strumentale all’obiettivo di evangelizzazione del prossimo). In questa ottica i missionari passati e presenti sono INVASORI che cercano risorse nel territorio di altri rappresentanti di altre religioni che, ovviamente li respingeranno. Ecco il motivo principale della divisione che porta la superstizione religiosa in ogni luogo e da sempre. Del resto non si capisce perché andar a curare i poveri stranieri, quando l’Italia pullula di poveri e malati, anche per strada, ignorati bellamente da un vaticano che irresponsabilmente non paga nemmeno le tasse che dovrebbe, oltre a donare il solo 10% di ciò che riceve dalle donazioni dello stato e dei fedeli (ed il resto lo spende per fare fare leggi incivili ed impedire quelle civili)

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  3. andrea-lenzi 6 mesi fa

    in controtendenza, ed a rischio di impopolarità: innanzitutto chi vuol fare del bene non ha bisogno della religione e questa persona sarebbe stata perfetta per Emergency, o altra valida onlus. In secondo luogo, è imperativo ricordare che il primo dovere dei missionari è EVANGELIZZARE, cioè fare proselitismo, col chiaro intento di trovare nuove braccia per la causa cristiana (l’aiuto è secondario e strumentale all’obiettivo di evangelizzazione del prossimo). In questa ottica i missionari passati e presenti sono INVASORI che cercano risorse nel territorio di altri rappresentanti di altre religioni che, ovviamente li respingeranno. Ecco il motivo principale della divisione che porta la superstizione religiosa in ogni luogo e da sempre. Del resto non si capisce perché andar a curare i poveri stranieri, quando l’Italia pullula di poveri e malati, anche per strada, ignorati bellamente da un vaticano che irresponsabilmente non paga nemmeno le tasse che dovrebbe, oltre a donare il solo 10% di ciò che riceve dalle donazioni dello stato e dei fedeli (ed il resto lo spende per fare fare leggi incivili ed impedire quelle civili)

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