Spring Heel Jazz. Una trilogia fondamentale

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5 ottobre 2018

Nella carriera degli Spring Heel Jack deve esserci stato un momento preciso in cui qualcosa si è mosso. Il duo composto da John Coxon e Ashley Wales, dopo alcuni anni di assestamento – che poi si fa per dire, in quanto il periodo incriminato è forse quello veramente rivoluzionario – imbocca la giusta strada, modificando radicalmente il proprio rapporto con il mondo del jazz.

Per carità, non che gli anni che vanno dalla loro formazione (1994) all’uscita di “Treader” (1999), ultimo baluardo della loro fase drum’n’bass più pura, siano da considerarsi di molto inferiori, ma la sensazione è decisamente quella che, a partire dal 2000, i Nostri prendano definitivamente consapevolezza di quale sia il percorso più adatto alle loro facoltà. In particolare, il triennio che va dal 2000 al 2002 è quello nel quale la necessità di sperimentazioni continue in territori più vicini al jazz si fa predominante.

Il primo disco da prendere in considerazione è forse il loro capolavoro assoluto: “Disappeared” (2000) è, appunto, la loro svolta. Le meccaniche aliene della tromba di Ian Watson, nel brano d’apertura Rachel Point, rendono bene l’idea del nuovo atteggiamento assunto da Coxon e Wales; la marcia sezionata della drum machine in primo piano è il manifesto della mutazione del concetto di drum’n’bass in qualcosa di assai più vicino alle ultime tendenza della scena improv. Disappeared 1, con la partecipazione di John Surman al clarinetto basso, si apre a scorporazioni jazz in salsa ambient, mentre I Undid Myself scodella sinfonismi funkadelici screziati da lievi venature shoegaze. Ascoltando oggi un lavoro del genere, ci si rende conto più che mai di quanto Coxon e Wales riuscissero a rendere di nuovo funzionale un termine in disuso come quello di “avanguardia”. Ma lo spettro che resta in mente, e che si erge più possente che mai, rimane quello del – di nuovo – clarinetto basso di John Surman in Disappeared 2, che svolazza tra veli di fiati sintetizzati e squarci di elettronica inacidita.

È però il 2001 l’anno della definitiva consacrazione nel mondo del jazz: la corteccia drum’n’bass si è oramai sfaldata e quello che ne resta viene spazzato via con incredibile rapidità. Non è un caso infatti che in “Masses” (2001) i due londinesi si avvalgano della collaborazione del gotha del jazz contemporaneo più sperimentale: i nomi, tutti provenienti dall’etichetta Thirsty Ear, sono quelli di Tim Berne, Guillermo E. Brown, Roy Campbell, Daniel Carter, Ed Coxon, Mat Maneri, Evan Parker, William Parker, Matthew Shipp e George Trebar. Insomma, il meglio del meglio.

Chorale parte subito con una tensione tipicamente nordica, sviluppata per congelare ogni possibile movimento che riporti con la mente a un passato jungle. Chiaroscuro si fa immediatamente inquadrare come una delle cose più marziali dell’intera carriera degli Spring Heel Jack: percussioni processate elettronicamente da Brown, coadiuvate dalla viola elettrica di Maneri, che creano la marcia lenta e inarrestabile per la cerimonia in onore del sax tenore di Carter. Cross è eterea e sospesa vibrazione, chiazzata dalle nevrotiche irruzioni dei fiati. Salt è il be-bop delle origini se fosse stato catapultato in un futuro remoto. Questo “Masses”, in definitiva, è quello a cui Coxon e Wales ambivano da anni, è quell’oscuro oggetto del desiderio che da tempo immemore tentava le loro menti e che finalmente giunge a realizzarsi. Con questo lavoro l’improvvisazione diviene per gli Spring Heel Jack non più una delle possibilità, ma una delle necessità.

La loro ideale trilogia si va a completare nel 2002 con quello che è l’ennesimo gioiello: “Amassed”. Sostituiti alcuni musicisti con altrettanti di equivalente caratura (Kenny Wheeler alla tromba, Han Bennink alla batteria, Paul Rutherford al trombone e Jason Pierce alla chitarra), le tendenze del duo si spostano verso linguaggi di matrice più free. La title-track Amassed è un caos fiatistico sedato da momenti di rilassante giocosità da creative music allo stato brado. Wormwood si costruisce attraverso il triturante segare della chitarra elettrica del leader degli Spacemen 3 e degli Spitualized Jason Pierce, con la materia sonora che si agglomera costituendo quello che è un altissimo esempio di post-free-rock sinfonico. 100 Years Before è una riflessione sul jazz di un secolo fa, ma in un’altra dimensione. Obscured, invece, ripulsa avida di scansioni, come già aveva fatto a suo tempo Chiaroscuro nel disco precedente.

Questa trilogia è un percorso straordinario, che mostra la grande capacità degli Spring Heel Jack nel sapersi interfacciare con le nuove tendenze di una musica che già sentivano propria, ma che mai avevano sondato così in profondità. In una parola: fondamentale.

TAG: avanguardia, Contemporaneo, Inghilterra, Jazz, Musica, Rock, suoni e visioni
CAT: Musica

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