Un viaggio in Norvegia. Preparando le valigie con Nils Petter Molvær

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13 settembre 2018

È uscito, qualche mese fa, l’ultimo lavoro di Nils Petter Molvær, si intitola “Nordub” ed è in collaborazione con Sly Dunbar, Robbie Shakespeare, Vladislav Delay e il fido Eivind Aarset: un disco che non è sicuramente un capolavoro, ma prosegue intelligentemente le sperimentazioni legate alla fusione dei generi, fortificando ancor più le stilistiche espresse nelle opere precedenti. Ascoltare questo album mi ha fatto pensare a quanto grande – ma forse troppo in sordina – sia stato il contributo che il Nostro ha apportato alla storia del jazz. E ho capito quanto la sua musica sia ricca di elementi da glorificare.

Che lo si accetti o no, Molvær è uno che ha cambiato violentemente i connotati al genere: tra i maestri della scuola scandinava è quello che, in maniera più accentuata, è riuscito a imporre il proprio nome come sinonimo d’innovazione, delineando una forma d’espressione musicale legata da una parte alla tradizione dell’acid jazz inglese (e parallelamente anche a quella della jungle e della drum ‘n’ bass), dall’altra a una dimensione più vicina ai territori dell’ambient d’impianto etno fusion (il paragone in questo caso con uno come Jon Hassel, con il quale il norvegese ha anche collaborato, non è assolutamente fuori luogo). La sua capacità di riuscire a sintetizzare alla perfezione questi linguaggi ha permesso a un nuovo sottogenere – il nu jazz – di venire alla luce.

Io è già da un po’ di tempo – cioè da quando l’ho ascoltato per la prima volta – che sono fermamente convinto che il capolavoro assoluto del nu jazz sia “Khmer” (1997), il quale – guarda caso – è il suo primo album per la ECM: con un sestetto destinato a divenire storico (con Molvær ci sono anche il già citato Eivind Aarset, Morten Molster, Roger Ludvigsen, Rune Arnesen e Ulf Holand), l’opera è un’onirica escursione dai lenti movimenti attraverso le profondità di paesaggi fantastici. Khmer e Tløn, le due tracce che aprono il disco, sono legate assieme da un percorso evolutivo dove l’arcaico si fonde al futuristico. All’interno di queste due composizioni la tromba di Molvær ci prende per mano e ci guida in un viaggio che ci purifica mente e corpo. Le capacità liriche del trombettista norvegese vengono però completamente allo scoperto in Acces / Song of Sand I, dove soprattutto nel finale gli impasti dei vari feedback creano un vortice sonoro dal quale è impossibile non venire risucchiati. On Stream è invece una ballad che sta in equilibrio tra post rock e post jazz, con i poli di ognuno dei due che trovano rispettivamente collocazione nel suono della chitarra elettrica di Aarset e in quello della tromba del leader: un altro tassello essenziale ed emblematico di quella che è una vera e propria concezione post Miles dell’impasto sonoro.

Il periodo successivo a “Khmer” è quello delle riconferme: il norvegese cerca di personalizzare in maniera accentuata il suo suono e più o meno ci riesce, anche se il grosso del lavoro è stato ormai fatto precedentemente. Colpiscono in particolare tracce come Trip – presente in “Solid Ether”(2000) -, dove la tromba di Molvær alterna al tipico lirismo al quale ci aveva abituati in precedenza un suono torturato sublimemente dai processi elettronici, e Feeder – pezzo dalla stabilizzante andatura primitivamente futuristica contenuto in “ER” (2005).

Successivamente altri lavori interessanti – uno fra tutti il velatamente oscuro e sognante “Baboon Moon” (2011) – ma la sensazione che “Khmer” sia l’unico oggetto con il quale si è fatta la storia è tanta. Il lavoro e l’opera del maestro sono comunque sia sempre stati finalizzati a una ricerca continua, sia per quel che riguarda il bisogno di individuare le sonorità più adatte ai suoi intenti, sia per la stabilità stessa del suono (che per uno strumento come la tromba è un elemento certamente da non trascurare).

Molvær è un grande indagatore di quegli aspetti che potrebbero presentarsi – nella grande e ormai epocale battaglia nei confronti della fusion – come limiti estetici: il suo modo di scarnificare il suono della tromba e di stravolgerne l’identità tramite processi elettronici sono gli aspetti che più di tutti mi hanno sempre affascinato.

Insomma, ogni volta che penso a un ipotetico viaggio in Norvegia mi deprimo un po’ (sarà per la storia del freddo e della poca/tanta luce a seconda del periodo), ma appena ascolto la musica di Molvær, non faccio in tempo a far finire di suonare nello stereo Tløn che ho già la valigia pronta!

TAG: europa, Jazz, Musica, suoni e visioni
CAT: Musica

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