Marco
Morosini

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Milanese, Zurighese. Insegno e imparo politiche ambientali e decision making al Politecnico federale di Zurigo (ETH). Ho curato "Futuro sostenibile" del Wuppertal Institut http://www.edizioniambiente.it /libri/609/futuro-sostenibile/ e il film relativo https://www.youtube.com/watch?v=swG1_pk6Y94 Ho navigato sette mari e scalato le otto montagne. Ho scritto per giornali, televisione, documentari, un comico. Tengo conferenze su una società della [...] temperanza e da 2000 watt pro capite. Milito per la settimana lavorativa di 20 ore.

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Pubblicato il 12/03/2019

in: Il M5S, piaccia o no, è l'unica forza politica con una visione di destino

Suggerisco di smontare l'equivoco, trapiantato ormai nel lessico italiano, che "e-voting" voglia dire "democrazia diretta". Lo dico dalla Svizzera, dove, con la democrazia diretta, si vuole vietare l'e-voting ( https://www.glistatigenerali.com/governo_parlamento/caso-salvini-le-votazioni-in-internet-democrazia-diretta/ ) Secondo la visione digitalista, l’uso delle tecnologie digitali allarga la partecipazione civile a “tutti i cittadini”. Ma ciò [...] non è vero. Infatti, il modello politico “tutto digitale” taglia fuori in Italia milioni di persone che non hanno il denaro o la capacità per fare un abile uso di un computer e di internet. Costoro, infatti, non sono in grado di iscriversi al partito, di partecipare alla sua attività e di partecipare alle sue votazioni. Il 5 stelle, quindi, non è un partito di “cittadini”, ma è un partito di user, ovvero di abili utenti dei computer e di internet. È sorprendente che né dentro né fuori dal Movimento nessuno faccia notare la contraddizione tra l’aspirazione universalistica e la realtà di fatto elitaria del partito digitale. L’universalità del diritto di partecipazione politica è abbastanza recente e fu raggiunta solo quando cessarono le discriminazioni che consentivano di votare, per esempio, solo a chi possedeva terreno o un certo reddito, o era di sesso maschile. La limitazione dei diritti politici agli user, quindi, non è un progresso del metodo democratico, ma ne è un regresso. Anche il profilo della popolazione ne è stravolto: gli users sono più uomini che donne, più ricchi che poveri, più istruiti che poco istruiti, più giovani che anziani, più al Nord che al Sud. Nemmeno per accertare il gradimento di un dentifricio un sondaggista userebbe un metodo deformante come questo. Quando per via di voto digitale si prendessero decisioni che valgono per l’intera popolazione ma che favoriscono più gli uomini, i ricchi, gli istruiti, o i giovani, a scapito degli altri, il risultato ne sarebbe falsato a vantaggio di alcuni. A livello mondiale, restringere la partecipazione politica alle persone abili con i computer sarebbe ancora più problematica perché escluderebbe miliardi di cittadini non digitali. In effetti, 5mila anni dopo l’invenzione della scrittura, più di un miliardo di esseri umani sono ancora analfabeti, ancor più sono analfabeti funzionali, e probabilmente più di metà degli umani è analfabeta digitale. Quanto tempo ci vorrà perché si arrivi a “un computer a ogni persona”? Gli analfabeti e i “non digitali” possono votare da secoli alzando la mano (in piccoli consessi, in villaggi, o nelle Landsgemeinden di alcuni cantoni svizzeri). Essi possono anche tracciare una X su un simbolo in una scheda elettorale, possono partecipare a un partito o a un sindacato. Invece sarebbero tagliati fuori da una politica tutta al digitale.

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