I bitcoin no, ma la tecnologia che ci sta dietro cambierà banche e finanza

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15 aprile 2016

La rivoluzione che potrebbe cambiare per sempre l’attività di banche, broker e assicurazioni è figlia un po’ del caso. Un sottoprodotto di un’altra innovazione. Del resto, la “serendipità” è da sempre una costante della storia del progresso. Si sa, per esempio, che Alexander Fleming si imbatté nel primo antibiotico della storia casualmente, studiando gli stafilococchi. Cristoforo Colombo sognava una scorciatoia per le Indie, e invece trovò le Americhe. Ma dal pacemaker alla bachelite, dal forno a microonde alla vulcanizzazione del caucciù, sono davvero tanti i prodotti, servizi e processi di dirompente carica innovativa frutto (almeno in parte) del caso e del “cercare altro”.

Al concetto di serendipità se ne intreccia un altro: quello di eterogenesi dei fini. Internet, come è noto, nacque con il nome di Arpanet, per fornire alle forze armate americane un network di comunicazione in caso di un attacco nucleare sovietico. Oggi però è una rete che collega tutto il mondo, è la piattaforma commerciale più importante della storia, e anche se in futuro sarà sempre più terreno di scontro militare, al momento ha una natura eminentemente civile.

Lo sviluppo della blockchain segue, almeno in parte, questa parabola inattesa. Fino a pochi anni fa essa era nota solo agli estimatori del bitcoin (la moneta digitale decentralizzata). Oggi invece è una buzzword, un nome tecnico sulla bocca di tutti, specie se si tratta di esperti fintech e startupper arrembanti. C’è chi paragona la blockchain a un big bang hi-tech di proporzionali paragonabili alla nascita di internet. Altri si accontentano di parlare di “rivoluzione”.

La Bank of England ha già un team di sviluppo applicato alla blockchain, e la grande finanza è ovviamente più che mai sensibile al tema. Colossi come Jp Morgan ci scommettono miliardi di dollari, Ubs e Barclays ne stanno valutando l’impiego nella contrattualistica. Secondo Massimo Milanta, Chief information officer di Unicredit, è una questione strategica per il mondo delle banche in quanto viene creato un sistema fiduciario matematico attraverso protocolli ad hoc. È per questo che Unicredit ha aderito a R3, un consorzio privato di banche avviato lo scorso 15 settembre, che sta studiando tutte le possibili applicazioni: ormai da Bank of America a Citi, da Société Générale a Ing e Santander, da Intesa Sanpaolo a Crédit Suisse, e ovviamente Goldman, Jp Morgan, Rbs, Ubs, tutti i grandi nomi ne fanno parte. Restarne fuori, del resto, potrebbe costare caro.

Dalla Svizzera un legale che conosce assai bene il mondo bancario elvetico è pri: «Qui chi conta ha un chiodo fisso, ed è la blockchain. Questa tecnologia potrebbe avere un impatto molto profondo su tutto il settore dei servizi, banche in primis». Non è l’Hannibal ad portas di ciceroniana memoria, ma quasi: Silicon Valley is coming.

La blockchain è stata giustamente definita come “il motore del bitcoin”. Lo spiega bene a Stati Generali Marco Amadori: «La blockchain è il nome della struttura dati che memorizza in modo permanente tutte le “transazioni” bitcoin che hanno avuto luogo sin dalla nascita della valuta digitale». Un database inalterabile dunque, con una sterminata gamma di applicazioni possibili: dalle autocertificazioni ai sistemi antifrode, dagli strumenti di identità personale alla garanzia di integrità dei dati, sino all’immortalità delle opere digitali. Metafisica della crittografia, forse, ma con risvolti concretissimi.

Amadori del settore se ne intende. Quasi quarantenne, trentino, terribilmente intelligente, si autodefinisce un hacker (nell’accezione tecnica del termine, cioè «uno che rompe il guscio per vedere com’è fatto l’uovo»). Ex ricercatore con una passione per il free software e l’open source, guida inbitcoin, startup fintech che raggruppa giovani professionisti informatici, finanziari, legali, tributari e gestionali, e ha due sedi, una a Milano e una a Trento. «La startup è in fase avanzata di test del prodotto sui primi early adopter, ma non siamo ancora pubblici. In questi giorni stiamo definendo l’assetto societario in funzione di nuovi soci entusiasti che stanno entrando nel team. Siamo una molla carica, ma ancora compressa. Tuttavia il rilascio dell’energia cinetica è ormai imminente».

Sulla sua startup Amadori non può dire di più, è abbottonatissimo. Un muro di NDA e privacy protegge la nascente azienda. Ma sulla blockchain è entusiasta di parlare. «Si chiama così perché è proprio una serie di blocchi concatenati tra loro e fissati per sempre con dei lucchetti crittografici. Capire il funzionamento è un po’ complesso dal punto di vista tecnico e richiede alcune competenze multidisciplinari… Per semplificare potremmo dire che la creazione di uno di quei lucchetti ha un costo, e questo costo a regime viene ripagato dagli utenti della rete con fee volontarie».

«Le fee si pagano con il token stesso della rete, chiamato bitcoin. Chi mette questi lucchetti ha fatto un investimento e si chiama miner (minatore), rifacendosi a una diffusa analogia tra i bitcoin e l’oro. I miner sono ricompensati con bitcoin nuovi, un sussidio chiamato reward (ricompensa) per il loro lavoro crittografico. Il tipo di lavoro, denominato proof of work, è una funzione matematica complessa che ha la particolarità di avere una soluzione difficile da calcolare, ma istantanea da verificare».

In realtà le cose sono più complesse di così, ma come dice Woody Allen, alla fine basta che funzioni. Continua Amadori: «una serie di incentivi economici e di probabilità matematiche realizza una struttura dati straordinaria. Una sorgente di verità ad accesso aperto. Delle pagine nelle quali si può scrivere con la garanzia della permanenza dei dati». Questo il meccanismo della blockchain.

Ma non è certo la sua bellezza ed eleganza ad entusiasmare i venture capitals della Bay Area e gli yuppies della City. Ancora una volta soccorre Amadori, che spiega: «La blockchain permette di abbassare i costi legati alla fiducia. Pensiamo solo alle attività di un notaio (ndr: che in effetti è un pubblico ufficiale a cui lo Stato affida il potere di attribuire pubblica fede a certi atti), e o al trasferimento di una cospicua somma di denaro tra due sconosciuti. In questi casi la necessità di un arbitro imparziale e oggettivo, come appunto un notaio, aumenta i costi e i tempi per operazioni che questa tecnologia rende banali».

Insomma, come internet ha disintermediato il mondo della comunicazione e del commercio, il bitcoin e il blockchain «consentono di fare qualcosa di analogo in ambiti tradizionalmente chiusi come quelli delle certificazioni, del economico e finanziario». Tutto ciò magari aiuta a spiegare perché, parlando con Gli Stati Generali, il legale svizzero sembra tradire un certo nervosismo. La sua sicurezza di professionista colto e ricco, ben installato in quel fossile della storia che è la Svizzera, vacilla. Forse i suoi nipoti non potranno fare il suo stesso mestiere. Di sicuro, dovranno saper programmare.

TAG: blockchain
CAT: App & Software, Banche e Assicurazioni

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