Il movimento per il divestment non è mai stato così caldo

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23 gennaio 2017

di Priscilla Robledo

Il nostro bel pianeta ha un febbrone da cavallo. Gli ultimi dati della NASA sul riscaldamento globale parlano chiaro: il 2016 è stato l’anno più caldo dal 1880, nonché il terzo anno di fila a rompere questo record. La temperatura superficiale della Terra ha raggiunto i massimi storici da quando sono iniziate le rilevazioni e ben 8 mesi sono stati i più caldi di sempre.

Per fortuna, però, ci sono anche buone notizie: lo ricorderemo anche come l’anno della svolta sugli impegni globali per il disinvestimento dalle fonti fossili, promosso in Italia dalla campagna #DivestItaly lanciata nel luglio 2015 da Italian Climate Network e altre organizzazioni. In breve, disinvestimento dalle fossili significa liquidare i capitali investiti in società di estrazione petrolifera e reinvestirli in progetti di economia pulita. “Se è sbagliato distruggere il pianeta, è altrettanto sbagliato trarre profitto da tale distruzione” sostiene 350.org, l’organizzazione ambientalista internazionale che promuove il divestment nel mondo.

In base al rapporto Arabella dello scorso Dicembre sul movimento divestment globale, dal settembre 2015 il valore totale degli impegni di disinvestimento è raddoppiato: un aumento impressionante, che conferma come l’appoggio al movimento stia crescendo ad un ritmo eccezionale, maggiore di qualsiasi altra campagna per il disinvestimento. La più famosa ed efficace campagna per il divestment avvenuta in passato è quella che ha coinvolto le imprese con interessi economici nel Sudafrica dell’apartheid. In tal caso il divestment fu un mezzo per porre fine al vergognoso regime che dominava il  paese fino a venticinque anni fa.

Nell’anno che è seguito alla sottoscrizione dell’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico da parte di 193 paesi durante la COP21, enti di varia natura nel mondo si sono impegnati a disinvestire dall’industria estrattiva più di 5.000 miliardi di dollari. Ad oggi, 688 istituzioni e 58.399 privati di oltre 76 paesi (il 55% dei quali al di fuori degli Stati Uniti) si sono impegnati ad eliminare dai propri portafogli qualsiasi investimento che sia in qualche modo connesso all’industria petrolifera estrattiva. Per fare un paragone, nel 2015 gli enti e le istituzioni impegnati nel divestment erano stati 436, 2.000 gli individui e 2.600 i miliardi di dollari totali.

I fondi pensione e le società di assicurazione sono i settori maggiormente esposti sul fronte del disinvestimento: ciò si spiega in base all’atteggiamento prudenziale e gli obblighi fiduciari cui tali soggetti sono tenuti nei confronti dei propri clienti. Se l’Accordo di Parigi punta a contenere il riscaldamento globale al di sotto degli 1,5 – 2 °C, gli investimenti in fonti di energia fossile sono destinati a perdere progressivamente valore e rappresentano dunque un rischio finanziario, perché non possono essere garantiti nel tempo e non fornirebbero il ritorno che gli investitori istituzionali devono ottenere. In questo senso l’Accordo ha dato una fortissima spinta al movimento e questo è peraltro l’argomento che più affascina i tecnici del disinvestimento: anche la Banca Mondiale si è dichiarata a favore dell’argomento finanziario, con il presidente Jim Yong Kim che ha dichiarato che “ogni società, investitore e banca che protegge nuovi ed esistenti investimenti che tengano conto dei rischi climatici è semplicemente pragmatico”. Il rapporto Arabella indica anche che sempre più gruppi di azionisti e agenzie di regolazione del mercato finanziario nel mondo stanno chiedendo alle società quotate di indicare la propria esposizione ai rischi derivanti dal riscaldamento globale e in rapporto agli impegni adottati durante la COP21: nel giugno 2016, l’Unione Europea ha emanato una direttiva contenente un obbligo per i fondi pensione di valutare  “ i rischi relativi a cambiamento climatico, uso delle risorse, ambiente, rischi sociali e rischi derivanti dalla svalutazione degli asset” e di dare evidenza dei criteri impiegati per tale valutazione. Tale direttiva riguarda fondi pensione per un totale di oltre 3.200 miliardi di euro.

L’argomento tecnico finanziario è certamente il più solido da poter spendere nei confronti dei grossi investitori. Ma l’altro argomento pro-disinvestimento, riguardante le ragioni di natura etica che impongono di disinvestire dalle società petrolifere, è altrettanto cruciale. Un esempio significativo in tal senso è l’attenzione senza precedenti che il mondo cattolico sta dedicando al tema dei cambiamenti climatici e il suo appoggio alle pratiche di disinvestimento. A partire dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che ha rappresentato una svolta tanto nell’ambientalismo quanto nell’impegno dei cattolici verso la nostra “casa comune”, vari gruppi cattolici sono ben consapevoli ora del legame tra la giustizia sociale e quella ambientale. Infatti, dal momento che i cambiamenti climatici si ripercuotono maggiormente sulle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, che sono al tempo stesso meno responsabili e più vulnerabili, agire per contenerli o evitarli non ha una valenza solo ambientale ma è anche un dovere morale.

All’interno del percorso di sensibilizzazione e impegno del mondo cattolico sul tema del disinvestimento una data importante verrà marcata Venerdì 27 Gennaio, quando presso la Sala Pio XI della Pontificia Università Lateranense di Roma si terrà  la conferenza “Laudato si’ e Investimenti Cattolici: Energia Pulita per la nostra Casa Comune”, un evento internazionale promosso da sei organizzazioni cattoliche nazionali e internazionali tra cui la FOCSIV – tra i principali soggetti promotori della campagna #DivestItaly – e il Movimento Cattolico Mondiale per il Clima. La conferenza si propone di esaminare i legami tra disinvestimento dai combustibili fossili, investimenti in energia rinnovabile gestita da comunità locali e organizzazioni cattoliche. Vi sarà un forte accento sulle soluzioni e il taglio della conferenza è molto pragmatico: si parlerà di prospettive di re-investimento in soluzioni climatiche stabili dal punto di vista finanziario, con la presentazione di casi studio dal mondo cattolico. Altissimo il profilo dei relatori che interverranno durante l’evento, tra cui spiccano i nomi di Christiana Figueres, ex Segretario Esecutivo dell’UNFCCC e del Cardinale Peter Turkson, in precedenza presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e tra i principali collaboratori di Papa Francesco nella stesura della Laudato si’. Turkson dichiarò, in occasione della celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato del primo settembre 2016, che “nella Laudato si’ papa Francesco sottolinea che la pressione della società, compreso il boicottaggio di alcuni prodotti, può obbligare le imprese a tenere conto della loro impronta ecologica e dell’impatto dei loro modelli produttivi. La stessa logica anima il movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili”.

Quanto detto fa ben sperare che il 2017 sia l’anno della presa di coscienza delle opportunità offerte dal divestment, per ragioni di ordine morale o per i vincoli legati alla ratificazione dell’Accordo di Parigi. L’ostacolo a tutto ciò è certamente rappresentato dal recente insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nota voce del negazionismo climatico le cui esternazioni non possono che creare incredulità presso la comunità scientifica internazionale. Italian Climate Network ha partecipato ad un’azione internazionale che chiede al neo presidente di abbandonare tale atteggiamento per non vanificare i risultati ottenuti durante la COP21.

TAG: cambiamenti climatici, cambiamento climatico, COP21, divestment, Enciclica "Laudato si'", Papa Francesco
CAT: clima

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