Considerazioni a margine della morte di Totò Riina

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18 novembre 2017

Paradossalmente il criminale mafioso Totò Riina, autore o mandante degli efferati fatti di sangue che hanno segnato la storia degli ultimi trent’anni del secolo scorso e che in questi giorni è ha acquistato un bliglietto per l’inferno, è servito a qualcosa; è servito a farci comprendere cosa sia la mafia e a quali aberrazioni possa arrivare. Non è un caso che, fino all’apparizione sulla scena criminale di questo ex pecoraio assurto ai fasti (sic!) di leader indiscusso, nell’immaginario collettivo di molti, la mafia veniva troppo spesso ammantata di un’aureola romantica, la si identificava come un’organizzazione con un suo codice d’onore, rispettoso di certi valori tradizionali, capace perfino di fare giustizia laddove le leggi dello Stato non riuscivano ad arrivare. Riina, con le sue gesta criminali, con l’adozione di metodi da gangsterismo americano, con l’attacco diretto allo Stato e alle sue istituzioni cinicamente programmato in una sorta di delirio di onnipotenza, ha fatto cadere rovinosamente nella polvere quello che possiamo definire “il mito” della mafia dispensatrice di giustizia e titolare di un ordine che, molti  – ora per pigrizia, ora per irresponsabilità, ora per paura – hanno accettato. Insomma questo personaggio luciferino si può dire che sia riuscito a suscitare finalmente la giusta indignazione e a destare, dal sonno dell’indifferenza, le coscienze di tanti ma, soprattutto, dei siciliani che, troppo spesso non si sono resi conto che le prime vittime delle ferocie criminali erano proprio loro. Se il contrasto alla mafia è divenuto punto fondamentale dell’agenda della politica, lo dobbiamo proprio a questa epifania della bestialità incarnata da Riina. Ciò detto, nel momento in cui le porte dell’inferno si sono aperte per quest’uomo che ha incarnato in modo emblematico lo spirito e la cultura mafiosa – il fatto che non si sia mai pentito ne è prova evidente – e al di là delle speculazioni e delle dietrologie sugli eventuali segreti che si sia portato nella tomba, una riflessione merita il fatto che la stampa si sia buttata a capo fitto sul fatto riempiendo paginone di quotidiani con foto, storie e riflessioni sul personaggio e sguinzagliando reporter a giornalisti a cercare fra la gente riflessioni o considerazioni da rilanciare poi sul video. E’ un bene o un male, che se ne parli ? Una domanda, questa, alla quale è difficile rispondere. Sicuramente l’informazione è utile, ricordare e parlare dell’orrore del male, in questo caso “assoluto”, è un bene ma, a mio modo di vedere, c’è anche un limite. Parlo del modo in cui la notizia e le vicende sono raccontate. Intanto, mi pare ovvio, che si abbiano chiari i confini fra informazione e agiografia – lo scrivo perché in alcuni servizi mi è sembrato di cogliere un insistere troppo su alcuni aspetti del personaggio che finiscono per mettere in ombra la natura criminale dell’uomo in questione – poi la necessità di stare attenti al contesto ambientale che fa da cornice per evitare che facili semplificazioni possano restituire immagini falsificate. Soprattutto su questo secondo limite voglio insistere anche per dare atto a quanti sono in ogni caso vittime della violenza mafiosa che, in questo modo, finiscono invece per apparire, ironia della sorte, in certe immagini come veri e propri conniventi. Mi riferisco ad esempio a quei reporter che sono andati ad esempio in giro per le vie di Corleone a raccogliere le opinioni di gente comune, soprattutto anziani di non elevata cultura e che hanno ironizzato sulle risposte avute. Mi chiedo, cosa si aspettavano? Pensavano che quella gente, vittima del sistema mafioso, levasse la voce contro Riina e il sistema di intimidazione mafiosa che come una cappa si stende su quel bellissimo borgo di montagna? Una buona informazione, dovrebbe sempre prescindere dalla spettacolarizzazione, dovrebbe andare dentro la notizia senza strumentalizzare chi si trova in difficoltà e non può che offrire un’immagine degradata di se stesso e del contesto nel quale vive. Questo lo si dovrebbe tenere presente, soprattutto in occasioni come questa. Concludo, ricordando che “morto un Papa, se ne fa un altro”, pensare che la mafia abbia perso qualcosa con la morte del “capo dei capi” è solo illusione, la mafia troverà, se non l’ha già trovato, un nuovo capo ma, aggiungiamo a misera consolazione, che, dopo le stragi ordinate da Riina, sarà un capo di un’organizzazione che non potrà certamente più equivocare sulla natura della mafia e nemmeno fregiarsi del titolo di “onorata società”.

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CAT: Criminalità, Palermo

Un commento

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  1. raffaella-marra 4 settimane fa
    Reina è morto in carcere e con la morte ha estinto i conti con la legge . il giudizio umano penso sia superfluo perchè ingannevole . Persone con responsabilità di efferatezze simili sono liberi e mai condannate. Ho un solo rimpianto la consapevolezza che segreti della nostra democrazia , sono rimasti coperti dal suo silenzio. Ricordo L arroganza con cui si appellava ai giudici e avevo quasi la sensazione di qualche sottesa minaccia. Io penso che pur non dichiarandosi pentito ha coperto molti coautori dei suoi crimini , solo per questo è morto da capo e non da semplice criminale dimenticato per il suo ergastolo. Allora al di là del giudizio divino che sicuramente neppure il Papa si dovrebbe attribuire ritengo Reina il prodotto della convivenza di un criminale comune con un sistema democratico corrotto e con utilizzo delle sue prestazioni criminali da parte del potere , non meglio definito ed ora purtroppo definitivamente assolto. Forse è questa la rabbia che da emozione per la scomparsa di una coscienza che ha taciuto, forse neppure la storia potrà mai darci conferma della triste realtà sottesa.
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