Le parole sono importanti. Bullismo, balbuzie e la campagna #liberalavoce

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20 marzo 2018

Prendete dei foglietti di post-it, scrivete ci sopra un insulto e attaccatelo addosso al vostro vicino. Fatelo con chiunque abbiate accanto al lavoro, in metropolitana o al cinema. Lasciate spazio alla fantasia: ciccione, bastardo, stronzo. Sperimentate così, a comando, la potenza dell’insulto faccia a faccia. Come vi sentite? E’ sufficientemente liberatorio o solo fonte di vergogna? L’elenco delle sensazioni di disagio miste a senso di colpa può essere davvero variegato.
Proviamo a mettere questi insulti in un sacco e lanciamolo senza motivo nel mondo di un ragazzino o di una ragazzina, nel pieno dell’esplorazione di sé e del proprio contesto sociale, tra compiti in classe, hobby, musica e specchi in cui scoprire le parti nuove o consolidate della propria identità. In quel mondo, gli insulti non sono spilli ma pietre e tanto quanto sono difficili da ignorare sono evidentemente facili da dire. Gli esperti che entrano costantemente in questo ecosistema di individui del tutto inesperti della vita, parlano di quotidianità. Non sono episodi, sono parole normali. Ripetute, ribadite, enfatizzate. Sui social e nei corridoi a scuola, sui bigliettini, su Whatsapp. Il loro percorso educativo di responsabilizzazione, quello in cui ogni parola ha una conseguenza per chi la dice e per chi la sente è appena partito, o forse non ha mai acceso il motore.

Ma chi dà il carburante alla macchina? Da chi è composta la comunità educante di un bambino, che si fa ragazzo, che si fa uomo? Dalla scuola, dalla famiglia, dall’oratorio che frequenta, dall’associazione sportiva, dagli amici degli amici. Vuol dire in parole povere che in ognuno di questo contesto i suoi occhi vedono e imitano, giustificano e spiegano, con una velocità che non possiamo immaginare, ma che vediamo tradotta in azione.
Gli esperti, sempre loro, dicono che ci sono genitori che insegnano tecniche ai propri figli per farla sotto al naso all’insegnante che chiede la consegna dei cellulari in classe, prima di un compito o di una lezione. “Dagli quello vecchio della nonna, così il tuo lo tieni sotto al banco”. Altri cercano di dare un freno all’accesso a tablet e smartphone, poi lo tengono acceso al ristorante, a pranzo, per mettere in una bolla se stessi ma anche quegli occhi che scandagliano. E’ dalla mancanza di dialogo e di ascolto che inizia l’isolamento dei più giovani, potenzialmente vittime e autori di episodi di bullismo: in questo terreno si perde l’empatia, assente nei bulli in cui viene facilmente rimpiazzata dalla convinzione che dietro ad uno schermo tutto sia lecito. Nel vocabolario del fenomeno, così diffuso e terribile, sempre più connesso al rischio reale dei gesti estremi di chi non vede via d’uscita in una vita tutta da affrontare, ci sono parole come “omertà”, “vergogna”, “rifiuto”. Ma anche “segnalare” ciò che accade e che si vede o si vive, “rifiutare” comportamenti – non mi piace chi lo fa a me e non mi piace vederlo che lo si fa a qualcun altro – e “rimpiazzare”, ovvero sostituire comportamenti sbagliati con comportamenti educativi che mettano in luce il rispetto verso se stessi e verso gli altri. Queste tre azioni, ovviamente, sono legate a doppio filo con tutta la comunità educante di cui sopra.

Tra le vittime di più frequenti di bullismo ci sono, ad esempio, i balbuzienti. Lo spiega Valentina Letorio, neuropsicologa esperta in rieducazione della balbuzie dell’Istituto Vivavoce. “C’è una grande confusione fra cause ed effetti: la balbuzie è l’alterazione delle frasi e del parlare che causa l’ansia nel parlare, non viceversa. Gli eventi traumatici contano molto ma non sono cause scatenanti, piuttosto catalizzano ed esacerbano. I bambini con disturbi del linguaggio sono tre volte più a rischio di bullismo rispetto agli altri, i dati lo dimostrano chiaramente, gli studenti che balbettano sono più frequentemente bullizzati”. Le difficoltà comunicative evidenti aumentano la percezione negativa di sé, ed è un cerchio che si chiude, fra esperienze relazionali comunicative continuamente negative. Qui si innesta il bullismo, quando i ragazzini che ne soffrono si ritirano, si isolano, rinunciano. In Italia ne soffre un milione di persone, di cui 150mila sotto i 18 anni. Fra i 2 e i 3 anni si inizia a balbettare e nell’88% dei casi la remissione arriva entro i 6 anni. A scuola e al lavoro la balbuzie porta a rinunciare a relazioni e opportunità ed è fonte di discriminazione, per questo la prevenzione e l’intervento puntuale sono importantissimi. Servono interventi mutidisciplinari per rispondere a tutti gli aspetti motori, linguistici, cognitivi, affettivi, comportamentali sin dai primi anni di vita. Serve l’educazione di tutti, in ogni direzione, per permettere un’infanzia serena anche ai più deboli, che vivono disagi temporanei e hanno diritto ad un apprendimento che ne segua il corso.

Per questo Pepita Onlus, cooperativa sociale composta da professionisti esperti nella progettazione, realizzazione e valutazione di interventi educativi, ha lanciato con Vivavoce Institute di Milano la campagna di sensibilizzazione #liberalavoce, realizzata in collaborazione con Dajko Comunicazione. Come spiegano loro stessi, “L’idea nasce dal constatare come spesso le diversità, più o meno evidenti, scatenino nei bambini curiosità che, se non vengono spiegate dagli adulti, possono trasformarsi in occasioni di prevaricazione. La campagna si rivolge a genitori, insegnanti, educatori e ragazzi per mettere in evidenza la balbuzie come fatica. Chi ne soffre è nell’imbarazzo a doverne parlare e preferisce limitare le occasioni di confronto. Per questo occorre creare una cultura dell’accoglienza e dell’ascolto per fornire un sostegno e smettere di deridere senza comprendere. Così nasce il manifesto: fai posto alla balbuzie”.

TAG: adolescenza, balbuzie, bullismo, Educazione, genitorialità, infanzia, scuola
CAT: discriminazioni, Psicologia

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