L’insostenibile irrequietezza di Elon Musk

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4 gennaio 2018

Basta. Non se ne può più.
Elon ha detto, Elon ha fatto, Elon di qua ed Elon di là.

Lo storytelling insopportabile su Musk ha rotto francamente gli zebedei.
Era dai tempi in cui Adso da Melk si aggirava per i labirinti della celebre biblioteca che non si avvertiva nell’aria una tale presenza di auctoritas: allora erano gli scritti di Aristotele; oggi sono le idee di business di Elon Musk.

Premessa doverosa: mi ritengo, e non ne faccio certo un motivo di vanto, un early adopter del nostro imprenditore guru. Sin dai tempi in cui facevo finta di studiare a Brighton, infatti, seguo le sue peripezie. Allora, per lo più, se ne scriveva, e male, come di una specie di cialtrone pieno di sé, immagine perfettamente calzante del ricco sfondato della Silicon Valley che si crede Dio.

Sono passati 12 anni e molti, tra cui il sottoscritto, si sono ricreduti sul personaggio: indubbiamente, il buon Elon (mi prendo una confidenza che, ovviamente non ho) ha smentito tutti gli scettici, dimostrando di essere un tizio davvero fuori dal comune e dalle capacità indiscusse di leadership e di visione.

La parentesi è d’obbligo perché anche oggi che si torna, per l’ennesima volta, a paventare il fallimento di Tesla a causa dei ritardi ciclopici nella consegna di Model 3, io non ci metto la mano sul fuoco e non mi stupirei se, alla fine, Musk riuscisse ancora una volta a ottenere un risultato importante, che fosse mettere a regime la Gigafactory o vendere l’azienda a Google, garantendo comunque un futuro alla mobilità elettrica.

No, questo articolo, o vaneggiamento, mi ripeto, non è una critica all’imprenditore, senz’altro tra i più brillanti e capaci che popolino oggi il pianeta Terra.
E’ semmai la constatazione amichevole, e dunque un incidente tra i miei pensieri, che dopo Steve Jobs, e insieme a Jeff Bezos, abbiamo trovato l’ennesima entità soprannaturale in grado di salvare le sorti dell’umanità.
Senza se e senza ma.

Con una professione di fede e un atteggiamento anti-scientifico che, se vi sentisse Elon, manderebbe lui stesso su tutte le furie.

In parte l’articolo nasce da un profondo dubbio amletico che si annida nel mio cuore da anni e che cerca di trovare risposta alla domanda:

Guardando alle persone che, davvero, HAVE AN IMPACT oggi, e per impact intendo quello sulla nostra vita di tutti i giorni, è mai possibile che si debba ottemperare al principio secondo cui, per cambiare il mondo, bisogna essere irrimediabilmente e inequivocabilmente degli stronzi?”

Perché Steve Jobs, sia gloria a lui, era uno stronzo.
Perché Jeff Bezos, sia gloria a lui, è uno stronzo.
Perché Mark Zuckerberg, sia un po’ meno gloria a lui, è uno stronzo.
Perché Elon Musk, infine, è uno stronzo patentato.

E se pensate che esageri, basti il seguente esempio: un suo dipendente, non ricordo se di Tesla o SpaceX, aveva una scadenza importante (che è la norma, per chi lavora con Musk, ogni giorno della settimana).
Il dipendente mancò la scadenza comunicando: “Mi spiace, Elon, ma mi devo assentare per assistere mia moglie che sta partorendo”.
La risposta di Musk fu lapidaria: “Devi scegliere le priorità, cazzo. Devi decidere se vuoi cambiare il mondo oppure no”.

Ecco, per me questo basta a classificare uno stronzo.

Uno stronzo maledettamente in gamba, eh, perché non si costruiscono razzi privatamente e non si diventa fornitori della NASA se non si è anche geniali (userò l’aggettivo, mannaggia, anche se mi costa caro come il cartellino di Icardi).
Musk è un lavoratore eccezionale: è sempre sul pezzo riguardo ai progetti di tutte le sue aziende. Per stare al passo con gli astrofisici che lavorano per lui, ha studiato i manuali russi del secondo dopoguerra e nessuno, più di lui, conosce la fisica dei missili.
Musk è il capitano della nave che non l’abbandona anche se rischia di affondare.  Questo gli va riconosciuto.

O meglio, Musk è disposto a suicidarsi insieme alla truppa (sono meno sicuro, invece, che la truppa gli interessi più della missione che sente di dover compiere).
Uno che lavora 90 ore alla settimana, in parte, merita rispetto.

Se però pretende questo stakanovismo anche da chiunque lavori con lui, e la stessa cosa applicavasi a Jobs prima e applicasi all’altro Dottor Male Jeff oggi, di rispetto ne merita un po’ meno.
Anche perché, in questa schizofrenia, a un certo punto dobbiamo decidere se smart working, benessere dei lavoratori e conciliazione dei tempi di vita sono solo slogan con cui riempirsi la bocca o se, piuttosto, vogliamo dargli sostanza.

Non si provi poi a usare l’argomento: “chi lavorava con Jobs, e chi oggi resiste a lavorare con Musk, lo adora”.
È vero ma la chiave è il verbo ‘resistere’.

Il fatto è che di matti ce ne possono essere un po’ più di uno e che Tesla, o Apple, assumono i migliori talenti e ne sfruttano la passione.

Ma la passione brucia e non è efficiente da un punto di vista energetico: provate a dare un occhio ai tassi di turn over nelle aziende di Musk e mettetevi una mano sul cuore e l’altra sui capelli (io non ce li ho).
Poche settimane fa Elonuccio ha licenziato un bel mucchio di dipendenti, overnight perché lui fa così quando capisce che non servono a raggiungere lo scopo (ma quale?).

E l’ingorgo nella mia testa continua a produrre dei giganteschi punti di domanda.

Ben venga la semplificazione dei processi decisionali tipica del mondo Silicon.
Ben vengano flessibilità, destrutturazione e orizzontalità, anche.

Ma il welfare o, per dirla semplice, lo star bene non stanno di certo e non solo nell’ennesima apertura dell’asilo di impresa.
Bello.
A patto che si concepisca, tuttavia, un importante corollario, e cioè che c’è vita al di fuori del business.

Non sono del tutto sicuro che questa banale ovvietà faccia parte del mindset, per usare un termine che va di moda, di chi concepisce l’organizzazione aziendale

Io sono un po’ stufo della cieca, e anche un po’ scema, devozione che il mondo dinamico dell’innovazione nutre per il Musk di turno. Senza mai mettere in dubbio il modello.
E magari citando Olivetti.

Erano altri tempi.
Ed era un altro uomo.

E’ davvero quello di Tesla-SpaceX-SolarCity il mondo smart che vogliamo creare per chi lavora?
Musk ha paura dell’intelligenza artificiale.

E vi si oppone con lo sfruttamento umano ai limiti dell’impossibile: avrà ragione lui?

Il fatto è che una parte di me teme che la risposta prevalente sia sì.

L’altra parte di me, invece, trova rifugio nella futilità, come fischiettare il jingle dell’Orzobimbo mentre si affronta una prova difficile e dolorosa.

Per esempio, nel caso di Musk, un aneddoto simpatico è ciò che finisco col trovare, infine, davvero rigenerativo.
In SpaceX dovevano costruire un computer che mettesse in comunicazione la Stazione Spaziale con una capsula progettata dall’azienda di Elon.
La Nasa trattava SpaceX con supponenza, parlando dei “ragazzi del garage” e non credendo l’azienda capace di realizzare il sistema di comunicazione.
Musk, a quel punto, scelse per il computer un acronimo particolare: Cucu.
E lo fece perché voleva che i tecnici Nasa, ad ogni riunione sul progetto, perdessero le staffe continuando a ripetere Cucù (CUCKOO in inglese, ma suona uguale).

Ecco, mi è tornato il buon umore.
Firmo con me stesso il CID e penso, come sempre, che si possa e si debba mediare, ragionare, pensare diversamente.
Facciamolo però.
Serenamente.

Anche perché Musk ha promesso di costruire l’astronave per Marte entro il 2024 e in questo io sono elettrizzato come lui di fronte all’obiettivo: aiutiamolo a tornare a casa.

TAG: Elon Musk, innovazione, SpaceX, tesla
CAT: Innovazione, Occupazione

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