Il Pop e noi

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27 dicembre 2016

A ogni morte di artista pop scopriamo di aver vissuto in epoche diverse, lontane o non comunicanti con molti connazionali. Ci sorprendiamo a interrogarci:  gli anni ’80-’90 di David Bowie e di George Michael e dei loro ammiratori erano proprio i nostri? Giungendoci  i loro nomi con risonanze affievolite  – David Bowie: sappiamo che è esistito, ne ricordiamo la faccia, le performance provocatrici e nulla più –  o del tutto inediti – George Michael: chi era costui?- veniamo sorpresi dalla domanda:  dove eravamo noi quando questi artisti si esibivano e riscuotevano successi planetari? E soprattutto chi li seguiva? E perché?

Avendo curato anche noi il nostro angolino pop che ci fa sussultare il cuoricino con icone del tutto casalinghe e generazionali (Endrigo, Celentano, Mina) sappiamo che c’è un “momento pop” anche nella nostra vita di severi distillatori del bello. E allora ci chiediamo: il pop è una concessione controllata e sorvegliata al nostro io estetico diminuito? Una emozione estetica messa tra parentesi tra le cure del giorno? O una forma autentica di comunicazione estetica privilegiata, ossia un vero passaggio di emozioni da una testa, quella dell’artista,  all’altra, la nostra,  né più né meno della letteratura alto di gamma?

Dopo la lezione di Umberto Eco sappiamo che Topolino e San Tommaso d’Aquino possono coesistere o addirittura  convivere nella stessa testa con la stessa cogenza; il Supereroe dei fumetti e Julien Sorel si danno la mano; Haendel e Rita Pavone si strizzano l’occhiolino in angoli bui della nostra anima; Artaud e Totò comunicano tra di loro con codici segreti; Arbasino e Gramsci sono fratelli spirituali. La nostra acquisizione estetica del mondo nell’epoca della riproducibilità tecnica e multimediale nei fatti è anche multilevel: convivono cioè  nella nostra anima sia il colto pubblico che l’inclita guarnigione, come si diceva una volta. E noi riusciamo con i nostri codici selezionatori impliciti a processare e ad archiviare nella loro giusta nicchia sia il pop pedestre che il sublime kantiano. Occorre tuttavia non imbrogliarsi i file interiori e non confondere più di tanto le gerarchie, che sappiamo esistere anche se non sappiamo dimostrarle criticamente ma solo per fatti concludenti, perché nella storia del Bello Bach e Piero Focaccia non possono stare sullo stesso piano, evidentemente.

Accade pertanto che un critico sopraffino come Massimo Onofri, che abbiamo con privilegio tra i nostri contatti Facebook, faccia pubblica menzione del suo angolino pop popolato dai “Modà”, dal “Giardino dei semplici” che egli etichetta come “stilnovismo patologico”, una forma autentica di incanaglimento estetico, una santuarizzazione cosciente del lowbrow senza il bisogno di allertare Virginia Woolf (con i suoi tre livelli highbrow, middlebrow e lowbrow) o il trotzkista conservatore Dwight Macdonald che separava stizzosamente l’alta cultura dal midcult e soprattutto dal masscult.  Ed io  capisco Onofri, nel senso che condivido con canzonette ben più lowbrow delle sue un consapevole abbrutimento canoro. Noi che siamo arrivati dopo  sebriamo più scafati e riusciamo “spontaneamente” a processare e archiviare nelle loro giuste nicchie le minchie come i padrenostri (slang siculo) senza battere ciglio, come dei bambini adulti che hanno capito il gioco.

Accade invece che Pierluigi Battista, non so se più rigido e dottrinario o perché preso dal gusto della provocazione, scriva un post allusivo e decisamente fuori misura su Facebook: “ Mi dispiace molto e mi dispiace tanto per voi che siete affranti per la sua dipartita. Ma chi cazzo era?” prendendosi un fiotto di insulti dai violenti della retrotastiera che metà basta. Una certificazione plateale della non coincidenza dei piani generazionali oltre che dei diversi livelli di netiquette tra frequentatori della Rete. Ma anche, di contro, accade di leggere che l’inconsapevole George Michael sia stato scelto come un epocale segnatempo e che un segmento della sua vita possa far dire impunemente a Fausto Brizzi che   “Gli anni ’80 sono finiti quando si sono sciolti gli Wham” e non quando Reagan pose i missili Cruise contro l’ex URSS… Esageruma nen, direbbero i piemontesi di rango.

E allora proviamo a fare un minimo di ordine.

Innanzi tutto la questione della generazione. Qui occorre fare attenzione. Se vi capita di leggere la “Storia della letteratura francese” di Albert Thibaudet scoprirete che il grande critico francese disponeva il suo materiale storico-letterario secondo il passaggio generazionale. La “generazione” Diderot, la “generazione” Stendhal, la “generazione” Flaubert ecc. La “generazione” comprendeva un ventennio, il tempo giusto, ma quello di una volta, in cui i nati vivi e sani procedevano a generare, a fare figli (oggi sarebbe di 30  e più anni, vista la denatalità crescente). Ma soprattutto Thibaudet esplicitava il passaggio di testimone di emozioni, idee, sentimenti, codici,  precipuamente letterari da una generazione all’altra. In quel torno di tempo era solo la letteratura a formare il patrimonio dei codici visivi, gnomici, ermeneutici che si rinnovavano o si corrompevano tra una generazione e l’altra. Tutto il voltaggio espressivo era pressoché racchiuso nel campo letterario (per usare una espressione di Pierre Bourdieu) ivi compreso il teatro serio di prosa. Ma già allora facevano irruzione altre modalità espressive: il vaudeville, il teatro leggero, le canzonette del french can can, ecc. Il masscult si preannunciava.

Oggi questo spazio “leggero” s’è enormemente dilatato, a scapito di quello severo della letteratura culta, ossia di quella forma di investigazione seria e meditata della realtà dell’io e/o del mondo. Ma soprattutto s’è enormemente accorciato l’intervallo generazionale. Ormai decide il decennio: chi si è formato negli anni ’70 (che aveva ossia 20 anni negli anni ’70) ha icone, giganti (uso denominazioni adottate dai mass media nel riferire e  commentare la morte di George Michael) tutti propri. Libri, idee, cartoni animanti, sigle musicali e serie tv,  cantanti e canzonette   si rinnovano così velocemente nell’offerta  tale che il nato negli anni ’70 e il nato negli anni ’50 possono risultare, sul piano estetico, dei perfetti sconosciuti.

Come possiamo parlarci se neanche le figurine, i cartoni animati o sigle tv, la nostra iconologia intellettuale ed estetica, non  coincide più? Non è proprio per questa ragione che non capiamo assolutamente i grillini? Davanti a un grillino, con Renato Zero  siamo sorpresi a chiederci: ma lui, dico lui, chi è?

Ci sarebbe poi da evidenziare la prevalenza dei codici sonori-visivi (e dunque gnomici ed egemonici) del mondo anglosassone. Chiamiamola l’egemonia universale del wasp. I maghetti, gli halloween, le saghe nordiche o le saghe tout court come modalità privilegiata della narrazione, gli stilemi del  noir o del giallo, come ancor prima l’imposizione del nordico e druidico albero di Natale  (di Natale sì, ma principalmente Albero), hanno soppiantato tutta la simbologia latino-mediterranea, la demonologia e l’angiologia, il paradiso e l’inferno cattolici,  rendendoli  bassomimetici e periferici, da centrali ed egemonici che erano fino alla scoperta dell’America e dell’ascesa del mondo anglo-protestante.

Ma questo è davvero un altro discorso che ci porterebbe molto lontano dalle nostre amate canzonette. Ma è discorso che ha la sua incidenza non secondaria  nella risonanza enorme che ha destato la morte di un perfetto sconosciuto (solo per me francofilo e di un’altra generazione)  come il  compianto George Michael.

TAG: Albert Thiabudet, George Michael, Massimo Onofri, Pierluigi battista
CAT: Letteratura

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