Giacinto Siciliano: “Un uomo è la differenza, un uomo è una storia e un futuro”

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7 dicembre 2017

Lo incontro nel tardo pomeriggio di un giorno feriale presso i suoi uffici dove rimarrà ancora per qualche giorno. Giacinto Siciliano è  il Direttore del Carcere di massima sicurezza di Opera, a Milano,  all’interno del quale si trovano i 41-bis.

Negli scorsi giorni ci sono state polemiche sulla “fisiologica turnazione”, per cui è stato assegnato al carcere circondariale di San Vittore a Milano. Chiudendo di fatto una lunga parentesi a Opera in cui sono state poste in essere  cose importanti. Una su tutte: applicare la Costituzione. Adottare criteri e metodi che consentano a chi si macchia di reati gravissimi di capire quale dolore ha inferto ad altre persone e ad altre famiglie. E quanto dolore, un omicida, abbia inferto a se stesso. Siciliano ha consentito, attraverso il lavoro degli uomini e delle donne che si sono impegnati con lui, a partire dalle guardie penitenziarie che assolvono a un compito improbo, di realizzare quello che Giovanni Falcone ci ha insegnato. Battere la mafia dove essa prospera contrastando i metodi con cui assume la propria manovalanza. Dentro questo carcere di massima sicurezza si combatte ogni giorno per restituire una coscienza a tutti quegli uomini che non hanno mai avuto modo di poterne avere una. Nei mesi scorsi un detenuto – ergastolano e con diversi omicidi alle spalle – mi ha detto: “Ho posto in essere cose tremende e non basterà una vita per riparare ai danni che ho fatto. E tuttavia non ho avuto scelta, nella mia vita. Io non ho potuto scegliere. Non ho mai saputo cosa è il bene, fino a quando non sono entrato in carcere. Dove finalmente mi sono potuto liberare da questa zavorra: dal male che mi portavo dentro. Da bambino mi hanno insegnato a scegliere la violenza. Non l’amore. Non l’ascolto”

Ecco, Giacinto Siciliano l’ho conosciuto potendo partecipare ad eventi in cui ho scoperto il lavoro del Prof Angelo Aparo, psicoterapeuta, che nelle carceri ha cominciato a lavorarci trentotto anni fa. Sono venuto a conoscenza del gruppo della trasgressione dove, attraverso il teatro, gli uomini che si macchiano di reati gravissimi apprendono, attraverso la letteratura e la poesia, un modo per arrivare alla coscienza e al senso profondo della vita. Certo, pare strano. Appurare che ho trovato più coscienza e cognizione del dolore al carcere di Opera che non – talora – dentro le parole di qualche esponente delle istituzioni. E all’interno del gruppo della trasgressione, composto da un nucleo di detenuti che sono in carcere anche da più  di 20 anni, attraverso il dia-logos, attraverso la parola, attraverso lo scambio, questi uomini riescono a definire le proprie emozioni. A scoprire “il lato oscuro” mi ha detto  in un’intervista di qualche mese fa, uno di loro. Cominciare a diventare ‘umani’. È il lavoro realizzato al Carcere di Opera da Giacinto Siciliano. Chi frequenta questa istituzione sa il valore della mole di lavoro realizzata. Perciò le polemiche susseguenti: è giusto interrompere questo processo di crescita morale, intellettuale e culturale nel nome di un’adesione a protocolli burocratici? È  giusto trasferirlo a San Vittore, visto che molti di questi detenuti sono diventati uomini migliori o semplicemente sono diventati uomini, sconfiggendo una fragilità interiore che li ha portati all’uso di “pistole e cocaina?”

Siciliano con me neppure ci pensa a parlare di queste cose. Non c’è verso. E più lo frequento più  sento vicina quella etica individuale, quel senso dello Stato che aveva Giovanni Falcone. “Guardi, Rigano – mi dice – io sono un uomo delle istituzioni. Che servo con fedeltà. E se mi chiedessero di buttarmi  da una finestra lo farei. Riconosco a me stesso solo una qualità: quella di saper pensare in modo critico”. Definisce San Vittore “una nuova sfida”.

Perciò bocca cucita sulle polemiche sorte dopo la notizia del suo trasferimento a San Vittore. Allora con lui ho preferito tornare a parlare del suo lavoro. “Qui più  di una volta ci siamo sentiti una famiglia, ed è capitato di esserci commossi insieme: detenuti e poliziotti.” Tutto questo si può  capire solo entrando qui dentro e respirando l’aria del penitenziario. Visitandolo. Ci sono i poliziotti che fanno turni durissimi. Che hanno a che fare con detenuti, soprattutto quelli che subentrano appena arrestati, i quali non riescono ad abituarsi al regime carcerario. Per cui stanno male in modo e forme diverse: a volte diventano depressi, a volte reagiscono con violenza. Tutto questo carico psicologico si scarica su questi uomini che devono avere il controllo fisico dei detenuti. Il Prof. Aparo, in un’ intervista che gli ho fatto nei giorni scorsi, mi spiegava che essenziale diventa insegnare ai detenuti ad educarsi al proprio controllo. Devono imparare a comprendere e dominare le loro emozioni. Ci vogliono anni. Siciliano sa di aver fatto qualcosa di grande, ma ovviamente è troppo riservato ed ha un senso dello Stato troppo elevato anche solo per parlare di queste cose. Lascia parlare i fatti. I laboratori di letteratura, di lingue, di teatro. Il laboratorio di liuteria dove si fanno i violini. Il primo sportello lavoro per aiutare i detenuti che escono a reintrodursi  in un tessuto sociale sano, ed evitare di tornare a delinquere. Le tournèe dei detenuti che hanno portato in giro diversi spettacoli teatrali.

È  stanco, quando lo incontro. Se pesa ad un poliziotto penitenziario fare questo lavoro,  pesa molto di più  avere la responsabilità della vita dei detenuti e di chi li cura. Gli inservienti. I cuochi. Il personale medico, i volontari. È  tutto sulle sue spalle. Pòndera ogni parola. Fa lunghi sospiri quando lo incalzo  con le mie domande. Poi tira fuori il coniglio dal cilindro. “Cos’è un uomo, Direttore?”

“Un uomo è la differenza.  Un uomo è una storia e un futuro. Non è carta.”

“Noi qui cerchiamo di valorizzare tutti e di dare una seconda possibilità a ciascuno per cercare di migliorarsi. Io sono il primo che si mette in discussione per migliorare. Solo così  posso chiedere agli altri di fare la stessa cosa”. Ascolto Siciliano. Rivedo Falcone.

●Un uomo è la differenza

●Cosa lascio al mio successore

I risultati si costruiscono quando si costruisce qualcosa

 

TAG: 41 bis, carceri, Giacinto Siciliano, Gruppo della Trasgressione, san vittore
CAT: Milano

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