Ipazia, una vandeana del V° secolo ?

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14 luglio 2017

Il nome di Ipazia, la nobile alessandrina orrendamente massacrata da fanatici cristiani nel marzo del 415 d.c. mentre faceva ritorno a casa dopo avere partecipato ad un  incontro di studi, da sempre evoca storie di intolleranza e di fanatismo. Il grande storico Edward Gibbon considera, infatti, Ipazia una martire della scienza sacrificata sull’altare dell’oscurantismo e del fondamentalismo religioso; e proprio come “martire della libertà di pensiero” è stata alla fine consegnata alla storia. Ed in effetti, tale appare facendo mente locale alla sua vicenda umana che la vide protagonista, nella prima parte del V secolo, dello scontro fra il cristianesimo trionfante e il mondo pagano ormai al tramonto emarginato, com’era, dalle politiche imperiali nonostante fosse ancora vivo in molte parti della società dell’impero.

Figlia di Teone di Alessandria, un filosofo e matematico molto noto al suo tempo, donna di cultura enciclopedica, Ipazia rappresentava un riferimento forte del mondo aristocratico-pagano in una città che aveva una esemplare tradizione di studi neoplatonici e che, a lungo, aveva conteso, risultando alla fine vincente, il primato culturale ad Atene. Alessandria, rispetto ad Atene che aveva visto la sua scuola relegata in un contesto strettamente privato, era riuscita a garantire l’insegnamento pubblico della filosofia e di dottrine considerate eversive anche dopo l’editto di Teodosio, che dichiarava il cristianesimo religione di Stato e che proibiva le eresie e i culti pagani. Neppure i suoi successivi “decreti attuativi” dell’editto, che specificavano i divieti derivanti dal decreto e le sanzioni che derivavano dalla loro violazione, erano riusciti a  soffocare questa pur limitata libertà . Ma anche ad Alessandria la situazione non era delle migliori, provocazioni dall’una e dall’altra parte rendevano precario l’ordine pubblico. Proprio una provocazione, a quanto pare ordita dal locale patriarca Teofilo, aveva provocato la dura reazione dell’imperatore che aveva ordinato la distruzione del tempio pagano di Serapide, eretto dalla dinastia dei Tolomei, e meta da sempre di pellegrinaggi provenienti da ogni parte dell’impero. Ipazia, per quanto ci è stato tramandato, non si limitava ad esercitare l’attività di studio nella quale eccelleva ma in quel difficile frangente si era impegnata nell’attività politica, mestiere particolarmente pericoloso considerata la situazione locale. Di questo suo impegno riferiscono scrittori come Socrate Scolastico, che ne parla come donna di “straordinaria saggezza” per cui, come ricorda Damascio “ogni volta che i capi della città si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi da lei”. Ipazia diviene così il riferimento di quanti aborrivano la rozzezza e la violenza, soprattutto quella dei monaci assoldati dai patriarchi per fomentare disordini.

Diremmo, con linguaggio moderno, una leader del partito aristocratico e conservatore che si oppone alla novità più evidente, cioè l’irruzione delle masse guidate dall’autorità ecclesiastica. Non è un caso che un allievo di Ipazia provocatoriamente si domandi “ Cosa può esservi in comune fra il popolo e chi pratica la filosofia ?”. Il contrasto si faceva, dunque, sempre più duro. La svolta più drammatica, però, si verificò con la successione sulla cattedra episcopale del patriarca Cirillo, un esaltato che si pose come obiettivo ambizioso, quello di sottomettere l’autorità civile al potere religioso. Per Oreste, prefetto di Alessandria, la misura era colma, era inaccettabile che Cirillo, in nome della religione chiedesse di “amministrare gli interessi secolari. Il prefetto, seppure cristiano battezzato, si convinse che bisognava ricondurre a ragione il vescovo e, per questo motivo si rivolse ad Ipazia ed al partito degli aristocratici perché lo sostenessero nella battaglia tesa a ridimensionare la ingerenza del patriarcato nella vita politica di Alessandria. Il conflitto assumeva toni sempre più duri anche perché la “filosofa” mostrava di avere un seguito che andava oltre l’immaginabile. Cirillo si rese conto che per vincere la sua battaglia politica fosse necessario abbattere il temibile alleato di Oreste. Scrive Damazio nella sua Vita Isidori che “fu per tale motivo che ben presto Cirillo organizzò l’assassinio di lei, il più empio di tutti gli assassini”.

E non passò molto tempo che la storia di Ipazia venisse a conclusione. L’assassinio venne organizzato in modo scientifico, a eccitare la plebe contro Ipazia in quel giorno di marzo, fu l’ecclesiastico Pietro, che la indicò come nemica di Cristo. La folla inferocita assalì la donna, la trascinò in una Chiesa e, dopo averla denudata, la lapidò facendo scempio di quel corpo indifeso. Si concluse così la storia della donna la cui fine Cirillo cercò di giustificare come effetto dell’odio religioso che avvelenava la società alessandrina. Una giustificazione che trovò ampio riscontro nelle letture illuministe come quella, appunto del Gibbon, in questo modo il vero motivo, cioè lo scontro politico e di potere finì per essere oscurato in qualche modo facendo il gioco dell’ambizioso patriarca Cirillo. Dunque, Ipazia martire della libertà o, piuttosto, eroina controrivoluzionaria, come sostiene Marco Di Branco, che sembra più vicina al modello vandeiano “che a quello illuminista volterriano votato al martirio” ? La risposta la lasciamo in sospeso non senza tuttavia tralasciare di ribadire come la terribile fine della “filosofa”, sia da addebitare tutta allo scontro politico e sociale che opponeva la Chiesa al potere civile ma, anche, le masse popolari di egizi indigeni guidati dalla Chiesa al ceto aristocratico greco-romano che le aveva per secoli escluse dal potere e confinate ai livelli più bassi della piramide sociale.

TAG: cristianesimo, eresie, Filosofia, lotte sociali, paganesimo, roma antica, Storia
CAT: Storia, Teologia

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