Guida pratica alle elezioni messicane

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30 giugno 2018

Il primo luglio il Messico eleggerà il suo nuovo presidente e un nuovo Congreso de la Unión (composto da 128 senatori e 500 deputati). Dopo sei anni di un governo PRI guidato da Enrique Peña Nieto e segnato soprattutto da un’apertura alle privatizzazioni del settore pubblico e dei monopoli di Stato e da una diffusa corruzione interna al partito, il Messico si prepara ad un governo di rottura. Ma andiamo con ordine.

I principali candidati alla presidenza sono tre: José Antonio Meade del PRI, Ricardo Anaya della coalizione guidata dal PRD e Andrés Manuel López Obrador di Morena. Si potrebbe dire che i tre partiti sono rispettivamente di centro-destra, centro-sinistra e indipendente, ma le cose sono, come sempre accade, più complicate. L’esempio più lampante: il PRD si è alleato con il PAN, partito della destra conservatrice. Lo stesso López Obrador, AMLO abbreviando, è stato uno storico rappresentante del PRD.

Ricordiamo che ben il 46% dei messicani crede che il voto non sia pulito e a questo hanno contribuito la crescente sfiducia nel governo attuale e, prima ancora, la probabile frode delle elezioni del 2006 nelle quali AMLO, seppure incredibilmente avvantaggiato secondo i sondaggi e i primi exit polls, perse per una manciata di voti. Ma questo non lo ha scoraggiato, rendendo anzi più forti il suo messaggio e la sua retorica anti-casta e portandolo a ricandidarsi altre due volte. E proprio questa sarebbe la volta buona. Si prevede infatti, oltre alla morte del PRI – partito storico che dal 1929 al 2000 ha governato ininterrottamente il paese con autoritarismo, paternalismo e clientelismo – la vittoria schiacciante di Morena. Andiamo quindi a vedere più da vicino AMLO, il suo partito, le sue idee e perché è convinzione comune che (per alcuni nel bene, per altri nel male) il suo trionfo segnerà una rottura irreparabile nella società messicana.

Poster fatto in occasione di una festa di quartiere per sostenere AMLO, presso la Colonia San Rafael a Città del Messico. Foto di Paola Ugo.

Andrés Manuel López Obrador, classe 1953, precedentemente governatore dello Stato di Tabasco e di Città del Messico, è uno storico leader della sinistra messicana. Da sempre difensore dei diritti degli indigeni e delle classi più povere, è fra i più animati nemici della corruzione e delle classi di potere. In molti lo accusano di populismo e non hanno tutti i torti: ascoltando un suo discorso o leggendo una sua intervista ci si rende conto della sua tendenza a fare del Popolo un tutt’uno i cui diritti e interessi sono calpestati dal sistema, e di se stesso il messia in grado di salvarlo e ridargli la Speranza e la Felicità – termini usati da lui stesso, che hanno una connotazione più religioso-profetica che politica. Ed è proprio questo, molto più del suo programma di governo che presenta molti elementi salvabili, il problema di AMLO: la natura del suo discorso. AMLO si propone come profeta, come uomo solo alla guida di un solo popolo e si vede già protagonista della Storia. Non a caso il motto della sua campagna è Juntos Haremos Historia. Parole sue: dopo l’Indipendenza, la Riforma e la Rivoluzione ci sarà la sua vittoria. Dopo Juárez, Madero e Cárdenas, ci sarà López Obrador. Megalomane e populista? Sta a voi e agli elettori valutare. Basti solo aggiungere che l’autoproclamatosi paladino dell’onestà e della giustizia, col fine di attirare più consenso possibile ha raggruppato attorno a sé persone della destra come della sinistra, di un estremo come dell’altro, addirittura nomi che lui stesso aveva accusato di corruzione. Insomma, una sinistra che proprio sinistra genuina non è, anche considerando che AMLO è un fervente nazionalista e un convinto cattolico contrario all’aborto e ai matrimoni omosessuali, entrambi resi recentemente legali solo nella più progressiva capitale.

Ciononostante, il suo programma non manca di punti progressisti, primo fra tutti la proposta di amnistia verso i potenti del narcotraffico – non si parla solo di commercio di droghe ma anche e soprattutto di violenza verso giornalisti, politici e cittadini comuni. Vera piaga del Messico, il narcotraffico è, da un lato, incoraggiato dall’assenza dello Stato e delle sue tutele, dall’altro duramente perseguito da questo in una guerra apparentemente interminabile. In questa campagna elettorale troviamo due approcci radicalmente diversi al problema. Il Partito Verde, in coalizione con il PRI, propone di introdurre la pena di morte per i sequestratori, inasprendo ancora di più un conflitto in cui e di cui entrambe le parti sono responsabili. López Obrador, al contrario, sostiene che per raggiungere e garantire la pace e la tranquillità del paese sia necessario adottare una strategia nettamente differente: opporre al conflitto il dialogo.

Anaya facendosi un selfie con una sostenitrice nella città di Veracruz. Fonte: profilo Instagram del candidato.

In questa campagna elettorale un’altra proposta molto progressista e che attira molto scetticismo è quella del giovane e ammiccante candidato del PAN Ricardo Anaya: l’ingreso básico universal, che consiste a grandi linee con quello che da noi è divenuto famoso come reddito di cittadinanza. Per il solo fatto di essere messicani, tutti i cittadini riceveranno mensualmente 1500 pesos, equivalenti a circa 65€, con l’obiettivo di sradicare la povertà estrema. Lo Stato smetterebbe di versare soldi nelle casse dei moltissimi (parliamo di ben 6500) programmi di aiuto alla povertà, per versarli direttamente nelle tasche dei cittadini, rendendoli attori economici attivi. Un’assurdità? Ancora una volta, sta a voi e agli elettori giudicare se si tratta di una soluzione efficace per un paese con 53,4 milioni di poveri e in cui il 7,6% della popolazione vive in povertà estrema.

Dati Coneval – Consejo Nacional de Evaluación de la Política de Desarrollo Social.

Altri punti centrali del programma di Anaya sono l’istituzione di una commissione speciale per indagare sull’operato Peña Nieto; la lotta alla corruzione e all’impunità, seppure con toni più smorzati di AMLO; l’impulso alle politiche di parità di genere; il rafforzamento della polizia per garantire maggior sicurezza; una politica estera più attivamente di protesta contro le minacce Trump… Tutte proposte abbastanza generali che qui non andremo ad approfondire. Un’ultima cosa che però è necessario aggiungere sul candidato della coalizione México al Frente è che ci sono commissioni che indagano su di lui in Messico e in Spagna poiché è sospettato di riciclaggio di denaro – pare che un’impresa fantasma gli abbia comprato una nave per 54 milioni di pesos. Anche se i fatti non sono ancora stati verificati, il verdetto dei cittadini è già chiaro: zero fiducia per un candidato indagato.

Meade, a destra, indossando la maschera tipica dei lottatori di lucha libre decorata con le tre frecce, simbolo della sua campagna. Fonte: profilo Instagram del candidato.

Non dedichiamo spazio a Meade in questo articolo se non per dire che il PRI ha inutilmente tentato di salvarsi candidando un signore che è più un tecnico che un politico, senza rendersi conto che ormai è troppo tardi. Può aiutarci a confermare questa affermazione uno sguardo veloce ai sondaggi: il 48,2% dei voti andrebbe a López Obrador, il 27,5% ad Anaya e appena il 19,5% a Meade. Jaime Rodríguez Calderon detto “El Bronco”, candidato indipendente della destra conservatrice e governatore dello Stato di Nuevo León, avrebbe solo il 2% dei voti. Sempre secondo i sondaggi, AMLO ha una probabilità del 92% di vincere le elezioni, Anaya solo del 9% e il povero Meade dell’1%. È evidente che i mesi di attacchi mediatici al candidato favorito non lo hanno minimamente indebolito e che i messicani sono stanchi del sistema tradizionale, preferendo ad esso una promettente rottura che è anche, e forse soprattutto, un grande punto interrogativo.

TAG: America latina, corruzione, elezioni, Messico
CAT: America, Governo

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