George Orwell e lo “spirito sportivo”

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14 Dicembre 2021

È attribuita a Rinus Michels, l’allenatore olandese inventore del “calcio totale”, l’affermazione che il calcio somiglia molto a una guerra. Del resto, per il carattere estremamente autoritario, Michels era soprannominato “Il Generale” e tecnici della stessa specie sono chiamati sovente “sergenti di ferro”. Nel linguaggio a circolazione forzosa del giornalismo sportivo, le metafore belliche sono vecchie come il football stesso: l’area di rigore viene “eroicamente difesa” per resistere al “tambureggiante assedio” della squadra avversaria; quando le partite si svolgono principalmente a centrocampo quasi irrimediabilmente si sente dire che “infuria la battaglia”, la cui soluzione può certe volte consistere in una rapida “incursione” che consente il gol al “cannoniere”, che in passato era conosciuto anche come “tiratore scelto”.

Per venire alla culla del calcio moderno, giova riandare a un uomo di estrazione proletaria come il tecnico scozzese Bill Shankly, il quale, pur presumibilmente avvezzo alle vere durezze della vita, è ricordato per averci ammonito sulla reale essenza del calcio, che lungi dall’essere una questione di vita o di morte, è in realtà qualcosa di ben più importante. Resta da stabilire se questa cosa così seria, o lo sport più in generale, sia un bene o un male, e qui la questione si complica alquanto.

Giusto qualche anno prima che Shankly si ponesse all’origine dell’irresistibile ascesa del Liverpool, George Orwell aveva espresso il suo reciso parere in un commento che da allora è stato citato innumerevoli volte. Il 14 dicembre 1945, lo scrittore vergò una puntuta requisitoria contro la presunta funzione pacificatoria dello sport nell’articolo “The sporting spirit”, pubblicato dal quotidiano Tribune. L’occasione venne dalla pubblicizzata e attesissima tournée che la Dinamo Mosca effettuò in Gran Bretagna nel precedente mese di novembre, giocando di fronte a folle strabocchevoli contro il Chelsea, il Cardiff, l’Arsenal e il Glasgow Rangers. La guerra era finita in Europa appena il maggio precedente e la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica facevano ancora parte della coalizione che aveva sconfitto il mostro nazi-fascista. Presso l’opinione pubblica britannica, che con grande meraviglia di molti alle elezioni generali dell’estate aveva dato il benservito a Winston Churchill e mandato al potere il Partito Laburista, l’Urss godeva di grande prestigio: l’eroica resistenza del popolo russo, gli enormi costi umani sofferti dalla patria del comunismo e la forza dell’Armata Rossa rappresentavano un mito anche di là della Manica.

Le partite della Dinamo Mosca attirarono così tanti spettatori che molti dovettero essere addirittura sistemati a bordo campo

L’origine della tournée può esser fatta risalire a un approccio di Stanley Rous, segretario della Football Association, che negli ultimi mesi del 1944 l’aveva proposta all’ambasciatore sovietico a Londra Ivan Maisky. L’ipotesi fu poi discussa dal Ministro degli Esteri Anthony Eden e dalla sig.ra Churchill, prima che questa visitasse Mosca alla fine della guerra. Il Foreign Office abbozzò a malincuore, avvertendo però che ci sarebbe voluto assai più di una partita di calcio per affratellare le due nazioni [1].

Nei mesi successivi alla resa dell’Asse, si posero rapidamente le premesse per la Guerra fredda. I motivi di disagio e divergenza, che avrebbero avuto bisogno di molta buona volontà per la ricerca di soluzioni di compromesso, divennero linee di faglia insanabili e sul finire del 1945 la Casa Bianca e il Cremlino cominciarono a guardarsi non più come alleati malfidati ma come antagonisti e nemici [2]. Le immani distruzioni lasciate dal conflitto, il debito spaventoso accumulato con l’estero, l’impero sul punto di dissolversi e il mutamento degli equilibri internazionali erano in procinto di relegare la Gran Bretagna in una posizione di secondo piano e qualche partita di calcio non poteva certo fornire agli inglesi nemmeno il più minimo spazio di autonomia in un mondo che si apprestava a diventare rigidamente bipolare.

In questo contesto, George Orwell non accolse con favore la visita della Dinamo Mosca, espressione sportiva del Ministero dell’Interno e del sanguinario capo della polizia politica Lavrentij Berija. Orwell simpatizzava per la sinistra, considerava il socialismo democratico il modo migliore per fronteggiare le sfide del presente e aborriva lo stalinismo, che gli era parso ancora più minaccioso partecipando alla guerra civile spagnola a fianco dei repubblicani, quando aveva visto gli agenti sovietici adoperarsi per eliminare i dissidenti comunisti, che pure lottavano contro il generale golpista Francisco Franco, sostenuto da Hitler e Mussolini [3]. Orwell aveva chiaramente parlato contro lo stalinismo già in “La fattoria degli animali”, la cui pubblicazione era slittata all’estate del 1945 per la difficoltà di trovare un editore disposto a schierarsi apertamente contro il potente alleato [4], e nel pezzo per il Tribune riversò i temi tipici della sua visione politico-sociale. Vi aggiunse la sua personale esperienza dello sport e soprattutto il crescente allarme per l’alto valore simbolico dello sport come strumento del nazionalismo.

Quando aveva prestato servizio militare in Birmania, in uno dei molti territori soggetti all’Impero britannico, lo scrittore aveva sperimentato sulla propria pelle l’aperta avversione che i locali manifestavano per i colonizzatori proprio in occasione di confronti sportivi fra le due parti [5]. Era pur vero che l’animosità dei birmani non aveva molte altre occasioni per emergere e per dare voce alla loro più che legittima aspirazione all’indipendenza, ma tutto ciò agli occhi di Orwell appariva – oltre che un deprecabile segno di declino del fair-play – un portato evidente delle pericolose implicazioni nazionalistiche dello sport.

In “Note sul nazionalismo”, uscito sul Polemic nell’ottobre 1945, Orwell ebbe modo di divulgare la sua preoccupazione per la febbre nazionalista che era stata la causa scatenante delle due guerre mondiali e che dilagava a ogni latitudine. Tutti propugnavano la superiorità della propria nazione non solo in termini politici, militari ed economici, ma anche in altri ambiti come lo sport, e a ogni costo si impegnavano per difendere e accrescere l’interesse nazionale ricercando maggior potere e prestigio.

In “The sporting spirit”, Orwell compì un salto di analisi, lasciando sullo sfondo lo specifico sportivo per investigare il modo in cui gli spettatori e i media reagivano all’uso strumentale dello sport da parte dei governi. Sotto questa luce, lo scritto fu in pratica una diretta risposta al ricevimento ufficiale organizzato per la delegazione sovietica e al discorso improntato all’amicizia fra i popoli che fu pronunciato in quell’occasione da Philip Noel-Baker, sottosegretario agli Esteri, uno dei principali artefici della tournée, fautore del dialogo anglo-sovietico e indefesso sostenitore del disarmo internazionale, il che gli valse nel 1959 il premio Nobel per la pace [6].

I giocatori della Dinamo Mosca sorpresero i britannici recando dei fiori per i loro avversari

Se Noel-Baker, e la principale stampa, avevano sottolineato con enfasi gli elementi di accordo e di comune sentire fra le parti, tralasciando i dissapori generati da lamentale e dispute su aspetti tecnici come la composizione delle squadre, l’interpretazione delle regole, alcune controverse decisioni arbitrali, Orwell decise invece di collocarli al centro della sua disamina, così da stabilire che se le quattro partite avevano avuto un impatto sui rapporti anglo-sovietici era stato nel senso di peggiorarli e non di migliorarli. Il che non lo sorprendeva, dato che non appena il nazionalismo, l’onore patriottico e il prestigio occupavano la scena, ogni barlume di sportività veniva spazzato via, per fare spazio all’odio, al disprezzo delle regole e al piacere sadico della violenza: non restava posto per nient’altro che, era l’amara conclusione, la “guerra senza sparatorie”.

Orwell non intendeva certo scambiare la causa (l’esacerbata rivalità fra le nazioni) con l’effetto (lo sport come arena di confronto politico), ma mettere in guardia contro il montante antagonismo nazionale. Tuttavia, la sua netta interpretazione impediva di concentrarsi sulla feconda ambivalenza dello sport e del suo uso politico e pubblico. Molti osservatori sostengono che lo sport internazionale fomenta lo sciovinismo e l’intolleranza, alimentando gli standard di aggressività del discorso collettivo. Aldous Huxley, che scriveva all’indomani delle Olimpiadi naziste del 1936, sosteneva che lo sport preparava gli uomini alla guerra [7], come già aveva affermato lo stesso Hitler nel “Mein Kampf” e come avrebbe ammesso il presidente americano Dwight Eisenhower [8]. Sull’altro versante, Bertrand Russell argomentò che lo sport allestisce uno spazio regolato e ritualizzato nel quale gli esseri umani possono sfogare gli innati istinti competitivi, mentre George Santayana affermò che lo sport può costituire un antidoto alla guerra [9]. Anche l’etologo Konrad Lorenz sposò lo stesso punto di vista, dichiarando che il confronto sportivo sublima l’irreprimibile aggressività umana, promuove la mutua conoscenza fra estranei e riunisce sotto una causa comune individui che avrebbero altrimenti ben poco da spartire [10].

È appena il caso di osservare che nemmeno gli studi storici e le indagini sociologiche hanno raggiunto risultati univoci, così che più prudentemente si può concludere che la verità sta da qualche parte nel mezzo. Senza negare i suoi profondi nessi politico-sociali, occorre ammettere che lo sport non è la vera essenza della politica e come tale è incapace di comporre le differenze che dividono i sistemi politici e i paesi se questi non sono disponibili a incontrarsi su un terreno comune [11]. Lo sport può fornire un pretesto, una scusa, un’occasione; lo sport può inaugurare, seguire o rinforzare una disposizione, ma difficilmente è in grado di portare a compimento una tendenza senza il contributo decisivo della politica.

 

[1] Wagg, S. (a cura di), East Plays West: Sport and the Cold War, Routledge, 2006

[2] Di Nolfo, E., Storia delle relazioni internazionali (1918-1992), Editori Laterza, 1999

[3] Beck, P. J., ‘War Minus the Shooting’: George Orwell on International Sport and the Olympics, in “Sport in History”, 2013, Vol. 33, No. 1

[4] Ibidem

[5] Ibidem

[6] Ibidem

[7] AA.VV., Sport and International Understanding, Springer, 1985

[8] Zirin, D., A people’s history of sports in the United States, The New Press, 2008

[9] AA.VV., Sport and International Understanding, op. cit.

[10] Lorenz, K., L’aggressività, Mondadori, 1990

[11] Wagg, S. (a cura di), East Plays West: Sport and the Cold War, op. cit.

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Un commento

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  1. andrea-lenzi 1 mese fa

    Si deve mangiare ogni giorno pe rnon morire e questo meccanismo, unito alla scarsità di risorse, è la base della lotta per la sopravvivenza, che cale anche per le aziende che si contendono gli acquirenti.
    Tale lotta è alla base delle guerre tra nazioni.
    Chi fomenta il nazionalismo, inevitabilmente supporta una guerra, vicina o lontana.
    Lo sport è un formidabile creatore o rinfocolatore di nazionalismo.
    Se si volesse vivere in pace, nonostante l’handicap iniziale della necessità di mangiare, allora dovremmo invece unirci in un sol popolo e limitare il nostro numero di modo da vivere con dignità tutti e senza arrecare danno al pianeta.
    Fare altro vuol dire vivere male tutti e distruggere il pianeta.

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