Baruffa social sui sacchetti: cosa possiamo imparare?

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4 Gennaio 2018

Credo che quanto successo ieri sulla socialsfera abbia qualcosa di buono da insegnarci, nonostante tutto. Penso inoltre che la vicenda non andrebbe disgiunta dal fatto di aver avuto come teatro, principalmente, Facebook. Social network definito dal guru Gary Vee come figlio della televisione e della posta pubblicitaria. Un modo azzeccato per mettere in chiaro la natura sempre più generalista della piattaforma: ne fruisce i contenuti con rapidità e scarsa attenzione un pubblico vastissimo, la cui capacità di interpretare le informazioni è variabile, in alcuni casi molto bassa.

La notizia scatenante è stata tale probabilmente per la sua semplicità. Un rincaro nei prezzi relativo a qualcosa con cui pressoché chiunque ha a che fare – la spesa al supermercato – percepito come imposto dall’Europa (argomento in cima alla top ten delle “indignazioni istantanee”, e non necessariamente a torto: un simbolo). Nelle evoluzioni poi il destinatario della rabbia risultava essere Matteo Renzi (anche qui, altro simbolo in cima ai Social Nemici Pubblici) e un’azienda “sua amica” che avrebbe beneficiato dal rincaro. Irrilevante, a livello emotivo dei partecipanti alla gazzarra, il rincaro minimo della spesa; tra l’altro del tutto insignificante rispetto ad altri aumenti d’inizio d’anno, passati invece sotto silenzio.

Ma c’era un altro elemento a rinfocolare il dibattito. La plastica è uno dei simboli evidenti del nostro stile di vita insostenibile per il pianeta. La consapevolezza c’è, per fortuna, ma nel mare magnum dei social il troppo attivismo ambientalista spesso genera il suo opposto. In sintesi: possiamo ridurre il nostro impatto ambientale nel momento in cui sarà compatibile con il mantenimento del nostro stile di vita. Le fughe nella natura sono ideali, romantiche e sostanzialmente impossibili.

Simboli da una parte, simboli dall’altra, una notizia talmente lineare da poter deflagrare immediatamente. Quello che è successo l’abbiamo visto tutti. Ci può essere qualcosa da imparare, di utile, dalla baruffa dei sacchetti? Penso di sì. Intanto che le battaglie ambientaliste hanno maggiore fondamento nei casi in cui in cui ci permettono anche un risparmio nella vita di tutti i giorni. Alcune scelte di minor impatto ambientale, ammettiamolo, sono possibili solo se spendiamo di più; e non sempre possiamo, non tutti, possiamo permettercelo.

Come produttore di contenuti su Facebook di solito mi metto in posizione obliqua a queste baruffe. Mi inserisco nel flusso, irrido chi s’infervora, non prendo posizione perché di solito entrambe le parti in causa sono segnate dalla troppa emotività del momento. È una posizione di comodo? Probabile, ma le discussioni social sono a scadenza, infervorate e difficilmente si concludono in un qualsiasi cambio di opinione tra i contendenti.

Eppure questa volta ho scorto, nel caos dei litigi, una potenzialità interessante. Nei film, quando qualcuno vuole incendiare un edificio, sparpaglia prima di tutto benzina in giro. È come se, socialmente parlando, vivessimo in un palazzo pieno di benzina: basta pochissimo, un rincaro nei sacchetti di plastica, per far deflagrare l’esplosione. Il combustibile è quel rancore identificato dal Censis come diffuso: viviamo in un mondo in bilico, in cui le vecchie regole del Novecento non valgono più, e in pochi si stanno prendendo la briga di scrivere le regole nuove. Eppure nuove indicazioni, riferimenti, coordinate sarebbero indispensabili.

Ma non si tratta di vere esplosioni, solo temporanee emissioni intense di fumo. Molto rumore, nessun risultato. Tra l’altro il ripetersi del fenomeno lo logora, innervosendo i partecipanti e disinnescando in partenza qualsiasi battaglia ci sia alle spalle, per quanto giusta essa possa essere. Vittime illustri su questo campo di battaglia sono anche le parole stesse: “cambiamento” e “rivoluzione” sono state parole chiave di molte campagne elettoriali; se hanno dato risultati, non sono stati visibili (occhio: a volte non lo sono!) e il risultato è aver ucciso l’efficacia dei vocaboli originari. Quello che rimane, è l’insoddisfazione sotto traccia. In parte errata, in parte legittima.

L’esigenza di cambiamento, l’abbiamo detto, c’è. I social network sono uno strumento potente e finora inedito. Hanno limiti, chiaro: è tutta questione di ridefinire il linguaggio e adattarsi al contesto. La baruffa dei sacchetti di plastica è stata, a mio parere, molto più potente delle altre. Caratteristiche? Semplicità della notizia, immediata identificabilità per chiunque, presenza di simboli. Mi chiedo quello che potrebbe succedere se si trovasse il modo di adattare al linguaggio dei social una battaglia giusta, legata al miglioramento della vita comune. Un argomento in cui ciascuno si identifichi, tragga beneficio senza danneggiare gli altri. Cerchiamola, lavoriamoci, proviamo.

TAG: ambiente, battaglia, cambiamento, Facebook, percezione, plastica, sacchetti, social
CAT: consumi, Internet

3 Commenti

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  1. marco-baudino 3 anni fa

    Tutto giusto, anche quello di riposizionare su logiche che”riducano” il rifiuto, non lo sostituiscano. Tra l’altro con prodotti di materiale di un unico produttore in regime di monopolio imposto… Così non e ‘ democratico, soprattutto quando la democrazia dovrebbe essere libertà di scelta, come previsto dalla direttiva europea 2008/98 che indica la necessità di trovare soluzioni per il riuso, e NON x il monouso… Altrimenti, ripeto, si sposta solo il problema, che rimane NON risolto. La invito a leggere quanto scrive Giampiero Tasso, testo che riposterò con aggiunta di sole considerazioni tecniche al tema. Le sole che mi competono, lasciando l’aspetto politico ad altri…

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  2. gianmario-nava 3 anni fa

    il monouso al supermercato
    il riuso a casa, visto che l’ho pagato il sacchetto non lo butto subito
    (i sacchetti non biodegradabili gratuiti io già li riusavo, a casa)
    nessuno si è mai sognato di obiettare all’imposizione di portarsi plastica a casa, visto che era plastica gratis
    quindi, per ottenere riuso, un riuso compatibile col compostaggio, occorrno due cose: sacchetti biodegradabili e a pagamento
    come da obiettivi della direttiva

    quanto al materiale del monopolista: il nuovo mercato stimolerà altri a inventarsi materiali biodegradabili diversi, fine del monopolio
    se non si fosse aperto il mercato (obbligatorio) del sacchetto biodegradabile il monopolista sarebbe rimasto tale nella sua nicchia

    se in democrazia occorre lasciare ampia libertà di scelta, si abbia il coraggio di chiedere la chiusura dei consorzi obbligatori di smaltimento dei rifiuti (imballaggio, vetro, eletronici, olii, …)
    e anche delle aziende di raccolta rifiuti urbani con cassonetti obbligatori per la separazione dei rifiuti
    avrò ben il diritto di decidere che fare dei MIEI rifiuti!
    o no?

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  3. marco-baudino 3 anni fa

    Egregio sig. Nava intravedo un po’ di confusione, ma non mi permetto. Occorre però smettere di produrre plastica da imballo. Da petrolio come da amidi vegetali, che originano entrambe plastiche, da materie prime diverse, rispettivamente non rinnovabili e rinnovabili ma queste spesso in concorrenza con il food. Entrambe ancora da processi chimici di sintesi, da processi brevettati e protette da norme spesso “dedicate”, che lasciano qualche dubbio. Non e’ qui né luogo né momento di entrare nel merito comunque e mi limito invece agli effetti sotto gli occhi di tutti, con una quantità di rifiuti in giro che sta aumentando anno su anno! Per cui la direttiva europea che le consiglio di andare a leggere e’ la 2008/98 per trovare le linee guida suggerite alla eliminazione delle cause di proliferazione dei rifiuti: ovvero riuso al punto vendita di contenitori idonei portati da casa e riutilizzabili “7 volte 7” , senza mai gettarli nel pattume se non a vera fine vita.
    E non ci si limiti al caso dei sacchetti per favore, la parte minoritaria del problema. Pensi ai vassoi in polistirolo, ai sacchetti multistrato, alle bottiglie e ai contenitori di plastica di yogurt e bibite, succhi di frutta, latte, formaggi, creme, ma anche detersivi, saponi, cosmetici… E via ormai quasi all’infinito di prodotti industriali “plasticati” in contenitori tutti drammaticamente monouso! Non ci siamo. Occorre una grande rivisitazione del sistema, lavorare ad una netta riduzione del monouso, incentivare il riuso. Altro che sostituire un sacchetto con un altro, imposto per di più, pagato anche se non usato. Piuttosto un rifiuto NON prodotto e’ un rifiuto che non va gestito, differenziato, smaltito. Semplicemente non esiste. Immagini con questo principio a quante tonnellate in meno di monnezza, per strada, da essere raccolta, da essere smaltita, troppa per essere riciclata. Troppa, troppa in assoluto! Dobbiamo cambiare. E mi sa, caro Nava, la soluzione non e’ la bioplastica… Vogliamo vedere?

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