Le 5 istruzioni per non far funzionare una liberalizzazione

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27 Marzo 2017

Quando si intraprende una liberalizzazione di un qualche mercato regolato la speranza è sempre che tale liberalizzazione funzioni. Quanto meno è la speranza dell’utente finale e degli operatori che nascono per cimentarsi nel nuovo mercato.

Altre volte però, come nell’energia in Italia, il percorso si rileva più tortuoso e ricco di ostacoli. Tuttavia, anche nei percorsi di liberalizzazione difficoltosi c’è sempre qualcosa da imparare. La finalità di quest’articolo è proprio quella di fare tesoro del percorso sinora fatto dall’apertura al mercato dell’energia elettrica in Italia e capire cosa si può trarre di positivo da quest’esperienza.

Ebbene, andando a scavare e osservando con attenzione la liberalizzazione del mercato dell’energia in Italia c’è qualcosa di estremamente rilevante da portarsi a casa. A mio avviso si tratta di un libretto delle istruzioni per futura memoria e per coloro che avranno l’ardire di voler liberalizzare qualcos’altro in Italia. La liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, per quanto fatto sinora, consente di dedurre una pratica guida sulle 5 cose da evitare se davvero si vuole far funzionare un mercato.

Troppo spesso si dice che il mercato dell’energia in Italia è tra i più liberalizzati in Europa, probabilmente è vero. Ma tra avere un mercato liberalizzato che non funziona e non averne affatto uno cosa è meglio? La risposta è complessa, in ultima analisi potrebbe essere meglio comunque averlo un mercato perché la speranza che prima o poi migliori qualcosa è evidentemente viva! Mai perdere la speranza!

Ecco allora le 5 regole d’oro da seguire per non far funzionare una liberalizzazione:

1) Dire chiaramente ai clienti finali che il mercato non fa per loro. Quest’espediente, se vogliamo di natura psicologica, è estremamente efficace. Nell’energia, di fianco al mercato libero, esistono una serie di mercati “di contorno” che rappresentano una possibilità di scelta per il cliente finale. I nomi con cui sono stati definiti i mercati “di contorno” sono estremamente espliciti: mercato di “maggior tutela”, di “tutela simile”, di “salvaguardia”. Come dire che il mercato libero è un salto nel buio senza scampo! E così solo pochi avventati e avventurieri hanno l’ardire di provare cosa significa passare al mercato;

2) Minimizzare qualunque percezione del possibile risparmio che si può avere passando al mercato. Anche su questo siamo stati maestri. Il grafico sotto mostra come è cambiata la bolletta dell’energia negli ultimi anni (fonte “Report monitoraggio attività retail” di AEEGSI). Come si può notare la componente azzurra (che rappresenta l’energia, dunque la parte liberalizzata della bolletta) è in calo. Tutte le altre componenti non liberalizzate sono in crescita. Peraltro da ultimo si è andata ad aggiungere l’intuizione magistrale del Canone RAI in bolletta che accresce a dismisura la sommatoria di tutte le componenti della bolletta non di mercato. Il grafico non mostra questo colpo di grazia perché si ferma al 2015 mentre il canone è stato introdotto nel 2016. Il gioco è fatto: anche se cambia fornitore, il cliente finale vede di anno in anno solamente crescere il totale della sua bolletta. E in questi casi dove va la fiducia presso il nuovo mercato? Fate voi… non alle stelle direi!

3) Distogliere l’attenzione e focalizzare il focus mediatico sui difetti dei nuovi entranti. In questi anni diversi sono stati gli “attacchi mediatici” verso le aziende che hanno animato la liberalizzazione del mercato dell’energia, specie da studiare ed analizzare in laboratorio visto che tipicamente non rivestono il ruolo dei benvenuti. Sono stati apostrofati come speculatori e parassiti finanche dalle istituzioni se individuavano opportunità di marginare (o cielo!), senza però ricordarsi che nella bolletta sono presenti ben altre storture (ad esempio l’ingente onere da decine di miliardi di euro all’anno per gli incentivi al fotovoltaico oppure i tassi di rendimento riconosciuti sulle infrastrutture di rete, business a rischio nullo che rendono come le start-up ai tempi della nascita della new economy). Dunque identificare il nuovo come il “cattivo” è una strategia che funziona ancora!
4) Alimentare la confusione nelle fasi della filiera. Questa tecnica risulta particolarmente efficace quando regole di diversa origine insistono sul medesimo fenomeno. A titolo di esempio, l’Europa ci imponeva da circa un decennio di separare il brand (almeno quello, perché una separazione societaria non la sognerebbe nemmeno Harry Potter) di chi vende energia da quello della società che fa gli interventi tecnici e di manutenzione sulle reti (i distributori, che sono tenuti ad erogare lo stesso livello di servizio indipendentemente da chi sia il venditore). E solo dopo strenua resistenza quest’anno abbiamo ceduto, alimentando per un decennio la confusione dei clienti finali nel distinguere il distributore dalle società di vendita. E ancora citerei il fatto che i fornitori di energia sul mercato libero sono sottoposti a stringenti regole sulla qualità commerciale, però poi operatori di telemarketing o agenzie di vendita porta a porta continuano a tempestare i clienti di informazioni commerciali imperfette, di chiamate a casa a tutte le ore e a rendersi protagoniste di modalità di vendita aggressive e poco rispettose dei clienti finali… e la colpa è sempre del fornitore, perché manca ad esempio un albo professionale;

5) Emanare regole e prescrizioni in continuazione. Senza voler scadere nel vittimismo, nel solo ultimo anno sono state introdotte o modificate regole relative a: come si deve elaborare la bolletta e quali informazioni deve contenere, modalità di addebito del Canone Rai, variazione della frequenza di fatturazione e modalità di conguaglio, come fare la programmazione dei flussi energetici, come inoltrare i flussi informatici per attivare nuovi contratti, variazione delle agevolazioni tariffarie per i domestici residenti e da ultimo la “bomba di Maurizio Mosca” ovvero la decisione di cambiare nuovamente tutti i contatori elettrici con dati “quartorari” invece che mensili. In questo modo si può assestare il colpo di grazia ai server degli operatori medio-piccoli e ai loro budget di spesa nell’informatica.
Insomma, una guida così, basata su 10 anni di esperienza vissuta sul campo ,risulta molto più efficace e veloce da applicare rispetto a quei complicati manuali d’istruzione a cui ci ha abituato Ikea! Buon divertimento ai policy makers!

Il punto di partenza delle mie riflessioni è quest’articolo che descrive perché si rileva un fallimento nel mercato libero dell’energia.

TAG: economia di mercato, Energia, liberalizzazione
CAT: energia, macroeconomia

2 Commenti

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  1. mario-bosso 4 anni fa

    Se calano i costi di approvvigionamento salgono quelli di rete e di sistema… la cosa importante è che i flussi di cassa restino tali e possibilmente salgano.Insomma libero o tutelato l’importante è fare il culo e spillare soldi al consumatore!

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  2. colmar 4 anni fa

    In un mercato in cui la logica non è più il servizio, ma il flusso di cassa generato dal cliente, non c’è da meravigliarsi che i costi salgano. Se entriamo nella logica che posso rubare le vacche al mio vicino, il minimo che mi possa capitare è che poi qualcuno le rubi a me e di conseguenza le nostre azioni si concentreranno sui sistemi per difendere la nostra mandria, piuttosto che sul prezzo e la qualità del latte da lei prodotta. I mercati a domanda obbligata vedono salire obbligatoriamente le posizioni di privilegio in mano ai soggetti che operano nei sistemi di trasporto e questi fanno da volano a tutti gli operatori della filiera che accresceranno il costo del servizio al cliente finale. In ultima analisi i clienti, la cui capacità contrattuale è pari a zero (ad esclusione quindi dei soli clienti energivori) dovrebbero fuggire come la peste le promesse di liberalizzazione dei mercati, perché saranno sempre nella condizione di quei polli a cui è stata aperta la porta del pollaio alle volpi.

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